Di come un sistema che funziona mi abbia dato i superpoteri

Designed by Alice Williamson http://www.designedbyalice.co.uk/

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Il giorno in cui le centraliniste delle Nazioni Unite hanno iniziato a conoscermi per nome, ho capito che qualcosa era cambiato nel mio modo di gestire gli intoppi e i disservizi.
Per la gioia mia e dei miei clienti, mi sono accorta di essere diventata un po’ quel cane che si attacca al polpaccio dei fornitori lazzaroni, quel gatto che ti si aggrappa a quelle altre cose di chi non fa il proprio dovere.
Ma com’è accaduto che, tutto d’un tratto, mi è venuta ‘sta grinta e mi sono messa a lottare contro i disservizi, le noncuranze, gli errori che subisco come professionista, cliente o cittadina, per l’inefficienza di un sistema o di un fornitore?
Riuscite a vedermi, col telefono in mano e l’espressione incredula sul volto? Lo sentite il tono indignato della mia voce? Percepite la tenacia con cui presidio il mio punto?
Il motivo è uno solo: nel Paese in cui sono emigrata capita di venire ascoltati e, agendo, si possono talvolta cambiare le cose.
Per quanto stupido e banale possa sembrare, per me è stata una scoperta potente e strabiliante. Non succede sempre, ma succede abbastanza spesso da portare la gente a credere che valga la pena protestare, denunciare, pretendere scuse, indennizzi o revisioni delle procedure.
Finchè non ho vissuto una realtà diversa, non mi sono resa conto fino in fondo di quanto la frustrazione derivante dalla propria voce sempre inascoltata e la sensazione di non contare nulla come cittadina e/o cliente sia castrante: io come molti altri portati al silenzio dalla mancanza di forze, portati all’inedia emotiva dalla rassegnazione. L’alzata di spalle come unica risposta sociale, sorrisi amari stiracchiati sulle nostre belle facce sudeuropee.
Ieri, nel gruppo Facebook del mio quartiere londinese ci si è organizzati per un mail bombing al fornitore di energia elettrica + Council + Comune + giornali + Parlamento + Governo perchè a qualcuno è mancata l’acqua calda per mezza giornata senza che il fornitore desse cenni di vita.
Premesso che a me sono sembrati tutti matti, nei due anni passati qui ho imparato che – senza arrivare a questi estremi di invasamento – solo agendo (e magari agendo insieme) si possono a volte vedere rispettati i propri diritti e ottenerne di nuovi là dove manchino le tutele.
Certo, ci vuole un ecosistema sano, ci vuole la speranza e la certezza che le possibilità esistano, visto che di Don Chisciotte ne sono morti troppi per i colpa dei mulini a vento.
Gli esempi positivi vanno evidenziati, incoraggiati, supportati, perchè un ecosistema sano produce salute. Sappiamo benissimo cosa produca invece un ecosistema malato, dove la sepoltura più drammatica è quella delle speranze.
È lo stesso motivo per cui, a 42 anni, ho ricominciato a studiare per prendere certificazioni che mi serviranno per il mio prossimo passo professionale: sulla mia scelta ha influito TANTISSIMO l’ambiente che mi circonda, pieno zeppo di persone che studiano a qualsiasi età pur avendo famiglia e un lavoro a tempo pieno. La biblioteca dove vado la sera, dopo l’ufficio, con una collega, è affollata di gente che legge, impara studia e si prepara per qualcosa.
Un contagio che mi riempie di energia.
A volte ci sono i risultati, a volte no, ma il solo fatto di aver riscoperto il piacere dell’azione e il meraviglioso sapore dei frutti che di tanto in tanto si riescono a raccogliere è una sensazione che mi mancava da morire e nemmeno lo sapevo.

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