Gli italiani finiranno a raccogliere pomodori in Bangladesh perchè hanno creduto ad una serie infinita di stronzate (con la cultura si mangia eccome, parte II)

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Se tutto va bene, i nostri figli saranno più ignoranti di noi, che già ci difendiamo alla grande.
Se tutto va bene, i nostri figli diventeranno braccia e forza lavoro per raccogliere pomodori in Bangladesh. E se in Bangladesh i pomodori non crescono, speriamo ci sia altro da raccogliere, altrimenti sono fottuti.

Ecco i luoghi comuni con i quali i politici e la maestranze ci hanno rincoglionito, ed ecco i dati che li smentiscono. Sono tutte falsità che sapevamo essere falsità, ma i dati fanno impressione. Leggeteli, perché la conoscenza è l’unica via di salvezza che abbiamo.

IN ITALIA CI SONO TROPPI LAUREATI?
Falsissimo.
Nei paesi dell’Ocse la popolazione giovanile che ha almeno una laurea è il 40% . La percentuale sale e supera il 55% in paesi come Canada, Giappone, Russia. Tocca il 63% in Corea del Sud. In Italia siamo al 20%: i laureati italiani sono quindi pochissimi, e continuano a diminuire. Questo è gravissimo, se si pensa che siamo nell’era post-doc, cioè nell’era in cui la formazione si è evoluta ai master post laurea.
Nel 2002 gli iscritti all’università in Italia erano il 74,4% dei giovani che avevano conseguito la maturità. Nel 2011 erano il 59,6%.

LAUREARSI NON SERVE, CONVIENE ANDARE A LAVORARE SUBITO DOPO IL DIPLOMA.
Falso.
Il tasso di disoccupazione tra i giovani tra i 18 e i 25 anni è salito nel 2012 al 37%. Tra i neolaureati è inferiore al 20%. Inoltre lo stipendio di un neolaureato è in media di 1/3 più corposo di quello di un diplomato.

LE UNIVERSITA’ IN ITALIA SONO TROPPE.
Falso.
In Italia abbiamo 1,6 università per milione di abitanti. In Spagna sono 1,7; nel Regno Unito 2,3; in Olanda 3,4; in Germania 3,9; in Francia 8,4; negli Stati Uniti 14,5.
La spesa in formazione: Stati Uniti 7,6% del PIL, Islanda 7,8, Israele / Russia / Danimarca / Corea del Sud superano il 7%. Cile, Svezia, Belgio, Francia superano il 6. L’Italia non arriva al 4,5

IN ITALIA CI SONO TROPPI INSEGNANTI
Falso.
Ogni docente in Italia ha in media 18,8 studenti, quando la media Ocse è di 15,5 studenti per docente
A causa dei tagli e delle condizioni proibitive in cui sono costretti a lavorare, i docenti in Italia calano: negli ultimi 6 anni si è registrato un calo del 28% dei professori ordinari e un calo del 16% dei professori associati.

CON LA CULTURA NON SI MANGIA
Stronzata colossale.
L’economia culturale (o creativa) rappresenta l’8% del PIL mondiale.
La ricerca scientifica e il mercato hi-tech rappresentano il 30% del PIL mondiale.
La formazione rappresenta il 6% del PIL mondiale.
La cultura rappresenta quindi il 44% dell’economia mondiale, più dell’industria propriamente intesa.

I TAGLI ALLA CULTURA NON CAUSANO DANNI ALL’ECONOMIA
Stronzata galattica.
Cina, Giappone, India, Corea del Sud, Brasile, Turchia, Argentina, Sudafrica, Messico, Iran: astri nascenti che stanno investendo enormi risorse in Ricerca e Sviluppo.
Le industrie e i servizi ad alto contenuto di conoscenza creano più ricchezza, danno più occupazione e remunerano meglio (30% in più, mediamente).
L’Italia investe pochissimo in Ricerca e Sviluppo sia sul fronte pubblico che su quello privato, ma è assetata di tecnologia: si vede quindi costretta ad importante continuamente prodotti ad alto contenuto tecnologico da altri paesi.
Gli imprenditori italiani preferiscono investire – per quel poco che lo fanno – in formazione low-tech piuttosto che hi-tech, fattore che – coi costi del lavoro altissimi che abbiamo – ci taglia fuori dall’economia globalizzata.

IL MADE IN ITALY CI SALVERA’?
“All’inizio del 900 l’Italia è dominatrice incontrastata nel campo dell’arte, vince anche se di stretta misura nell’architettura, è seconda solo ai francesi nel design e nella moda. Nel 2000 l’Italia è settima (su sette) nell’arte, nel teatro e nel cinema, sesta nell’architettura, quarta nel design, terza nel cibo e nella moda” (rapporto Symbola e Uningrafo sul Made in Italy).
No, il Made in Italy non ci salverà.
Se non cambiamo rotta verremo affondati dal costante processo di declino ed erosione che stiamo subendo, rispetto ai competitor globali che, a differenza di noi, lavorano sul tema dell’identità culturale, non soltanto sfruttando i successi e le glorie del passato, ma investendo sul rinnovamento e il rafforzamento del potenziale creativo attuale.
In fatto di peggioramento economico e di punti persi, siamo secondi solo ad Haiti.

L’ITALIA HA IL PIU’ GRANDE PATRIMONIO CULTURALE DEL MONDO
Vero.
Ma i nostri siti riconosciuti come patrimonio culturale dall’Unesco sono solo 3 in più della Spagna e 5 in più della Cina: poca roba se teniamo in considerazione il fatto che ciò che abbiamo lo distruggiamo, lo lasciamo cadere a pezzi o non lo sfruttiamo come dovremmo.

C’è un solo modo per uscire e salvarsi: investire massicciamente nella cultura. Lo deve fare prima di tutto lo stato, e poi anche i privati. La specializzazione produttiva della nazione deve essere cambiata: così come è stato fatto a Trieste, a Bilbao, nella Ruhr tedesca. Per maggiori dettagli, leggete il libro che ha ispirato questo post “La cultura si mangia”.

Arpaia-Greco_La-cultura-si-mangia

Alcuni tra i più grandi filosofi della distruzione dell’Italia, ma ce ne sono moltissimi altri in tutti i partiti politici:
GIULIO TREMONTI: “Con la cultura non si mangia” (14 ottobre 2010) e “Di cultura non si vive”
SILVIO BERLUSCONI: “Perché pagare scienziati quando fabbrichiamo le più belle scarpe del mondo?”
MAURIZIO SACCONI, che sosteneva che per i laureati non ci fosse mercato e che la colpa della disoccupazione giovanile sta nei genitori che vogliono i figli dottori invece che artigiani
STEFANO ZECCHI: “In Italia i laureati sono troppi”

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22 thoughts on “Gli italiani finiranno a raccogliere pomodori in Bangladesh perchè hanno creduto ad una serie infinita di stronzate (con la cultura si mangia eccome, parte II)

  1. Le Università non sono troppe, sono scadenti. Il programma ministeriale è obsoleto, sono anni che si parla di riformare il sistema formativo e non c’è mezzo ateneo italiano che spicca fra i 200 migliori al mondo.
    I docenti italiani sono una casta di baroni che hanno creato il loro potere su una corporation trilaterale “case editrici-appalti-cattedre”, i giovani non vengono formati per affrontare il moderno mercato del lavoro e imparano cose che non gli servono. La natura di “campo d’addestramento” quale dovrebbe essere lo Stage, o praticantato che dir si voglia, è niente meno che un’occasione di sfruttamento e facchinaggio che non giova a nessuno se non al vassallo che sodomizza l’illuso mezzadro.
    Riguardo agli iscritti all’università, è veramente gravissimo che vi siano così pochi iscritti? siamo nell’era post-doc, cioè nell’era in cui la formazione si è evoluta ai master post laurea?
    1) Laurearsi non è un obbligo. E’ una scelta.
    2) Il made in Italy sovracitato, non è stato costruito sui laureati, ma su capacità imprenditoriali che neppure lontanamente insegnano al miglior master della terra, oltre che ad un efficiente forza lavoro.
    3) i cinesi e mediorientali che arrivano in italia a proliferare nel nostro mercato, sono mestieranti affamati, che anzichè pretendere, danno. Chi da’, comanda.
    Non serve un mondo di titolati che non sanno fare una “O” col bicchiere, serve gente, titolata o meno, che sviluppi un mercato fondato sulle necessità dell’uomo. I mestieri non li vuol far più nessuno, eppure i miei coetanei che hanno appreso il mestiere di famiglia (carrozzieri, meccanici, elettricisti, idraulici, giardinieri, artigiani..) a 27 anni hanno la loro attività e fatturano a sufficienza da vivere in completa autonomia. Tanto di cappello alla loro voglia di apprendimento e coraggio di sporcarsi le mani, in barba a centinaia di laureati dal linguaggio forbito che sono a casa a grattarsi la pancia.

    Articolo approssimativo.

    • 1 – Se le nostre università fossero scadenti (escludendo gli ultimi anni di tagli violenti) non produrrebbero una classe di ricercatori tra le migliori al mondo. Sicuramente i programmi sono obsoleti, ma la necessità di rinnovamento è diversa cosa dalla presunta inutilità e dalla conseguente volontà di disintegrarle.
      2 – Il fatto che i baronati universitari abbiano gli stessi problemi di “casta” di molti altri settori del nostro paese non va a pregiudicare il discorso sulla necessità di cultura che stavo facendo.
      3 – Nessuno ha detto che laurearsi è un obbligo.
      4 – Il made in Italy sovracitato sta morendo (statistiche alla mano, come da articolo), e quando è nato non è stato costruito da laureati perchè di laureati ce n’erano cinque in tutta la nazione. Ora i tempi sono piuttosto cambiati, il tuo ragionamento non è più valido da almeno vent’anni.
      5 – Non si stava (per niente e da nessuna parte) facendo un discorso sulla necessità di titoli: la laurea è solo uno degli aspetti della formazione e della cultura, e se guardi ho differenziato anche le analisi di PIL tra industria culturale, ricerca e formazione.
      6 – I lavori che tu citi e con i quali i nostri connazionali campano bene oggi funzionano ancora perchè l’Italia non ha saputo creare spazio e opportunità per tutti gli altri, visto che è rimasta un pezzo indietro, e se andiamo avanti così ci toccherà tutti tornare a lavorare la terra. Che potrebbe andarmi anche bene, se la decrescita fosse volontaria, felice e intelligente e non ci tagliasse fuori dal mondo (ma nessuno di questi aggettivi troverebbe un potenziale riscontro nella realtà, visto che ci togliamo il cibo da bocca per comprarci l’iPhone).
      7 – Considerazioni approssimavive le tue quanto approssimativo l’articolo mio.

    • Tra un pò i tuoi amici artigiani si ritroveranno tutti per strada, come sta già succedendo, non avendo studiato non possono rivendersi neanche come operai specializzati per grandi aziende o all’estero.

  2. è evidente che non è stato appreso quanto volevo esternare con il mio discorso, ma probabilmente non sono stato abbastanza chiaro, oppure, più semplicemente, è stato volutamente malinterpretato. Tò, comincia a leggere un articolo che m’è appena arrivato sotto al naso: http://www.notiziestrane.org/2013/05/miliardario-paga-i-giovani-con-idee.html paradossalmente, non sono un milionario ma qualche ora fa ho espresso lo stesso concetto. Evidentemente c’è necessità di idee a prescindere dall’istruzione, talvolta fumosa?
    Il mio ragionamento non è valido da almeno 20 anni, ma per contro, non vedo una classe di laureati italiani che scrive dai vertici di aziende da loro create e che guidano il paese ad essere una delle nuove potenze globali, ne qui, ne tanto meno all’estero, e i tempi sono cambiati ma non si parla di idee, le quali nascono dall’inventiva, più che dal titolo conseguito da cultura deglutita in pillole. A riprova di quanto dico c’è il mio lavoro: fare quello che non sanno (o non vogliono) fare gli architetti. Eppure, mi arrivano curriculum di laureati in architettura che fanno domanda di lavoro. Il laureato che viene a chiedere lavoro al diplomato, è quanto meno paradossale. Se fossi un datore di lavoro direi:”ok, chapeau al tuo titolo di laurea, ma cosa sai fare?in che modo dovresti servirmi?”
    Condivido invece il sesto il punto, che risulta meno spiccio degli altri e probabilmente, da esso, si riesce a conciliare quanto sto cercando di dire: servono idee. Ci sarebbe tanto di quel lavoro da fare in Italia che la gente non se lo immagina neppure, se si guardano le necessità della collettività. Parlo di necessità vere, che ce le da’ un sistema disfunzionante come questo.
    Son giustificazioni. A questo punto, ha più senso prendere la propria voglia di fare e andarsene. Darsi degli obiettivi, imparare ad arrangiarsi, chiudere le dispense, spegnere la tv, smetterla di guardare Ballarò, Servizio Pubblico e capire com’è realmente cambiata la visione d’insieme globale del lavoro. La cultura non è una pastiglia da mandar giù. Mi duole dirlo, cara, ma non sta scritto da nessuna parte che una laurea ti forma. La festa che vogliono organizzare per celebrare l’evento è una pagliacciata di cui nessuno ha bisogno. Ciò che hai in mano è un pezzo di carta, non conta niente. Non c’è nulla da festeggiare. Si festeggia il futuro, non il passato. Per titoletti e boria, c’è sempre la precarietà.

    • Sono d’accordo con molto di quello che dici. Io non sono laureata, e ho a che fare con un sacco di laureati che non sanno nè scrivere l’Italiano nè che tipo di ordinamento abbia lo Stato Italiano.
      La laurea non è una condizione imprescindibile, ma la formazione e l’istruzione sono un indicatore prepotente: le statistiche dimostrano che dove c’è meno istruzione e dove c’è meno partecipazione alla cultura, l’economia oggi va di merda (in Europa, appunto: Italia, Grecia, Spagna, Portogallo e Irlanda): oggi non è più come cinquant’anni fa.
      Non è la laurea a fare una persona in gamba (siamo circondati da esempi che lo dimostrano), così come non è la posizione ricoperta (in Italia, soprattutto) a fare un professionista capace. Ma i macrofenomeni parlano chiaro.
      La Puglia e il Salento, ad esempio, non si sono risollevati solo con le lauree, ma con Festival di musica e cinema, eventi culturali e riqualificazione del territorio (+20% del turismo in pochi anni, occupazione in crescita del’1,1% in totale controtendenza con la nazione e l’Europa intera). I progetti devono essere completi e strategici. Trieste, città morta con l’annessione all’Italia, si è riqualificata diventando un’importantissima città della scienza. Pordenone con cinema, letteratura e arte.
      Quelle che tu riporti sono tue idee personali e che, ripeto, in molte parti condivido. Io però credo che la risposta sia comunque la cultura e la conoscenza, e ti sto portando statistiche che danno ragione a questa ipotesi. Se abbiamo un sistema formativo che ha delle falle, perchè diavolo ci viene in mente di annientarlo anzichè risanarlo?
      Possiamo discutere fin che vuoi sulla mia ipotetica malafede nell’interpretare ciò che hai scritto (sai che m’importa di far della fatica per mal interpretare) o nei “titoletti e boria” (idem come sopra), ma i numeri e i fatti sono questi. E parlano indipendentemente da te, da me, dall’amico laureato che coniuga male il verbo avere, o dall’amico diplomato che ha avuto il lampo di genio. Ognuno di noi credo abbia da riportare esempi dell’uno e dell’altro fenomeno.
      Ma le idee di cui parli tu quando dici “ci vogliono idee” non vengono a caso. Le buone idee men che meno. Il know-how, la struttura socio-economica e i soldi per realizzarle non parliamone neanche (una buona idea, se non ha nessuno che investe per realizzarla, serve a ben poco): nel mondo di oggi, intendo, non in quello di cinquant’anni fa. Oggi non siamo più nell’era industriale, come lo eravamo nel dopoguerra. Altro che “titoletti e boria”. Direi “pane e cipolle”, se non ci muoviamo. Ah, ora sto iniziando il libro “Ignoranti”, di Ippolito: anche qui, temo, ne leggerò delle belle.

  3. Concordo con Elena. Ottimo articolo che condivido in pieno. La cultura ci salverà ne sono convinto. Cultura che passa anche dai percorsi universitari e che troppo spesso si riduce a mnemonico nozionismo da esame e successivo reset per quello dopo.La laurea oltre alle competenze dovrebbe (almeno per la mia esperienza è stato così) “aprirti” a livelli di comprensione un po’ più elevati e darti degli strumenti più appropriati e focalizzati per leggere e dare la tua interpretazione del mondo che hai intorno. In questo senso non vivo la mia laurea come un semplice pezzo di carta ma come l’attestato di un percorso intrapreso e concluso. E’ solo un pezzo di strada non la chiave per aprire chissà quale portone ne la garanzia di un posto di lavoro.Abbiamo bisogno di tutti, dall’idraulico al cervellone per crescere, abbiamo bisogno gli uni degli altri. In azienda come nella vita (http://zincaturatrepuntozero.com/2013/05/14/i-zincroods). non ci serve un “corpo” muscoloso ma microcefalo ne un macrocefalo rachitico…C’è bisogno di educazione in questo senso ma è un cammino che dobbiamo intraprendere altrimenti tra qualche decennio il nostro made in Italy si trasformerà nell’odierno Made in China (Senza nulla togliere ai lavoratori cinesi).

  4. Attenzione: i paesi europeri (fuori l’irlanda) che hai citato, son paesi la cui mentalità di matrice prevalentemente borbonica è fondata sul lazzaronaggio e l’assistenzialismo. Ho collaborato con spagnoli, equivale a spararsi nelle palle. Parecipazione scarsa, impegno scarso, creatività nulla, cura nell’operosità sciatta, pressapochismo… lì è mentalità, non mancanza di cultura. Son due binari differenti, perchè posso essere colto ma non necessariamente furbo, produttivo e intelligente. Su una cosa posso essere d’accordo al 100%: la cultura è importante per non farsi prendere per il culo.
    Ma per tutto il resto, ci sono giochi finanziari troppo potenti per esser captati dal nostro cervello. L’altro ieri la borsa di Amsterdam ha chiuso a + 11,6%. Come lo spieghi? Non sono gli Olandesi ad esser di punto in bianco più in gamba degli altri, quindi per forza di cose la cerchia si restringe… ed è tutto fondato su questo gioco perverso, di fronte al quale siamo “impotenti”. Ma qualcosa di può fare, ed è un altro discorso.
    Torniamo alla nostra istruzione: Proprio perchè non sanno ne leggere ne scrivere sono il frutto di una formazione che per la maggior parte è vecchia e fallimentare. Non c’è un rapporto docente-studente, quel legame costruttivo che invece è molto acceso nei college statunitensi e permette ai singoli di ottenere ulteriori chiarimenti e possibilità di fare esperienze lavorative che allarghino il loro bagaglio culturale, anzichè snellirlo. Parliamoci chiaro.. sono d’accordo che siamo ignoranti, io stesso lo sono, ma un po’ tutti lo siamo se consideriamo che la media europea conosce fluentemente 3 lingue quanto noi abbiamo un tasso di analfabetismo preoccupante, senza tralasciare che abbiamo una storia e forme d’arte tra le più invidiate al mondo e le snobbiamo volontariamente (basti pensare che a Milano abbiamo il cenacolo che attira turisti dal Giappone mentre moltissimi giovani italiani non sanno lontanamente che cosa sia) ma il bagaglio formativo più grande è l’esperienza “in loco”, non sui libri.
    Io credo fortemente in una ripresa generata dalle idee. I giovani le idee le hanno. Vanno stimolati, incentivati, è dalla crisi che sorge l’inventiva, e questo lo sosteneva Einstein. Quì abbiamo una crisi di sistema.
    In Italia di laureati ce ne sono, e pure troppi. Il problema risiede nel sistema. Ero una matricola universitaria, e inizialmente molto entusiasta: mi sono ricreduto dopo pochi mesi. L’università, almeno quì, insegna poco e niente. Il risultato sono vagonate di laureati che non sanno fare niente. Non ci sono efficienti praticantati affiancati alla teoria. Non ci sono contatti con le aziende. Non ci sono laboratori. I professori occupano la scrivania come 4° lavoro e ripetono una lezioncina preconfezionata a mo’ di mangianastri. E’ normale che sono nuclei di demotivazioni più che di stimolo per un giovane. Molti ci rinunciano, altri si ritirano, basta che vedano i risultati di chi la completa. Come possiamo pensare di allinearci agli standard internazionali con un’istruzione così fiacca? Abbiamo circa 4.000 corsi di laurea differenti.

    4.000. E’ una follia.

    Scienze del fiore e del verde. Gattologia. Comunicazione e società. Assurdità formulate a dar lavoro alla corporazione “docenti-case editoriali”. L’Università italiana così diventa una S.p.a. a fini di lucro che genera, indirettamente, una generazione di eterni nullafacenti.
    L’idea su cui sto lavorando da un mese, ossia di realizzare murature portanti e perimetrali sfruttando l’immondizia in esubero, non me l’ha insegnata l’università. Se però un domani dovesse andare in porto, sarà stato merito dell’inventiva e di un’idea in cui credo. Se non dovesse andare in porto, ci avrò provato e avrò steso delle basi per chi verrà dopo di me.

    Servono idee. Serve una visione d’insieme nuova e diversa. Non possiamo pretendere che le cose cambino se continuiamo a far sempre le stesse cose. Per rilanciare il mercato occorre scostarsi da una logica di consumo e profitto.
    Alessandro, un caro amico architetto, non ha avviato la sua attività cementificando conigliere di 20 piani, bensì realizzando un taccuino completamente impermeabile di materiali industriali totalmente riciclati.
    Ne ha già venduti 500 in tutto il mondo.
    Forza, ragazz, siamo nel 2013. Non perdiamoci d’animo. C’è il web. Ci sono molti canali di apprendimento e informazione. Le biblioteche sono ovunque.
    Prima di pensare a laurearci in scienze delle merendine cominciamo a smontare il dato triste dove leggiamo mediamente 2 libri all’anno.
    Poi torneremo a studiare facoltà di dubbia utilità.

    • Andrea, parto da “In Italia i laureati ci sono, e pure troppi”. Hai letto le statistiche che ho postato sulle percentuali dei laureati? Ne abbiamo pochissimi rispetto ai paesi dell’Ocse, santoddio.
      E non c’è correlazione tra lo stato assistenzialista e l’essere dei cazzoni, perchè il nord Europa ha uno stato sociale pazzesco, eppure non ha i nostri problemi: il welfare è quello che ci manca, insieme alla cultura.
      E per capire la finanza di cui parli, cosa pensi che ci voglia se non cultura, formazione e informazione?
      Per realizzare le tue idee cosa pensi che ci voglia se non un ambiente pronto a ricevere conoscenza e a produrne? Come ti dicevo prima, non basta qualcuno che abbia le idee, ma qualcuno che sia pronto a capirne la portata e l’importanza e investirci sopra. E questo dipende dalla cultura, da niente altro.
      Non legare tutto il discorso alla laurea, non è lì che stiamo puntando: quello è solo un indicatore e un tassello, non so più come dirtelo.
      Ripeto, io non sono laureata, ma studio come una cagna in continuazione e mi faccio un culo quadro. Lavoro sulla mia conoscenza, anche fuori dalle università. Ma tutto rientra nel discorso che sto facendo.

  5. Non si può fare una riflessioni sul troppi o troppo pochi omettendo una premessa: a cose serve una laurea? Quale ruolo lo Stato attribuisce all’istruzione?Se la laurea serve a renderti un perfetto strumento di produzione, e l’istruzione è lo strumento attraverso il quale uno Stato si colloca nella divisone mondiale del lavoro ,c’è un assoluto esubero di certi laureati. Troppi avvocati,psicologi, letterati e filosofi. Mentre uno psicologo serve Big Mac, un imprenditore non trova piastrellisti. Se invece la laurea è lo strumento attraverso il quale lo Stato plasma cittadini maturi e li eleva come esseri umani, allora c’è una assoluta carenza di laureati. Qual è poi lo scopo della cultura? Arrivare a produrre più cose nel modo più efficiente possibile o crescere uomini che riescano a dare un senso alla loro esistenza , trovino la loro dimensione, e si organizzino in una collettività che li faccia tendere verso la felicità?

  6. L’Islanda ha avuto il grande merito di sapersi riformare sia dal punto di vista politico che sociale, ma non è corretto dire che è uscita dalla crisi grazie al ministero delle idee o cose simili. L’islanda, in perfetto stile mediterraneo, ha fatto pagare la sua crisi a olandesi e inglesi; ha ricevuto prestiti a lungo termine dal fondo monetario internazionale; ha ricevuto prestiti dalla Russia interessata ad avere un partner strategico. E se l’Islanda , con tutta la mia stima,è il circo d’Europa ,lo può essere perché qualcuno le fornisce il pane, siano essi cinesi, americani o russi.
    La domanda è: quale cultura? La cultura non deve essere vista in un’ottica di vantaggio competitivo: investo in cultura, saremo più competitivi, saremo più ricchi, vivremo meglio. Questo tipo di cultura è quella che ci sta portando verso il disastro.Siamo un treno in corsa che accelera sempre di più e con nessuno al comando. La cultura deve essere conoscenza dell’uomo, dei suoi veri bisogni, la sua guida verso il benessere. La risposta alla crisi non può essere più ingegneri, più fisici, più chimici , per produrre meglio in minor tempo. Non si può parlare di maggior cultura tout court . Il risultato sarebbero più beni ma lo stesso senso di frustrazione indotto da bisogni artificiali; più ricchezza e devastazione ambientale; più merci mentre ci si dirige verso il tracollo. Questo sta accadendo. Quindi “quando sento parlare di cultura metto mano alla pistola”.
    Più cultura, più università, più insegnanti ma a servizio dell’uomo, per emancipare l’uomo, non per renderlo schiavo.
    E’ solo un invito a riflettere sul senso della cultura, sono certo che ti auguri il bene dell’uomo e non la sua rovina.

    • Ale, assolutmente d’accordo. Nelle considerazioni che ho fatto nel post la cultura viene considerata a 360°, e nei commenti ho esposto anche l’esempio dello sviluppo salentino, che poco ha a che fare con ignegneri e scienziati. Idem per BIlbao, ad esempio, o per la Ruhr. Il libro di Arpaia e Greco nasce per smantellare i luoghi comuni errati che sono stati creati e alimentati per legittimare la distruzione del sistema che è stata messa in atto. L’aspetto della cultura di cui tu parli (crescita umana, sociale, civile, qualità della vita e della coesistenza) è già chiaro più o meno a tutti, ma viene appunto giudicato come aspetto poco rilevante da una società e da un sistema che mette l’economia al centro di tutto. Tremonti e tutta la sua banda hanno appunto detto che sì, la cultura è tanto bella ma non ci serve a una mazza perchè non produce ricchezza e lavoro. Ecco, è proprio questo l’aspetto da sbugiardare. Su tutto il resto penso ci siano pochi dubbi, anche perchè il potere rivelatore della cultura si manifesta e sprigiona ovunque la cultura e il sapere vengano lasciati entrare.Lungi da me sponsorizzare la funzione produttivistica e consumistica del sapere: è un aspetto, certo, ma non è certo quello più importante nè necessario.
      C’è solo da rimarcarlo a chi ne nega le potenzialità.

  7. L’ha ribloggato su Infinite forme bellissime e meravigliosee ha commentato:
    Un’interessantissimo post che analizza l’opera di convincimento effettuata dalla nostra classe dirigente, basata sul postulato che la cultura (nella sua accezione più larga, comprese la scienza e la ricerca) è del tutto inutile per il nostro paese. E noi, fessi, ci crediamo.
    Poi non venitemi a dire che non è vero che si sta effettuando una sistematica opera di distruzione della scienza e della ricerca nel nostro paese.

  8. Un altro fattore inquietante è lo svilimento dell’istruzione delle persone, analizzando la tipologia di annunci di lavoro, si assiste ad una richiesta sempre più alta di competenze che però non coincide con la paga offerta che nella più rosea delle ipotesi non supera le 800 euro mensili, bisogna essere sempre più specializzati per aspirare a malapena ad uno stage con rimborso spese. Proprio oggi ho letto un annuncio in cui vengono richiesti dei laureati in lettere o percorsi affini per essere impiegati come addetti vendita per il bookshop della Mondadori presso la mostra del cinema di Venezia. Ancora non riesco a farmene una ragione!
    http://www.ticonsiglio.com/lavoro-mostra-cinema-venezia-2013/

  9. Le propaganda che è stata fatta contro l’istruzione e la cultura in Italia è stata talmente intensa e lunga, che anche qui qualcuno arriva a elencarci le bugie del regime.
    E cosi, le classifiche, …. etc etc etc.
    Ma qualcuno di quelli che nominano tanto queste classifiche, sa quali sono i parametri che queste classifiche considerano?
    Sapete perché sono poche le università italiane nei primi 200? (ci sono e ci sono anche dei dipartimenti nei primi 50 ma sono poche, ok, sono quante ce ne possiamo permettere con quello che ci investiamo, salvo oscillazioni dalla media che dipendono da tanti altri fattori)
    In ogni caso quali sono questi parametri? informatevi e ragionate (se potete, la seconda cosa).

    E poi, non è neanche questione di visione produttivistica della cultura, noi non siamo neanche a quel punto.
    Magari ci fosse ALMENO una visione produttivistica del sapere.

  10. L’errore più grande che si possa fare è dire: l’Università non insegna a lavorare. Compito dell’Università è darti un bagaglio di conoscenze che poi la tua bravura, sagacia, duttilità dovrà applicare nella professione/lavoro. Compito di insegnare un lavoro è delle scuole professionali (altro grande buco nero italiano). Nella mia professione di Agronomo molte volte ho avuto modo di risolvere problemi o guai, grazie alle conoscenze che avevo acquisito anni prima e che giacevano da qualche parte pronte ad uscire fuori. Se non hai un cospicuo bagaglio culturale la tanto decantata esperienza non diventa altro che tradizione, ripetere all’infinito sempre le stesse cose in maniera acritica.

  11. Prossima all’Estate (si scive con maiuscola?) chiuso il campionato da bar sport le “madame” dismesse le solite cose: caslingofamiliarfitnessmarito di complemto (si sa mai certi prutiti stile scappatelle alla Thelma and Luise) di cosa discutere amabilmente: arte&cultura? Carmen dat finalmente panem, eccome alla faccia di chi ci vuol male. Patrimonio universale italiano: magna tu che m’abboffo io. Una industria così ce l’invidano i Crucchi che fra poco si piglieranno pure le pietre (nemesi dell’Impero, eh) e gli star and stips ma pure loro oyeee. Dopo, certo pure si può anna a raccoglie li pomodori in Banglasesh è che sarà mai, boni lì li pomodi e famo affari da pomi d’oro. Semo o nun semo ‘taliani?
    Resta da capire quanto i bojardi e maitres a complemento oggetto, in tutti i sensi si capisce, sono il portato di tanta “cultura” che da mane a sera viene espressa dalla tivù a reti unificate, certo va a sapere. Mi occupo d’immagini da mezzo secolo, mai visto tanta barbarie. E d’altronde la nostra “cultura” di salotti sulla tratta Roma-Milano-Roma, questa è: un bieco provincialismo ammorbante, piccino piccino e servile. Buona fortuan ragazzi che lasciate l’Italia per altri lidi, che si augura meno peggio che qui nel Belpaese, non quello del formaggio, forse.
    Michele Annunziata fotografo

  12. Io credo che, al di là di tutti i difetti possibili del sistema universitario e di tutte le imprecisioni e le mancanze nel rapporto tra scuola e mondo del lavoro, sia proprio quest’ultimo ad avere sempre seri pregiudizi nei confronti dei laureati. E alcuni commenti a questo post non fanno che confermare la mia convinzione.

    Ciao

    GdM

  13. Pingback: Verso il 2030: il lavoro sarà migrazione, tecnologia,specializzazione | Elenatorresani

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