Io sono quella buffa (dell’essere se stessi anche sul lavoro)

buongiorno 2

Quando, ai colloqui di giugno, avevo incontrato le due ragazze che mi avevano preceduto nel ruolo che sarei andata a ricoprire, ho pensato: “Non mi assumeranno mai”: bellissime, giovani, ambiziose, preparate, estremamente in gamba.
Il 6 luglio, sedendomi per la prima volta alla mia scrivania dalle parti di Piccadilly Circus, mi sentivo sveglia come Willy il Coyote e affascinante come Giamburrasca.
Avevo scelto di lavorare per questa azienda rinunciando ad un’offerta molto più succosa perché le persone e le possibilità di crescita personale qui mi sembravano migliori: avevo chiuso la porta ad una prestigiosa multinazionale, rinunciato a 10.000 sterline in più all’anno e ad un lavoro probabilmente più semplice. Pazza?
È stata dura, soprattutto perché mi era impossibile immaginare il livello e il ritmo di ciò che sarei andare a fare. I primi tempi c’era sempre qualcosa a cui non avevo pensato o che mi era sfuggita: ambienti complessi, settore poco conosciuto, agende ingestibili, livelli di privacy imbarazzanti che complicavano la comprensione delle dinamiche e il mondo parallelo della finanza internazionale in cui sono entrata come la fidanzata di Artemio, con le ballerine ai piedi e lo chignon.
colpa del gatto

Catapultata da Casalpusterlengo a Mayfair senza nemmeno il comfort di buono omaggio illimitato per rifarmi il guardaroba, senza tuta da astronauta per ammortizzare la pressione professionale intergalattica del centro finanziario europeo e senza nemmeno uno psicologo di supporto.
Giorno dopo giorno, però, le cazzate si sono diradate e, quando ho iniziato a fare le cose bene, ho anche provato a lasciare uscire me, che non ero quella strafiga né quella con l’inglese perfetto né tantomeno la campionessa mondiale di Excel.
Io sono quella buffa, quella che usa l’ironia come condimento e la parlata verace per sdrammatizzare, quella che allega le immagini alle e-mail per spiegare gli stati d’animo e quella che a volte risponde semplicemente “scusa, non lo sapevo”.
In qualsiasi ruolo che ho ricoperto sono stata me stessa, in passato pure troppo (ricordo ancora quell’esasperato: “Elena, lei la deve smettere di avere sempre la risposta pronta!”), ma qui – in un altro Paese, in un ambiente così selettivo, in un’altra cultura professionale – mi ci è voluto tempo per capire se, quanto e come farlo.
La serenità è arrivata quando ho fatto uscire allo scoperto la donna del Po con le mani appoggiate sui fianchi, anche grazie a chi, intorno a me, l’ha lasciata entrare con sguardo divertito.
Ho osato farlo solo dopo aver dimostrato come lavoro, forse perchè questa nuova sfida, scelta e combattuta a 40 anni suonati, mi aveva tolto tutte le certezze che avevo.
Quando oggi chiedo al mio capo di trovarmi dei biglietti per entrare ad una première e lui non ci riesce o non ha voglia di farlo, uscendo dal suo ufficio gli dico, col disappunto delle spighe di grano spettinate da un vento rarissimo e inatteso: “Non mi servi proprio a niente”. Lui mi guarda e per tre secondi ride, nonostante i 248 documenti che ha da analizzare sulla scrivania, le 439 telefonate in entrata e le 51 riunioni a venire.
Auguro a tutti quei tre secondi di leggerezza in mezzo ai casini, auguro a tutti la possibilità di fare uscire il bello di ciò che siamo anche sul lavoro. Certo, c’è poi da dire che l’idea di bello è talmente soggettiva che a volte qualche rischio si corre, ma a mio avviso vale la pena di tastare il terreno e provare.
Anche il tempo in ufficio (che è così tanto!) merita qualità emotiva.

cagnus

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