Donne con lo sputo

Stamattina ascoltando il telegiornale sento dell’ennesima donna massacrata dal compagno: questo, addirittura, le ha spaccato la testa e le ha dato fuoco. Lei era al nono mese di gravidanza.
Oltre a mettere a dura prova la filosofia non-violenta su cui cerco di fondare la mia vita, questa notizia una volta tanto non mi ha fatto pensare solo alla cultura bacata di una certa parte del mondo maschile, che viene sempre ben alimentata dalla connivenza più o meno consapevole di tutto il resto della società.
Ma anche ai compagni che noi donne ci scegliamo. Innamorate o meno, soprattutto, con chi decidiamo di fare dei figli?
Spesso – anche se non sempre – i segnali per capire che quello che abbiamo di fianco è un uomo potenzialmente autoritario, possessivo, violento o pericoloso, li abbiamo con largo anticipo, per non dire immediatamente.
E cosa cazzo ci stiamo a fare lì, allora?
Stamattina sono arrabbiata: indulgenza e diplomazia le ho lasciate appoggiate sul lavandino, come la fede nuziale quando si sgurano i pavimenti e si lavano i cessi.
Risposte plausibili si trovano in QUESTO POST sul blog “Femminismo a Sud”, ma il mio animo non si acquieta.
Perché non solo spesso restiamo con uomini pericolosi, ma ancor più spesso con uomini inutili, infantili, inetti, vigliacchi, o che non amiamo più: e in questi casi tutte le attenuanti e le giustificazioni che si hanno nelle dinamiche di abuso e violenza vengono clamorosamente a cadere.
Che ognuno, per carità, faccia ciò che vuole della propria vita.
Ma il mio pensiero continua ad andare ai figli: che assorbono una lezione di vita miserabile, apprendono un amore sbagliato, iniziano a dare valore alle bugie, imparano a credere nell’ipocrisia delle menzogne sociali, arrivano a pensare di non poter meritare niente di meglio di quello che si trovano sotto gli occhi.
Ma è per questo che mettete al mondo dei figli? Per insegnar loro una vita tenuta su con lo sputo, piena di sopportazione, falsità, infelicità, colpi bassi, e magari disprezzo?
Non avete dato la vita per tramandare felicità?
Il modello famigliare che loro imparano da voi, in linea di massima andranno a replicarlo (più o meno consapevolmente) nella famiglia che costruiranno da adulti.
Che i bambini la sanno lunga, e le loro ferite verranno a bussare alla nostra porta per tutta la vita.

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9 thoughts on “Donne con lo sputo

  1. Qualche passo avanti lo avevamo fatto, noi donne, ma negli ultimi vent’anni dilaga la cultura della donna/proprietà alla quale quindi si può fare di tutto. E questa cultura non è solo maschile ma viene interiorizzata anche dalle donne e se appartieni a qualcuno questo può fare di te quello che vuole. Spesso sono proprio i figli a salvare queste donne, ma dopo anni di sofferenza, anche e soprattutto dei figli. Hai ragione, certo, bisognerebbe essere oneste con loro, ma prima con sé stesse, sulla ragione per la quale si sta con un umo. Ma come fai a dire a tuo figlio “non lo amo, ma non ho soldi per andarmene” oppure “rimarrei sola” oppure “la mia famiglia non mi perdonerebbe” o “penso che tu abbia bisogno di un padre”. Ecco, quest’ultima cosa la trovo una grande stronzata (scusa il francesismo): piuttosto che un padre violento o lesivo, meglio non averlo. Fa meno danni.

    • Io sì, penso che un bambino possa capire la necessità di stare insieme per potersi permettere una casa. Ovviamente se questo avviene in un clima emotivo “sano” e rispettoso. Perchè se volano i coltelli o le pareti trasudano ripicche e cattiverie, allora è tutto inutile comunque.

      • Un bambino di 1, 2, 3 .. anni, capirebbe? E come fa il clima ad essere emotivamente sano se parliamo di padri violenti? Altra cosa è la coppia che, civilmente non si ama più e continua a convivere. E comunque credo sia difficile e dipenda dall’età del bambino. E’ materia assai delicata.

  2. Sì sì, distinzione assoluta da fare tra compagni violenti e compagni cretini o che semplicemente non si amano più. Due situazioni assolutamente distinte. E, certo, dipende sia dall’età del bambino, sia dal carattere: le variabili in campo sono moltissime, ma il modo si deve trovare. Un bambino che assorbe un amore malato, distorto, bugiardo, tenderà a replicarlo e ad essere a sua volta infelice.
    Mi rendo conto che è difficile trovare la strada, ma la bugia – che è quella comunemente adottata da secoli – è fallimentare e deleteria. Proviamo altro!

  3. Risposte ce ne sono troppe, a dir la verità. Anche io, come Pendolante, penso che se gli uomini sono vittime di una società maschilista lo siano anche le donne. Ma un conto è essere maschio quindi vittima di una cattiva educazione e dei condizionamenti sociali, tuttavia libero di scegliere con la benedizione di tutti. Altro conto è essere femmina, quindi vittima di una cattiva educazione e dei condizionamenti sociali, proprio come il maschio, tuttavia senza libertà di scelta e movimento perché, se proprio insisti e ti vuoi ribellare, allora dovrai fare senza la benedizione di tutti e sarai una reietta con figli a carico.
    Io penso che non si possano mettere sullo stesso piano le responsabilità di chi è violento e di chi accetta di subire la violenza. Non è vero che basterebbe poco per andarsene.
    Allora, dici tu, almeno fallo per i figli, farai la fame, avrai una lettera scarlatta tatuata sulla fronte, ma almeno i figli si salveranno. Può darsi. Ma può anche darsi di no. Ora che ne ho scopro che i figli si salvano da soli e di solito seguendo strade impensate. Se resti forse ti odieranno, se te ne vai forse ti odieranno uguale. Se resti vivranno la violenza e un esempio di sottomissione senza senso, se vai lo potrebbero interpretare come una resa senza battaglia, vigliacca e che ingiustamente li priva del padre proprio quando tu credevi che avrebbero visto in te l’eroina coraggiosa che sa sottrarsi pur pagando un prezzo enorme, o almeno la madre amorosa che sa scegliere anche nel dolore per il bene dei figli.
    E’ tutto molto complicato e ciò che complica tutto è ancora e sempre la nostra società, la nostra mentalità maschilista e violenta contro le donne. Affinché andarsene diventi quello che tu descrivi (“e cosa cazzo ci stiamo a fare lì, allora?”) cioè un semplice saluto, un addio convenuto civile e giustificato, occorre che il contesto sociale condivida questa visione e la faccia propria, cosa che oggi in Italia ancora non è.
    Ok, detto questo quand’è che cominciamo a regalare kalašnikov alle amiche per il Santo Natale?

    • Sonia, per quanto riguarda i contesti di violenza domestica la questione è diversissima e ne convengo. E’ una realtà che conosco piuttosto bene: come scritto nel post di “Femminismo a Sud” che ho linkato, molte volte è la violenza che continua ad inseguire anche chi riesce ad andarsene. Senza considerare poi tutti quei vincoli di dipendenza psicologica tra vittima e carnefice che sono quasi incomprensibili visti dal di fuori.
      Trovo tutte le tue considerazioni assolutamente corrette, in particolare quando parli del contesto sociale che deve essere pronto per assorbire e risolvere il fenomeno.
      Per questo dobbiamo continuare a parlarne e a lottare, tra di noi prima di tutto (perchè le catene ce le mettiamo spesso proprio tra di noi).

      • Sì! Sarà la nostra voce, la continua nenia, incessante e ipnotica, delle nostre istanze di giustizia e parità a stordire tutti peggio di una scia chimica, un suono ininterrotto proveniente dal nostro corpo violato, basso e costante come quello di uno didgeriddoo, a restare come un pensiero fisso e un urlo in do minore nella mente e nella coscienza di tutti noi che possiamo e dobbiamo cambiare le cose.
        Teniamo vivo l’argomento… e le donne.

  4. Sì, lo faccio per il mutuo. Dopo aver vissuto 15 anni nella miseria, trovarmi in un piccolo benessere diventa irrinunciabile, anche se si paga comunque. Comunque sia, ho scelto.

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