Lo Hobbit e la vita di merda

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La settimana scorsa sono andata al cinema a vedere Lo Hobbit. Avevo letto il libro di Tolkien in terza media, conosco gli Hobbit da tempo: sono creature strepitose, infinitamente migliori degli umani.
Amano un po’ troppo la vita tranquilla, ordinaria, senza forzature: ecco, se proprio dovessi trovar loro un difetto, sarebbe proprio questo eccesso. Il considerare il rischio come la peggior sventura, e le avventure come il disonore più assoluto, non è esattamente una dote.
Certo, noi uomini non siamo molto da meno: dopo la soddisfazione dei bisogni primari (mangiare, dormire, espletare le funzioni corporee), costruirsi una sicurezza economica e affettiva è uno degli istinti conservativi più forti. “Stabilità” è dalla maggior parte di noi considerato sinonimo di “felicità”, e in termini riproduttivi e evolutivi ha forse un senso. Ma non sempre: i coraggiosi e gli esploratori hanno spesso salvato il culo a un sacco di gente, anche se quasi mai a se stessi.
In nome della stabilità e della sicurezza, molti di noi vivono con persone che non amano, fanno lavori che odiano, abitano in luoghi che disprezzamo: spesso per tutta la vita.
Bilbo Baggins, forse per quel sangue Took che gli scorre nelle vene, ha abbandonato la sua casa sotto la collina ed è partito con i nani: puzzolenti e rozzi guerrieri senza patria. Nessuno gli ha assicurato che sarebbe mai riuscito a tornare.
Gandalf il Grigio, all’inizio del suo viaggio, gli dice: “Casa è ormai dietro di te, il mondo ti è davanti.
Spesso la vita e la magia ci aspettano proprio fuori dalla nostra comfort zone, per quanto difficile, assurdo e spaventoso ci possa sembrare.
Quello che auguro a tutti noi, per questo 2013 appena iniziato, è di avere un po’ di quel sangue Took nelle vene, e di trovare la forza di dargli un po’ di credito.
La paura è un elemento salvifico o castrante, a seconda del momento e della dose.
Ma fare una vita di merda non è la risposta.

 

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