Quale futuro per il lodigiano? Giovedì vi dico la mia.

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Casalpusterlengo, la cittadina del lodigiano dove sono cresciuta, il prossimo maggio sarà chiamata alle urne per le elezioni comunali.
La campagna elettorale avanza e Ferdinando Fanchiotti, uno dei possibili candidati alla poltrona di Sindaco (tutto dipenderà dall’esito delle primarie), mi ha chiesto di andare a condividere con il gruppo di Casa[le] Aperta, e con i cittadini che vorranno intervenire, le mie idee sulla valorizzazione del territorio lodigiano.
Ho accettato l’invito di giovedì 27 febbraio per diversi motivi, primo fra tutti perché mi sembra abbastanza rivoluzionario che un politico chieda il contributo di comuni cittadini per creare una sorta di brainstorming collettivo.
Lo scopo è quello di confrontarsi, unire competenze e idee, creare stimoli e sinergie.
Per una come me, che lavora sui contenuti di aziende e territori, è bello vedere che nel mondo della politica esiste ancora qualcuno che vuole riempire la propria proposta elettorale di senso e non solo di giochi di potere e slogan a orologeria.
Detto questo, non so se in Italia i contenuti servano in politica. Continua a leggere

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Desolazione BIT e allarme Milano a un anno dall’Expo

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Sono in preda allo sconforto.
Immaginatevi un donnino di 160 cm che parte alla volta di Rho Fiera con una valigia vuota a traino che ha tutta l’intenzione di riempire nel Paese dei Balocchi. Immaginatevi poi lo sgomento di quella stessa donna che, una volta arrivata a destinazione, vede una delle fiere più belle di Milano, la BIT, ridotta all’ombra di se stessa: 4 padiglioni riempiti a malapena, pochi eventi messi insieme così, nelle ultime settimane, fermento esterno inesistente.
Quando mi sono accorta della frastornante assenza di Stati Uniti, Francia, Spagna, Regno Unito, Danimarca, Germania, Austria e Paesi Scandinavi, mi sono sentita sparire dalle mappe insieme all’Italia. Mezzo mondo (gli assenti sono molti di più di quelli citati) non ci calcola più, ci ha tagliato fuori, pensa sia inutile investire qui.
A un anno dall’Expo, questo è un messaggio devastante per la città di Milano.
Non dico per l’Italia intera, perché al TTG di Rimini l’autunno scorso ho visto molto più fermento e partecipazione: questo significa che se in parte l’Italia non è una piazza appetibile perché gli italiani non hanno più soldi manco per campare, la reputazione di Milano sta messa ancora peggio.
Mi ricordo quando alla BIT c’erano 12 padiglioni (di cui uno interamente dedicato alle compagnie aeree), colori e bandiere, abiti e sapori provenienti da 25 continenti (sembrava che il mondo fosse così generoso!). Lungo il percorso tra un padiglione e l’altro c’erano ristoranti aperti, botteghini, bancarelle, venditori di gelati, cioccolato, salsicce, sushi e brezel.
Ora è il deserto. Continua a leggere

Lavorare in ufficio fa male

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Da 7 mesi non lavoro più in un ufficio né per un capo, ma da casa e per i miei clienti, o per me stessa.
Sto lavorando molto, molto più di quanto avessi previsto inizialmente, più che altro per dare maggiore solidità all’attività di freelance: credibilità, portfolio, contatti, formazione, sono elementi che richiedono un investimento di tempo ed energie notevole, soprattutto in un sistema economico in grave crisi come quello italiano. Nell’ottica poi di preparare Brand-it-up e Brand-it-up Travel sia alla possibilità di restare qui che a quella di espatriare, la tipologia di variabili in campo si amplia moltissimo.
Lavorare molto, ma lavorare da casa, ha però degli enormi vantaggi: primo fra tutti, l’assoluta libertà di gestione del tempo.
Gli appuntamenti possono essere fissati a piacimento, le incombenze risolte senza l’incubo di orari e chiusure, il lavoro svolto anche di sera, se di mattina si è stati fuori per commissioni o impegni.
La cosa migliore, tuttavia, credo che sia la quasi perenne assenza della sveglia. Il corpo, alla mattina, si sveglia quando meglio crede. Alcune volte alle 6.30, altre alle 9. Continua a leggere

Perchè non credo sia necessario parlar bene degli avversari

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Da una parte ci sono i competitor, i concorrenti che abbiamo in campo professionale.
Normalmente nei confronti di questa categoria di persone sono sempre stata piuttosto lucida: so capire quelli che sono di gran lunga più bravi di me e quelli che invece non lo sono, anche se magari hanno più successo. Con i competitor riesco anche a diventare amica, o ad instaurare un rapporto di collaborazione e di stima.
Sui social metto like e retwitto qualsiasi cosa reputi buona, senza calcoli, invidie malsane e boicottaggi di sorta: me ne frego spavaldamente, perché penso che ci possa essere posto per tutti quelli che lavorano bene.
La mia unica preoccupazione è fare del mio meglio per essere all’altezza di lettori, clienti e partner.

Però poi ci sono gli avversari, che sono un’altra categoria, normalmente ideologica.
È morto Giorgio Stracquadanio, un politico che nella vita avrò sentito parlare tre volte e mi è sempre sembrato un servo poco brillante. Oggi tutti ne tessono le lodi. Gad Lerner dice che si confrontava con lui piacevolmente, di tanto in tanto. Se persone con una cultura e un’intelligenza più grande della mia dicono così, probabilmente sono io a sbagliarmi. Probabilmente dovevo ascoltarlo parlare o meglio o di più ma, in linea di massima, dopo il terzo round di stronzate investo il mio tempo per ascoltare altro.
L’altro giorno in un gruppo di Facebook, un amministratore ha scritto verso un suo – chiamiamolo così – avversario ideologico: “Infine mi rivolgo a [Mr X]. Ti conosco da tanto tempo e ricordo bene i tuoi atteggiamenti e le tue opinioni legittime e mai banali
Ora, capisco che il conoscersi da tanto tempo sia spesso una zavorra nel gestire le pubbliche relazioni con gli avversari. Capisco anche la necessità di mantenere rapporti e civili e cordiali. Si può pensarla in modo diverso, scontrarsi, ma cercare di rispettare le sensibilità altrui. Continua a leggere