Cassa integrazione e felicità

elena torresani castelsardo

La vita talvolta ti porta a desiderare moltissimo qualcosa che avevi giudicato il peggio che ti potesse capitare. Ho sempre creduto che l’ammortizzatore sociale fosse l’anticamera del fallimento e della disperazione, un tracollo personale e sociale da scongiurare a qualsiasi prezzo.
Crescere negli anni ’80 ha significato per me scegliere di essere un perito aziendale rinunciando al liceo classico, sognare di diventare una manager anziché assecondare le mie passioni letterarie. L’imperativo era far più soldi possibili, diventare produttivi presto e mantenere il curriculum testosteronico.
Ho lavorato come un asino per tutta la vita, facendo spesso due lavori e non smettendo mai di studiare.
Ma magari poi arriva il momento in cui lo scollamento tra la vita orientata al pagamento del mutuo e ad un certo stile di vita si stacca con prepotenza dalla vita che hai sempre sognato. E questo momento magari arriva proprio quando la società che ti ha cresciuto tradisce se stessa e non è più nemmeno all’altezza di garantire i sogni dopati e fasulli che aveva indotto e preteso.
Le vacche magre rivelano tutta la menzogna di un sistema orientato all’arricchimento smodato di pochi attraverso il rincoglionimento di tutti, rivelano la mediocrità di una classe dirigente incompetente, incapace, vigliacca e senza etica nella migliore delle ipotesi.
Dopo una lunga attesa, tanti trapianti di fegato e mesi vissuti nell’incertezza è arrivata la cassa integrazione.
Nel mio caso “cassa integrazione” significa una situazione economica tragica anche a causa degli stipendi che il mio datore di lavoro si è preso il lusso di non pagare ai suoi dipendenti (potendolo fare ad oltranza per legge, tra l’altro).
Ma “cassa integrazione” oltre a “pane e cipolle” significa anche una libertà tanto attesa. Continua a leggere

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