Sono due anni che Milano è in fiamme

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Sono più di due anni, probabilmente, ma è meglio limitarsi a parlare dell’emerso.
Milano brucia da tempo, tirandosi dietro tutta l’Italia e anche chi ormai vive fuori dai confini nazionali.
Quello che è successo oggi, i roghi, i tafferugli, la città a ferro e fuoco, succede da mesi: in modo molto meno pirotecnico ma infinitamente più dannoso.
Il gesto inqualificabile di un delinquente che incendia l’auto di un innocente privato cittadino ci colpisce più da vicino perché potevamo essere noi, perché in un’auto ci vanno le fatiche e i sacrifici di un’intera famiglia.
A confronto, tangenti, malafede, incompetenza, corruzione e spreco di denaro pubblico sembrano malattie tropicali che poco ci riguardano: e la percezione è la metà del male.
Sono due anni che Milano è in fiamme.


Ora sembrerà sciocco, ma vi dico quanto la salute di un Paese conta per chi è emigrato e può forse fornire un punto di vista diverso: se l’Italia va bene, se l’economia e la reputazione dell’Italia vanno bene, gli Italiani all’estero trovano lavoro con più facilità perché servono interpreti, commerciali, ingegneri, operai, avvocati, esperti di comunicazione e finanza, venditori, insegnanti italiani.
Se l’Italia va male, tutto questo viene a mancare, l’essere italiano non è più un plus ma un handicap (la neutralità, nel nostro caso, non esiste).
La cosa pazzesca è che il crollo, fuori dall’Italia, può quasi essere contato.
La differenza sta esattamente qui: nel riuscire a contare, e senza nemmeno essere degli economisti.
Li puoi contare uno a uno i posti di lavoro in cui serve un italiano, la salute del nostro Paese la misuri sui siti internazionali di recruiting, con una semplice spunta puoi avere un feeling fondato, con l’analisi dei Big Data forse addirittura una cartella clinica.
Se la palude e il lento degrado creano torpore nelle percezioni, riuscire a mantenersi pallottolieri sempre all’erta serve a vedere i roghi anche quando non sono fatti di fuoco.
Sono due anni che Milano è in fiamme.

Mirella Santana Illustration

Mirella Santana Illustration

E sarebbe bello poter spegner quelle nei palazzi con la stessa rapidità con cui oggi si sono spente quelle nelle strade. Perché Milano non è stata ferita solo oggi, ma viene ferita da tempo.
Che ognuno di noi si faccia pompiere, e non un giorno solo.
Perché se avete la fortuna di non essere tra i disgraziati a cui oggi dei teppisti hanno incendiato auto o negozio, rientrate comunque tra i cittadini a cui un sistema sbagliato sta continuando (ben oltre Expo) a sottrarre soldi e vita in modo ossessivo, spavaldo e meticoloso.
Rimbocchiamoci le maniche e ritroviamo la dignità, perchè l’unica parte dalla quale bisogna stare – ostinatamente – è quella delle persone per bene che ci mettono impegno e olio di gomito: per arginare, isolare ed escludere delinquenti di ogni risma, quelli di strada con le molotov e quelli di palazzo con le bustarelle, e per dare forza a modelli positivi (di fare impresa, di amministrare la cosa pubblica, di manifestare il dissenso) che devono riuscire ad avere la meglio.
A casa mia l’olio di gomito è un valore irrinunciabile.

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7 thoughts on “Sono due anni che Milano è in fiamme

  1. Sono anni che il mondo è in fiamme, se è per questo. E se hai bisogno di pallottolieri lo puoi vedere nei mercati delle materie prime, nei costi del petrolio da fracking, nel riaccendersi delle tensioni USA URSS, nell’aggressività Cinese nel Mar Cinese.
    L’Italia è solo una misera pedina di assai poco valore che sta cercando di riemergere da una melma nella quale si è impantanata da anni, magari anche sfruttando una visibilità inaspettata ed a lungo temuta come l’EXPO. Manifestazione tanto legata al passato ed alla corruzione che strema il paese da decenni quanto proiettata verso timori e speranze di un futuro mondiale assai incerto.
    L’Italia brucia insieme al mondo, un po di più per alcune ragioni, un po di meno per altre. Se c’è un modo di tentare di spegnere l’incendio di sicuro non è quello di accenderne altri per distruggere quel poco di buono che sarebbe potuto nascere da queste ceneri.
    Ed è bene ricordarlo oggi, perché nel momento nel quale la nazione si unisce per condannare un branco di idioti, questi sono alla ricerca spasmodica di una qualche giustificazione per l’idiozia che hanno combinato.
    Parliamo si dei fuochi che bruciano Milano e l’Italia ed il mondo intero, che è bene che i cittadini e le istituzioni sane continuino nell’opera di spegnimento che per assurdo la crisi agevola… ma facciamolo da domani per cortesia, a mente ferma e con qualche idea chiara in più da parte di tutti, che oggi proprio non c’è bisogno di fornire appigli alla follia. E lo dico da cittadino preoccupato quanto te del futuro di questa nazione, che però deve trovare il coraggio di guardare il fuoco che brucia ormai la coscienza di tutti e non solo i roghi che si vedono nei palazzi, assai più agevoli da guardare ed additare.

    • Daniele, il mondo è in fiamme da millenni, ovunque e a fasi alterne: se la mettiamo sulla storia e sul mondo, possiamo smettere di contare 🙂
      Non credo che il “branco di idioti” che oggi ha messo a ferro e fuoco Milano sia alla ricerca spasmodica di giustificazioni o appigli: da quello che vedo e leggo, sapevano molto bene cosa stavano facendo e perchè. Qui non troveranno niente che possa servirgli.
      Il mio appello è, appunto, alle persone per bene, perchè sono loro a doversi rimboccare le maniche. Quella che tu chiami “la parte sana”: quella possiamo ampiamente permetterci di chiamarla in causa anche oggi. Oggi e sempre.

      • Mi spiace Elena ma non sono d’accordo… molti di quelli che oggi erano li c’erano perché hanno il vuoto dentro. Non sanno molto se non che si sentono vittime e per questo reagiscono diventando carnefici.
        C’è del fuoco che brucia nel mondo oggi più di ieri ed è quello che ormai non può più bruciare le risorse del pianeta: abbiamo riempito per anni il nostro vuoto con cose e false necessità ed adesso che le risorse per soddisfarci iniziano a mancare perché ne abbiamo bruciate troppe non abbiamo niente che possa riempire l’enorme vuoto che abbiamo dentro.
        E’ di oggi l’intervista del manifestante che giustificava il casino, perché è giusto così… alle proteste si fa casino. Sono di ieri le parole di falsi idoli quali fedez o jax che giustificano alcune forme di proteste vandaliche. Ci sono ragazze che si fanno i selfie davanti alle auto bruciate e manifestanti che dicono alle telecamere “non riprendetemi che sono in malattia”.
        La maggior parte di queste persone non ha la minima idea di quello che sta facendo, vede il fuoco perché glie lo indicano ma non hanno gli occhi per vedere dove sta il focolaio.
        Vogliamo parlare di fuochi? Cominciamo a guardare il nostro focolaio e spegnerlo, vedrai che poi i fuochi si spengono facilmente. Io ormai ho una certa età e qualche esperienza me la sono fatta, qualche idea penso di essermela chiarita.
        E se ho capito bene (il che non è necessariamente detto) quello che ci sfugge è che il gruppo è composto da tante persone, che lo stato è composto da tanti cittadini e che più le persone hanno debolezze, più un gruppo è manipolabile ed uno stato corruttibile. Se noi adulti abbiamo tante debolezze figuriamoci per un adolescente o un giovane che deve formarsi quanto può essere difficile vivere in un mondo che brucia basato su un funzionamento che non è più sostenibile.
        Non serve farsi il fegato amaro guardando quei titoli di giornali, non serve quantificare il fuoco che brucia contando numeri: la serenità e la consapevolezza non hanno bisogno di numeri ne di liste. Serve un mondo nuovo, una nazione nuova. Serve un uomo (ed una donna 🙂 ) nuovo e se magari non lo riempiamo di odio e di nemici precostituiti non sarebbe una cattiva idea.

      • Per spegnere le fiamme però non serve il silenzio, serve essere pompieri (come dico nell’articolo) e costruttori (come chiedo alla fine). Per farlo nel modo giusto, a mio avviso, è necessario guardare i fuochi, è necessario vederli, riconoscerli (e non solo quelli per le strade) e avere gli strumenti per sconfiggerli. Uno dei problemi più grossi che l’Italia ha è l’indolenza, l’abitudine a certe dinamiche che ormai ci scivolano addosso: e io dico no.
        E se dovessi rivolgermi ai ragazzi pieni di vuoto di cui tu parli, a quelli disorientati che trovano l’affermazione di sè nella distruzione, non inizierei mai il mio discorso dicendo che il dissenso è il male o che manifestare è male, ma che lo sbaglio sta nella violenza, nella delinquenza, nella disinformazione. Sono 30 anni che ci sommergono di equivoci filosofici e linguistici, a causa dei quali certe parole e certi concetti sono diventati quasi una bestemmia. Non voglio pensare che l’unico modo per uscire da questa dislessia culturale sia cancellare, nascondere, guardare oltre.
        Bisogna essere liberi di dire (e capaci di insegnare) che essere contro la corruzione non significa essere a favore della guerriglia urbana, che il dissenso può essere pacifico e civile, che una persona che commette un crimine ha sempre e comunque torto.

      • Io non ti so chiedendo di tacere, sto facendo una questione di tempi, perché di tempo se ne è in passato perso troppo per parlare e troppo poco per pensare.
        C’è in Italia un mucchio di persone che si sono calati nel grande business del racconto del male, per anni ci hanno raccontato che il mondo si divide in buoni e cattivi, che i comunisti ci avrebbero tolto la libertà da una parte o che i democristiani non erano che ex fascisti mascherati.
        Le cose dopo tanto tempo non sono cambiate, c’è un’enorme mole di persone che a volume più o meno alto si affrettano a dividere l’Italia in onesti e corrotti, in operosi e fancazzisti, in buoni e cattivi, in democratici e fascisiti (o comunisti). Ci raccontano che la violenza ed il sopruso hanno un colore e solo quello.
        C’è gente sempre pronta ad indicarci il colpevole dei nostri fallimenti, che c’è un disegno, un complotto, che no, noi siamo solo le vittime e che nessuno è li per difenderci e lo fa sempre per dimostrare la bontà della sua idea se non per mere questioni di successo politico, mediatico o economico.
        C’è sempre chi quando c’è una carica della polizia in seguito ad un comportamento inconsulto dei manifestanti che fa salire il livello di contrapposizione fisica è pronto a dare addosso ad una parte o all’altra o quando le ragioni sono più nette sono sempre a trovare una giustificazione alla parte della quale si sente più vicino, sempre e comunque.

        Bene, forse è il caso di crescere, di non farsi più prendere in giro da questi affabulatori.

        Forse è il caso di capire che l’animo umano non è mai bianco o nero che quello che siamo nel nostro profondo ha un’incidenza molto più grande di quello che pensiamo in quella che è la nostra vita ed il nostro paese.

        La comunicazione virtuale ha grandi potenzialità nell’amplificare un aspetto della nostra espressione, quella del linguaggio verbale e scritto, li linguaggio codificato. Stiamo sempre più perdendo la capacità di comunicare le nostre emozioni, perché spesso questi livelli di comunicazioni sono più inconsci e legati al contatto fisico di una stretta di mano, ad un’espressione rivelatoria del volto in un attimo di stress. La qualità della nostra comunicazione si sta impoverendo mentre si sta aumentando il volume in maniera incommensurabile.

        Il nostro mondo sempre più virtuale assomiglia sempre più ad un immenso rumore che sovrasta tutto e tutti e dal quale siamo sempre pronti a prendere lo spezzone di frase che ci fa comodo e scartare quello che non ci fa comodo, quello che è in grado di giustificarci, di dare un senso alle nostre difficoltà trovando un colpevole che non siamo noi stessi.

        Penso che sia arrivato il momento di iniziare a cambiare, noi stessi per primi.

        Non è solo Milano che sta bruciando…

      • In parte sono d’accordo con te, soprattutto sul fatto che l’animo umano non è mai bianco o nero e che, se siamo ridotti così, una connivenza di fondo tra buoni e cattivi agisce da parecchio tempo, probabilmente da sempre. Purtroppo però credo che, se si vuole migliorare la situazione, occorra delineare e scegliere. Proprio perchè l’animo umano è ambiguo, la linea di demarcazione deve essere ancora più chiara. Vivendo qui a Londra, ora, vedo la legislazione e la demarcazione etica sociale molto più efficace, e non è che gli inglesi sono meglio di noi: sono uomini come tutti. Tuttavia, dove la profilazione di ciò che è sbagliato è chiara (ad ogni livello, dalla comunicazione, all’istruzione, alla legislazione) le cose funzionano meglio. Non nell’animo umano, certo, lì rimane una partita sempre da giocare ogni giorno con se stessi e le proprie debolezze, ma quantomeno a livello sociale.

  2. Se poi vogliamo dirlo in poche parole, visto che a parlar troppo poi si rischia di perdere alcuni concetti.
    A parte che mi rimane difficile capire il senso di chi cerca di arrecare danno (boicottare un’evento che potrebbe avere ripercussioni positive) al danno (corruzione e spreco di soldi pubblici) con la scusa di denunciare una cosa che è già emersa e della quale si sta occupando la magistratura (quasi che ci godiamo a veder affondare ad esempio l’hotel costruito alla Maddalena in occasione del G8, come se questo fallimento possa in qualche modo ripagarci del danno), mi sembra che lo spirito di molti italiani si possa riassumere nella frase che una manifestante ha urlato ai giornalisti di repubblica TV “non mi inquadrate che sono in malattia”.

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