Le Invasioni Digitali e i nemici del cambiamento

don-chisciotte

Scrivo reduce da 10 giorni di Invasioni Digitali, un’esperienza bellissima in nome della quale abbiamo posticipato gli impegni di Branditup Travel e rinunciato ad un paio di viaggi: volevamo dedicarci completamente alla promozione del nostro territorio provando a creare una community di persone che avesse voglia di cambiare e migliorare la nostra realtà culturale con la partecipazione diretta e l’impegno personale. Non ultimo, volevamo tastare il “polso digitale” della nostra provincia, il lodigiano.
Conoscendo bene gli aspetti ostici di questa terra, i risultati ci hanno lasciato, a tratti, increduli.
Domenica sera, alla chiusura delle Invasioni e dopo ben 7 eventi, eravamo stanchi come animali da tiro ma entusiasti.
Poi però, nel gruppo nazionale delle Invasioni Digitali, Silvia Badriotto (un’invasora, o invaditrice, piemontese) ha postato il video dell’invasione al Villaggio Leumann di Collegno, mostrando Sindaco e Assessori in prima linea a promuovere l’iniziativa: sono precipitata nello sconforto più nero.
Nel lodigiano non solo nessun sindaco e nessun assessore si è mai fatto vivo alle Invasioni, ma nessuno si è mai nemmeno degnato di scrivere un comunicato stampa (sarebbe bastato copiare il mio), né di mettere un misero “like” ai bellissimi racconti fatti dai loro concittadini e condivisi in rete (manco quando erano taggati, eh).
Le valutazioni da fare sarebbero infinite: la prima esperienza simile in provincia, la sonnolenza culturale della campagna padana, la (stupidissima) diffidenza verso le nuove tecnologie, il frequente boicottaggio verso iniziative provenienti da “fuori”. Avrei voglia anche di fare considerazioni sul perché le Invasioni siano state così massicciamente partecipate al sud piuttosto che al nord (forse perché al sud hanno capito da tempo che le maniche se le devono rimboccare da soli?), ma non è questa la sede.
Sicuramente il pensiero mi è volato ad un intervento che John Hagel ha fatto al Social Business Forum di Milano di due anni fa, relativamente ai nemici del cambiamento. QUI il video integrale: l’inglese è molto chiaro, ma – qui sotto – improvviso una traduzione della parte iniziale.

Noi lavoriamo con procedure, tecnologie e istituzioni create in passato che si trovano ora ad affrontare opportunità e sfide per cui non erano programmate e questo procura un grande stress, che tutti noi possiamo percepire nelle nostre vite quotidiane.
La buona notizia è che oggi abbiamo a disposizione nuove tecnologie molto potenti, in grado di indirizzare questa pressione trasformandola da sfida in opportunità. Per usare davvero queste tecnologie, noi dobbiamo però affrontare ostacoli significativi (…).
Per quanto queste tecnologie siano potenti, se noi ci limitassimo ad inserirle nelle nostre organizzazioni così come queste sono strutturate oggi, avrebbero davvero effetti riduttivi. Se vogliamo beneficiare di tutte le loro potenzialità, dobbiamo mettere in atto un cambiamento radicale delle organizzazioni e delle istituzioni. (…)
Pochissimi dei tentativi di cambiamento in questo ambito hanno successo: stando alle statistiche solo un terzo o un quarto dei tentativi compiuti si concludono positivamente. La maggior parte di loro fallisce. E il motivo per cui, in base alla mia esperienza, questo succede, è perché noi tendiamo a vedere il cambiamento come un processo razionale.
Se mettessimo insieme slide, dati, informazioni, sarebbe evidente a tutti che c’è bisogno di cambiamento, sarebbe una constatazione razionale e logica. Ma il cambiamento è qualcosa di piuttosto diverso da questo: si tratta di un processo politico, non logico. Coinvolge nemici che sono seriamente minacciati dal cambiamento stesso.
Tra di noi, abbiamo campioni del cambiamento, ma devono essere supportati e rafforzati, altrimenti falliranno, perché i nemici del cambiamento detengono il potere, e questa è la più grande sfida che – su grande scala – va affrontata in ogni organizzazione.”

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