Cambio vita (e altre speranze)

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Lo si dice sempre più spesso. E non è più come qualche anno fa che eravamo tutti “solo” stressati dai ritmi e sotto pressione lavorativa, e vaneggiavamo sull’aprire un baretto su un’isola deserta per mettere fine a una vita insostenibile: un sogno da due soldi, sempre uguale, con cui ci riempivamo la bocca sicuri che nessuno di noi avrebbe mai nemmeno provato a realizzarlo.
Oggi molti di noi sono senza lavoro e, se sono fortunati, possono contare su ammortizzatori sociali che non permettono certo di vivere sereni: un dente cariato e si è già in emergenza. Quelli che uno stipendio ce l’hanno ancora, in genere non ci fanno granché: il potere d’acquisto è crollato e, anche le 10 euro che una volta finivano con noncuranza in qualche tasca del cappotto per essere ritrovate la stagione successiva, oggi vengono tracciate con accuratezza maniacale da qualsiasi possessore.
Questi sono i motivi che portano a dover cambiare vita per forza, i momenti in cui la contingenza ci fa sbizzarrire nel trovare soluzioni. Si risfodera l’ipotesi della decrescita, dell’orto e del discount, del comprare meno ma locale e meglio. Si pensa di mettere a frutto i propri talenti per reinventarsi un futuro perché dal sistema non arriva più nulla di buono.
Un sistema che ti vessa ma non ti salva, né ti fornisce opportunità, ti porta a ripensare alla tua vita, agli sbagli che hai fatto insieme a tutti quelli che condividono quel sistema con te.
Ci hanno insegnato che un lavoro piacevole era un miraggio per sognatori falliti, che il 27 del mese era un appuntamento che valeva la rinuncia alle passioni, che studiare ciò che amavamo e per cui ci sentivamo portati era una velleità da perdenti. Ci hanno detto che dovevamo produrre, raggiungere traguardi, se possibile far soldi: a scapito dei nostri rapporti interpersonali, del pianeta, della salute, dell’etica, dei sentimenti. In molti ci siamo chiesti se la vita fosse solo questo.
Il primo buon frutto che vedo maturare da questa crisi sta nelle persone che alzano il dito medio ad un sistema di valori e di cose che ci ha brutalizzato, impoverito, spremuto, condannato, senza darci una via d’uscita collettiva: ognuno, la via d’uscita, se la deve trovare di suo, cercando magari di scovare intorno a lui quel certo barlume negli occhi dei suoi simili che vogliono sopravvivere, prendendoli per mano. Si può emigrare (e sapete quanto mi piaccia l’idea di un’emorragia di massa), ma si può anche scegliere una vita diversa qui, per quanto difficile sia.

Cito tre storie: una da Istanbul, dove migliaia di persone in tutta la Turchia stanno manifestando per difendere il più grande parco di Istanbul, contro la cementificazione invasiva, contro la speculazione commerciale e politica, contro l’arroganza di un potere.

Un’altra dal blog di Alessandro Gilioli, che parla di lavoro, qualità della vita e riappropriazione degli affetti (la trovate QUI).

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La terza dalla pagina Facebook di Michela Murgia, che relativamente al progetto Eleonora per le trivellazioni Saras, scrive:
[venerdì, 31 maggio 2013]Ieri è stato uno dei giorni più belli della mia vita: una sala stracolma di persone – famiglie, anziani, bambini, donne e uomini di Arborea – che hanno agito la democrazia come sempre la vorrei vedere e hanno cacciato a suon di fischi i petrolieri inquinatori della Saras dopo avergli spiegato per sette ore i motivi per cui le loro trivelle non sono compatibili con la salute di uomini, animali e piante. Non pensavo mai di arrivare al giorno in cui un maestro delle scuole medie avrebbe spiegato a un ingegnere della Saras la differenza di peso tra la molecola di metano e quella di idrogeno solforato. Non credevo di vivere fino al momento in cui un’anziana casalinga del Campidano avrebbe zittito il management dei Moratti citandogli Kant. E’ stato bellissimo sentire Franco Contu, segretario di Progres, dire ai rappresentanti della Saras che “Non basta che non mettiate le trivelle. Fate di più, bonificate e salvatevi l’anima. Ne avete solo una, e non potrete venderla ai russi”. Anni luce sopra la visione dei politici regionali presenti, povera razza di servi spaventati e corrotti, che sono stati superati dalla loro gente in consapevolezza, competenza e dignità. Le cose stanno cambiando.

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[mercoledì, 5 giugno 2013]Oggi alle 10 del mattino si vota l’insensata mozione a favore della ricerca di gas metano firmata dai consiglieri del PD Giampaolo Diana, Tarcisio Agus, Mario Bruno, Lorenzo Cozzolino, Giuseppe Cuccu, Vincenzo Floris, Gavino Manca, Valerio Meloni, Cesare Moriconi, Chicco Porcu, Franco Sabatini, Gian Valerio Sanna e Elia Corda. Chi voterà a favore di quella mozione – e i loro nomi, insieme a quelli dei proponenti, non saranno dimenticati – sta dicendo che se ne frega di tutti i cittadini sardi che hanno detto chiaramente alla Saras che non vogliono più stare a guardare inermi la devastazione della loro terra. Quello è un voto contro i sardi a favore dell’azienda più inquinante del nostro territorio, è un voto a favore di un combustibile fossile a dispetto dell’energia verde, ma è soprattutto un voto a favore di un modello di sviluppo che non solo è morente, ma mentre muore uccide tutto quello che ha intorno, noi compresi. Sono ansiosa di vedere chi si assumerà la responsabilità di dire sì.”

E’ il momento di girare pagina.

“Il denaro non ha sempre lo stesso valore, al contrario degli uomini che valgono sempre uguale, o tutto o niente” (Josè Saramago)

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