L’Italia ha un ritardo: mentale o per concepimento in atto?

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La scorsa settimana sono stata a Londra per alcuni incontri di piacere e lavoro.
Una sera io e il mio compagno ci siamo spinti fino a Putney Bridge per cenare con un consulente fiscale e sua moglie. Lui, nato come professionista dei numeri, è diventato uomo di fiducia di tutti i suoi clienti, supportandoli non solo nel disbrigo di pratiche fiscali ma anche nell’intessere relazioni strategiche, effettuare investimenti intelligenti, mettere in fila i passi giusti per guadagnare o mantenere la ribalta (giusto per avere un’idea delle parole “servizi offerti”).
Davanti a ottimi piatti Thai, se ne esce con un’analisi della situazione inglese:
Vent’anni fa abbiamo capito che la nostra industria era finita. Non ci siamo ostinati, abbiamo lasciato perdere le estrazioni, le navi e tutto il resto: altri nel mondo stavano per percorrere quelle strade, altri lo avrebbero fatto al posto nostro.
Abbiamo scelto di sviluppare peculiarità che più difficilmente ci sarebbero state sottratte, per cultura, formazione, storia. Abbiamo investito in realtà più complesse, nei servizi, nell’intelligenza, nella ricerca, cercando di sfruttare l’anticipo storico che avevamo e lasciando invece andare ciò che non avremmo comunque potuto trattenere, cercando di conservare le redini delle delocalizzazioni.

Big Ben Londra by night

Foto Damiano Moretti, Branditup Travel

L’Inghilterra è uno Stato amico dell’impresa, del merito, della ricerca e dell’innovazione. Ho visto grattacieli interi dove vengono ospitate e supportate le start-up più brillanti: il domani parte da lì.
Poi torno a casa, e mi trovo seduta a un tavolo italiano intorno al quale si lavora all’ideazione di un progetto strategico di delocalizzazione manifatturiera e di differenziazione produttiva, per fare andare la manodopera ad Est e potenziare Ricerca e Sviluppo in Italia.
Un progetto bello, ambizioso e possibile, che nel 1995 avrebbe portato a un successo garantito.

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Non è il primo tavolo di questo tipo al quale partecipo, ma ho visto piccole aziende italiane(cioè la maggior parte delle aziende italiane) fallire prima di riuscire a mettere in pratica il loro progetto. I motivi del fallimento sono stati principalmente:
• scoraggiamento dovuto alla montagna di implicazioni che un passaggio di questo tipo comporta
• paura di fronte alla perdita della propria comfort zone anni ‘80
• impreparazione finanziaria
• mancanza di supporto statale (soprattutto finanziario)
• false speranze che hanno avuto il sopravvento (tipo: la speranza della ripresa che cade dal cielo)
Abbiamo un ritardo di vent’anni.
Cos’abbiamo fatto negli ultimi vent’anni? Dove eravamo?

DRAN
Chissà, forse siamo in gravidanza, forse da questa arretratezza che puzza di catacomba nascerà qualcosa di buono.
Forse questo restare seduti ad aspettare che l’Italia, prima o poi, sgravi o muoia porterà i suoi frutti.
In fondo abbiamo una mozzarella tanto buona che le cose non possono andar male.

 

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2 thoughts on “L’Italia ha un ritardo: mentale o per concepimento in atto?

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