Quando le donne rinascono, lo fanno seriamente: la storia di Martina Gruppo, La Fata del Caffè

Il 26, 27 e 28 agosto, L’Unione Sarda ha pubblicato un mio racconto in tre puntate. Quando me l’hanno chiesto non sapevo che fare: chi mi conosce e mi legge sa che non ho fantasia, so scrivere solo di cose vere, di cose che conosco.
Così ho scelto di raccontare di Martina Gruppo, perchè la sua storia può insegnare molto ad ognuno di noi, soprattutto in un periodo in cui molti si sentono sconfitti dalla società, dallo Stato, dal mondo del lavoro. Martina ha trasformato il suo dolore personale in felicità collettiva, e ci dice che si può ricominciare sempre, magari lontano da dove avevamo creduto, e non sto parlando solo di geografia, ma anche di emozioni.
Per chi non ha potuto comprare L’Unione, ecco qui la versione integrale del racconto. Buona rinascita a tutti.

unione sarda

La fata del caffè
Racconto di Elena Torresani per l’Unione Sarda

PRIMA PUNTATA
A guardarla Martina sembra arrivare da lontano.
Con sé porta un esotismo che può ricordare le vie della seta del vicino Oriente o le terre a ridosso delle Ande, poco prima che le montagne inizino ad arrampicarsi dure. Il taglio dei suoi occhi anticipa favole, e l’eleganza dei suoi gesti racconta di tradizioni che non sappiamo più ricordare.
Eppure nel suo sangue scorrono l’Italia e l’Irlanda, spiazzando con l’incontro tra Nord e Sud dove s’intravedeva quello tra Est e Ovest.
Una bambina cresciuta in Inghilterra dovendo spiegare cosa significasse quel cognome straniero che suonava comunque bizzarro anche a Biella, quando veniva a far vacanza da quel nonno paterno a cui confidò il suo sogno precoce di viaggiare per il mondo.
Martina Gruppo a dieci anni immaginava per sé un futuro da imprenditrice, ma se lo ricorda solo oggi. Sognava tacchi, tailleur, valigette in pelle e tanti aerei coi quali attraversare paesi e incontrare popoli.
Non poteva sapere, mentre chiacchierava con suo nonno sulle sponde del Lago Maggiore, che solo i costumi sarebbero stati diversi, e che il mondo lo avrebbe attraversato con ballerine, jeans e zaino, parlando alle genti di un sogno realizzato e di un miraggio possibile: provando a cambiare il mondo ci si può ben concedere il lusso della comodità.
La vita però i sogni li nasconde, li dimentica, i bambini veggenti vengono invitati a diventare adulti arruolati, le aspettative schiacciano le anime e là dove c’era un aereo compaiono scrivanie, uffici, cartellini da timbrare e archivi da tenere in ordine.
Martina dimenticò il nomadismo della sua anima, finì le scuole, mise radici e iniziò a pagare le tasse, s’innamorò di un uomo incontrato sul posto di lavoro e mise su casa. Passò la sua prima vita giocando a tennis e facendo shopping, coltivando la passione per la cucina e l’ambizione di una famiglia numerosa.
La cultura italiana e quella irlandese che si fondevano impetuosamente dentro di lei non potevano che alimentare i sogni delle donne col suo sangue, che sapevano vedere la pienezza tra pentole e culle e non necessitavano di orizzonti lontani né di spiazzanti visioni d’oltremare.
Ma per quanto ardente sia il nostro desiderio di compimento, non sempre la vita va come ce la immaginiamo né tantomeno come la vorremmo: la meraviglia sta nel riconoscere in questa disobbedienza del destino un’enorme fortuna e non una sottrazione che non si riesce a perdonare.
Martina era un’ottima cuoca, e amava invitare amici a cena. L’ospitalità diventava una sorta di missione in quei giardini di Londra dove la socialità del mondo leggero trovava palcoscenici adatti per rispondere alle esigenze di un’epoca mondana, godereccia, senza sbavature.
A rendere perfetta quella vita equilibrata, armonica, intonata, mancava solo la benedizione di un figlio. Roba da poco, a pensarci bene. Tutti sono capaci di fare un figlio. Di crescerlo magari no, ma a farlo non ci vuole nulla. E se c’è qualche intoppo basta curare la luna, la temperatura o il calendario. E se proprio queste cose non funzionano ci sono la scienza, la medicina, i luminari che fecondano anche le ottuagenarie.
Martina voleva essere madre come solo le donne nate madri lo desiderano, e decisamente non sono tutte le donne. Voleva un figlio che fosse frutto di lombi, DNA e corpi fusi. Voleva un’eredità genetica d’amore, un’immortalità che profumasse di latte e crema idratante. Sognava notti insonni e bocche sdentate appese ai suoi capezzoli con ingordigia. Voleva nutrirsi col miracolo della creazione, desiderava lo stupore della vita che cresce e sbalordisce, quella vita che mette i denti, gattona, cammina, cade e si rialza.
Un bisogno ancestrale di perpetuazione che ha a che fare coi richiami viscerali del sangue e della specie, il sogno di fare della famiglia il luogo sacro in cui accadono le cose migliori.
Per quanto siano semplici, i sogni che non si avverano possono diventare condanne e ossessioni.
Martina voleva molti bimbi, ma non ne vide arrivare nessuno.
Decise di provarle tutte, e iniziò il percorso in salita delle donne ostinate: valutò medici, ospedali, esami e laboratori, ma ad un certo punto si trovò sola. Un giorno sentì la mano vuota, perché non c’era più nessuno a tenergliela stretta. Si voltò, e scoprì che suo marito se n’era andato.
In quel tunnel di accertamenti e tentativi, alla vigilia dell’inseminazione venne abbandonata dall’uomo dal quale si era forse disconnessa senza accorgersene e in un attimo si rese conto di aver perso tutto ciò in cui aveva investito.
La casa che custodiva ogni suo desiderio venne smantellata dalla realtà delle cose, e il nido che aveva abitato fino a poche ore prima si trasformò in un campo profughi allestito in fretta e furia.
Non c’erano più mura a proteggerla, né mattoni né tetti né niente. Non c’erano più il tennis, le cene tra amici, la cucina, l’ufficio, lo shopping, non c’era più Londra: c’era solo lei al centro di una terra distrutta e depredata, e la fine della sua prima vita aveva i colori e gli odori del fango d’alluvione.
Quando i grandi sogni si disintegrano e tutto ciò in cui abbiamo sempre creduto ci tradisce, esistono due strade davanti a noi: il mausoleo e la rinascita.
Martina passò mesi disperati, in cui pensare ad una via d’uscita sembrava uno sforzo non affrontabile.
Iniziò dai frammenti che le erano rimasti, taglienti, tra le mani. Studiò se stessa per capire da dove ripartire ora che tutto ciò che aveva sempre rincorso l’aveva lasciata senza opportunità né appigli, e capì che il suo amore per i bambini andava al di là della fecondazione e della filiazione.
Fuggì dall’ipotesi di trasformare la sua vita nella mummificazione di desideri inesauditi e occasioni mancate, e dimostrò che la fertilità delle esistenze travalica con prepotenza quella degli apparati riproduttivi.
Per farcela però aveva bisogno di lontananza. La sua seconda vita, per compiersi, pretendeva distanza dai dolori furibondi che avevano raso al suolo speranze e percorsi.
Cercò la rinascita come solo le donne sanno fare: e questa volta non permise a nessuno di smantellare il suo sogno.

martina gruppo 2

SECONDA PUNTATA
Quando la vita ti gira le spalle a volte vale la pena di prenderla per il bavero e costringerla a guardarti in faccia e a darti conto, ma investire il tempo nel rammarico non è mai stata una soluzione contemplata dai combattenti.
Martina amava i bimbi, voleva circondarsi di loro, forse perché le piaceva frequentare la speranza.
Decise che l’impossibilità di metterne al mondo non l’avrebbe trasformata né in cenere né in pietra, e iniziò ad immaginarsi come poter disporre al meglio di quell’amore inespresso e straripante che non poteva perdere di senso restando ingabbiato sottopelle.
Il mondo era pieno di opportunità anche per chi, come lei, aveva bisogno di chilometri frapposti tra il dolore e la rinascita, perché le metafore talvolta necessitano di materia e strada per compiersi davvero.
L’Italia arrivò in soccorso, questa volta con sabbia e Maestrale, e la forma forte dell’isola dei nuraghi: Martina accettò l’invito di un’amica sarda che le offrì ospitalità, e quella lontananza che serve per vedere meglio le cose. Le pietre e il mare di Gallura la curarono, i sentieri della Barbagia percorsi a cavallo le misero in ordine i pensieri, i profumi dell’elicriso e della melissa fecero il resto: oggi, quando ripensa al momento della rinascita, Martina sente la liquerizia e il limone. In sottofondo, la voce del mare di Tharros, i campanacci degli animali al pascolo e le voci forti dei canti degli uomini.
Martina decise allora di partire per insegnare l’inglese in qualche comunità bisognosa di scolarizzazione: la Sardegna le aveva insegnato il potere di terra e vento, e la necessità lascarsi alle spalle il mondo e lo stile di vita che l’avevano tradita. Guardò lontano, e scelse Miraflor, un piccolo villaggio del Nicaragua del Nord.
Senza pensare troppo a come sarebbe stato traumatico trasferirsi dal cuore di Londra nel bel mezzo della foresta centroamericana, Martina iniziò a studiare come una forsennata per ottenere l’abilitazione all’insegnamento. Passò sei mesi tra scuola e ufficio, dormendo poco e consumando ogni energia su scrivanie e libri, scomponendo e ricomponendo la sua lingua nativa fino a quando ottenne il via libera e fu pronta a partire.
Non ebbe nemmeno lo spazio mentale per la paura, focalizzata sullo scopo del suo viaggio e animata da quel vorticoso bisogno di riscatto che prende le persone che hanno rischiato di perdersi.
Non tutti capirono, non tutti condivisero la sua scelta.
Quelli che ebbero tempo per la paura cercarono di dissuaderla da quella follia rivoluzionaria, ma non ebbero successo.
Martina atterrò a Managua senza avere la più pallida idea di quello che la stava aspettando, ma sorretta da tutta la determinazione che il suo sangue italo-irlandese riusciva ad infonderle.
Arrivò nella terra della rivoluzione sandinista che l’aria era irrespirabile. Il tasso di umidità sarebbe stato più adatto alle branchie di un pesce che ai polmoni degli uomini, e la capitale ancora ferita dalla distruzione del terremoto del 1972 non la trattenne con la sua polvere per più di 24 ore. Partì presto verso le montagne, a bordo di uno di quegli autobus stipati di polli, gente, storie e voci squillanti. Lo osservò svuotarsi mentre i chilometri scorrevano sotto le ruote e la strada arrancava. Lentamente, l’abitacolo si svuotò di tutte le chiacchiere di cui lei non capiva nemmeno una parola: della terra meno densamente popolata che avesse mai visto, Miraflor era il capolinea, il fine corsa dopo il quale forse non esisteva più nulla di abitato.
Il paesaggio intorno per Martina era più comparabile alle proiezioni di Jurassic Park che a qualcosa di conosciuto: era arrivata nella “cloud forest”, la foresta selvaggia in cui le nuvole arrivano talmente basse da coprire il sole e lambire le cime degli alberi come un ammonimento.
Venne ospitata in capanne costruite in forati e coi tetti di latta, i pavimenti in terra battuta, le stanze ricavate con pareti di compensato: niente elettricità né acqua potabile, né telefono.
Le venne offerta una cena a base di riso, fagioli e frutta fresca, e capì subito che quella sarebbe stata la sua alimentazione per tutto il tempo in cui avrebbe insegnato in quel luogo duro: il progetto sarebbe durato un anno, e non ci sarebbe stato niente di facile lungo il percorso.
Se voleva davvero allontanarsi da tutto ciò da cui si era sentita sconfitta, sicuramente Miraflor era il luogo giusto.
I cavalli rappresentavano la fauna più ricca ed evidente, nonché il principale mezzo di locomozione di quelle terre lussureggianti e aspre che di giorno regalavano temperature insopportabili e dove solo la sera riusciva a portare refrigerio e sollievo.
A bordo del suo cavallo Martina iniziò a presentarsi nelle comunità della zona dove i bambini la aspettavano, e si rese conto di quanto fosse attesa un’amazzone venuta dal vecchio continente in quelle terre sempre povere di novità e volti stranieri. La curiosità, più che la passione per lo studio, riempì inizialmente i banchi di scuola, e Martina vide arrivare gente da molte miglia di distanza per non perdersi l’attrazione della stagione. Si trovò ad affrontare tutti i doni e le frustrazioni dell’insegnamento, condividendo con i ragazzi delle montagne del Nicaragua momenti esilaranti e deprimenti, successi e sconfitte, confermando la convinzione che quella umana era l’esperienza più importante che quel viaggio le stava donando.
La quotidianità nella foresta era però qualcosa che rischiava di sopraffarla.
L’assenza di contatti col mondo esterno, la necessità di percorrere chilometri a cavallo per arrivare al primo centro dove ci fosse una linea telefonica o una connessione internet funzionante, le difficoltà linguistiche e il quieto scorrere del tempo delle comunità contadine misero a dura prova la perseveranza di Martina.
Dopo qualche mese ne parlò con quelli che nel frattempo erano diventati i suoi amici di Miraflor, raccontando loro le sue difficoltà di adattamento a quella vita sperduta nella vegetazione primitiva e onnipresente.
Tornare in Inghilterra era una delle possibilità in campo, ma la ritirata era l’ultima carta che Martina era disposta a giocarsi: abdicare al riscatto avrebbe significato non essere più capace di aver fiducia in se stessa e in quello che la vita avrebbe potuto riservarle.
Sentiva che quell’esperienza non era finita, e che quel viaggio le riservava un appuntamento incompiuto a cui lei non voleva ancora rinunciare, come se il contatto con i bambini e quello che faceva per loro non potesse esaurirsi in quelle poche ore di insegnamento che la impegnavano ogni giorno. Doveva esserci di più, doveva esserci dell’altro.
Non sapendo ancora dare corpo a questa sensazione, decise di seguire il consiglio degli abitanti di Miraflor, e di concedere al Nicaragua una seconda possibilità. Durante i fine settimana iniziò a viaggiare, esplorando quella terra complicata e combattiva e concedendosi l’opportunità di conoscerne i villaggi, le strade, le usanze. I vulcani, i laghi, le città e le case. Dentro ogni casa, ad attenderla, c’era una tazza di caffè. Ed era un ottimo caffè.

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TERZA PUNTATA
Un paese può essere letto e raccontato anche attraverso i riti di accoglienza che lo contraddistinguono. In Nicaragua il benvenuto odora forte e ha gli aromi che il caffè sa sprigionare solo nella sua terra d’origine.
Quando Martina Gruppo iniziò a vagare per quelle terre alla ricerca del senso vero del suo viaggio, incontrò molte donne che la fecero entrare nelle loro case mettendole una tazzina in mano, battezzandola ogni volta con quell’infuso avvolgente che la fece innamorare: era il caffè che doveva aver dato il nome al caffè.
Era il caffè per il quale i contadini del Centroamerica si spaccavano la schiena, vendendo ad un prezzo miserabile il frutto del loro lavoro alle multinazionali, che lo usavano per miscelare altri tipi di caffè meno nobili ed ottenere una qualità industriale che fosse vendibile sul mercato a prezzi concorrenziali.
Dinamiche impari che garantivano utili milionari alle multinazionali, povertà eterna ai contadini, nessuna purezza di gusto, nessuna cura per la selezione: tutto questo valeva ben più di un pensiero.
Tazzina dopo tazzina, Martina iniziò a creare nella sua mente un mondo possibile e cercò di capire come proporlo a quella gente poco avvezza alle incursioni. L’ostacolo più difficile che sapeva di dover superare era prima di tutto di tipo culturale e sociale: era una donna, era straniera ed era sola. Oltretutto, non aveva alle spalle un’organizzazione ben strutturata che potesse garantire la riuscita del progetto.
Pur non essendo affatto sicura di riuscire a contagiare i coltivatori col suo spirito visionario, giocò ogni carta che aveva a disposizione.
I suoi amici di Miraflor le dettero una mano, e intermediarono per lei cercando di convincere alcuni contadini a sottrarre parte del raccolto alle multinazionali per affidarlo alle sue mani: già questo sarebbe stato un passo rivoluzionario, capace di scardinare resistenze ancestrali.
Avrebbe lavorato i semi artigianalmente per tostarli nel migliore dei modi, garantendone la purezza e l’origine. Avrebbe pagato meglio il raccolto, e soprattutto reinvestito parte degli utili nelle comunità d’origine.
Nel giro di poco tempo la macchina si mise in moto, ed ebbe più o meno il sapore delle mutazioni epocali.
Martina decise di iniziare a proporre il caffè nel Regno Unito, dove le sarebbe stato più facile trovare dei canali per poter in qualche modo far breccia nel muro degli oligopoli che rendono la vita impossibile ai produttori indipendenti.
Una donna sola e senza una formazione di settore riuscì in breve tempo a dare vita ad una realtà imprenditoriale inimmaginabile per portata, implicazioni e difficoltà. Ci riuscì perché a fortificare le fondamenta di questo progetto c’era l’assoluta convinzione di essere sulla strada giusta, e questo lo sapevano anche tutte le persone che decisero di darle una mano fiutando l’odore di buono che emanava dal progetto della Fata del Caffè.

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Il bene riesce ad essere contagioso se gli si dà un’opportunità e, reinvestendo parte dei ricavi derivati dalla vendita del caffè nicaraguense, Martina fece quello che quasi nessuna azienda e soprattutto quasi nessuna multinazionale aveva mai fatto: migliorare la vita delle genti che garantiscono il lavoro e portare beneficio alle terre che forniscono le risorse.
In soli due anni nella comunità di Miraflor vennero bonificate le scuole per bambini e ragazzi, in modo da poter dar loro un luogo dignitoso dove incontrarsi e imparare. Ma se a dirlo risulta piuttosto semplice, la realtà parla di un lavoro durissimo anche solo per finanziare i mattoni, i banchi di scuola, le penne, i libri, i bagni.
I bambini di Miraflor prima dell’arrivo della Fata del Caffè studiavano in luoghi fatiscenti, non avevano libri né quaderni. Niente sedie né tavoli, niente toilette. Uno scenario davvero difficile da immaginare dall’Europa.
Martina portò anche moltissimi sacchi di vestiti usati e iniziò a dotare i vari villaggi di depuratori d’acqua che garantissero una certa sicurezza sugli approvvigionamenti.
Nel tempo sono stati molti i volontari che hanno supportato il progetto, ma a muovere questo business complicato e coraggioso che si compie a cavallo di due continenti c’è sempre e solo stata una donna a pensare ad ogni aspetto legato al raccolto e alla fornitura, alla lavorazione e al confezionamento, al marketing, all’immagine e alla promozione, alla vendita e alla gestione degli ordini. Non possiamo che figurarcela esausta, sommersa da tutto questo lavoro immenso.
Eppure Martina ha sempre trovato il tempo di raccogliere anche fondi organizzando eventi ed incontri, coinvolgendo insegnanti e scuole inglesi che potessero contribuire e sostenere in qualche modo i ragazzi del Nicaragua.
Investire sulla formazione e sulle nuove generazioni è l’unico modo per iniettare speranze concrete in regioni o in momenti difficili. L’istruzione è una possibilità data al futuro: può garantire l’accesso ad un mondo del lavoro differente, può fornire gli strumenti culturali necessari per sfuggire allo sfruttamento e costruire una realtà economica e sociale migliore sotto moltissimi punti di vista.
La Fata del Caffè è ora in crescita.
Combatte questa tremenda crisi economica cercando di espandere il proprio mercato, arrivando oggi a distribuire attraverso catene prestigiose come Selfridges. Dopo essere state inserite dall’Indipendent nei 10 migliori caffè commercializzati nel Regno Unito, le tre tostature di Martina sono oggi disponibili su Amazon e commercializzate a Parigi, Taiwan e Dubai. Dopo alcuni fortunati incontri in estremo oriente presto saranno disponibili a Hong Kong e in Cina.
La novità che ci sta più a cuore però parla italiano. Durante il mese di giugno Martina ha incontrato a Roma il direttore di Gusto, che si è dichiarato molto interessato al prodotto: sarebbe bellissimo poter degustare questo caffè pieno di storia anche qui da noi, perché in fin dei conti la Fata del Caffè appartiene anche al nostro paese. Un po’ per il sangue che scorre nelle vene di Martina, un po’ per quel nonno di Biella che custodì le sue visioni, un po’ perché ora Martina non è più sola a guidare questo progetto: accanto a lei c’è Marco Cecilia, il suo amore romano di quand’era ragazza, ritrovato ora che la sua vita ha conosciuto compimento e rinascita.
Non si è mai finite, anche quando la vita fa di tutto per farcelo credere.
Se da un lato saper trasformare il dolore in amore, vita, solidarietà e speranza non è cosa da tutti, ognuno di noi ha la facoltà di scegliersi le storie con cui andare a letto la sera e con cui svegliarsi la mattina.

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3 thoughts on “Quando le donne rinascono, lo fanno seriamente: la storia di Martina Gruppo, La Fata del Caffè

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