La rivoluzione accade in un attimo

Twiggy, 1967 (Ronald Traeger)

Twiggy, 1967 (Ronald Traeger)

Scrivo questo pezzo durante la prima settimana del governo Trump, settimana in cui il mondo ha visto milioni di persone scendere in piazza a protestare. La più grande manifestazione della storia degli Stati Uniti, un fiotto spontaneo di indignazione che rende più benevolo il mio sguardo su questa fase politica.
Sono mesi che Londra, città in cui vivo da due anni, pigia il piede sul pedale delle nostalgie rivoluzionarie, organizzando eventi straordinari dedicati agli anni che cambiarono la storia della società occidentale e su cui ora dovremmo fare un paio di pensieri.
Al V&A Museum c’è infatti “REVOLUTION”, una mostra dedicata alla manciata di anni (1965 – 1970) che letteralmente cambiarono il mondo grazie alla musica, all’arte, a nuovi modi di stare insieme e di rivendicare i propri diritti.

NEL REGNO UNITO:
 1965: viene introdotto il reato di discriminazione razziale
 1967: il sesso tra omosessuali non è più reato
 1967: anche le donne non sposate possono accedere alla contraccezione
 1967: viene legalizzato l’aborto nelle prime 24 settimane di gravidanza
 1969: il divorzio diventa legale
 1970: diventa illegale pagare le donne meno degli uomini a parità di ruolo

Incluso nel prezzo del biglietto (£16), un paio di cuffie ed un’eccezionale raccolta di brani dell’epoca che accompagna i visitatori per tutto il percorso espositivo, perchè se la colonna sonora è la pelle di un’epoca, in questo caso ne è anche sangue e linfa vitale.
Abiti dirompenti, suoni sbalorditivi, musicisti indimenticabili, le comuni e i tentativi di creare una società nuova, l’LSD e le utopie, il sesso liberato e le rivendicazioni delle minoranze, le prese di coscienza e la lotta anti-establishment, quella stessa lotta di cui sentiamo tanto parlare anche oggi.

 “Il rifiuto che la controcultura di quegli anni oppose alle autorità precostituite fornì il fondamento filosofico per la rivoluzione digitale e il mondo di internet: un mondo senza leader”
(Stewart Brand, Time Magazine) 
steward-brand

Ma se allora la lotta all’establishment metteva in discussione i valori di una società immobile e di una classe politica ubriaca del proprio potere passando esclusivamente attraverso l’inclusione – dei giovani, delle donne, delle minoranze etniche e di tutti coloro che non avevano avuto voce fino ad allora – quella di oggi agisce esattamente al contrario, escludendo e zittendo.
La lotta all’establishment oggi significa confini, muri, paura, oscure rivendicazioni identitarie. Lo stesso desiderio con due scopi opposti, apertura e chiusura.
In mezzo, 50 anni di consumismo sfrenato, benessere debilitante e omologazione culturale, gravi crisi economiche sintomo dell’insostenibilità del sistema, nuove forme di terrorismo.

 “[il consumismo} produce consumatori anzichè cittadini, centri commerciali anzichè comunità. Il risultano è una società ‘atomica’ composta di individui demoralizzati incapaci di impegnarsi e socialmente inermi.”
(Noam Chomsky, Profit over people) 
noam-chomsky

Il Regno Unito procede a passi lenti nella nebbia del post-Brexit. L’Europa, ostaggio di una situazione economica non certo florida, paga il prezzo di un progetto monco e vacilla. Gli Stati Uniti assaggiano l’oscurantismo del loro nuovo Presidente, che nei primi giorni di mandato indice una conferenza stampa per dichiarare falsità, cancella ogni riferimento al surriscaldamento globale dal sito della Casa Bianca, revoca i finanziamenti alle associazioni internazionali che informano, assistono e danno supporto nelle politiche di controllo delle nascite, getta le basi per costruire il muro sul confine col Messico, si dichiara intenzionato a bloccare i visti di ingresso per i cittadini di alcuni Paesi (scelti a caso, credo) a maggioranza mussulmana e pure a reinserire la tortura.

Ma Londra invita a non farsi intimorire, il suo sindaco avvia la campagna #LondonIsOpen, i musei della città mettono benzina sui cuori che bruciano. Lo scorso settembre la Biennale del Design si è focalizzata interamente su progetti di design dedicati a UTOPIA (leggete QUI che meraviglia), il Museum of London ripropone l’era punk per ricordarci il potere della ribellione, la Photographers’ Gallery racconta di come la fotografia femminista abbia aiutato a distruggere le prigioni di genere, il V&A mette il carico da mille con “Revolution” e si prepara alla mostra sui Pink Floyd di maggio.

“Una mappa del mondo che non include Utopia non vale nemmeno la pena di essere guardata, perchè lascia fuori l’unico Paese a cui l’umanità intera sogna di approdare.”
(Oscar Wilde, The Soul of Man Under Socialism, 1891)

oscar_wilde_2

Eventi come la Women’s March accendono una luce, ma là fuori c’è tanto vento e ci vorrebbe un parabrezza interstellare che protegga questa miccia. Il mio grande dubbio è: così tante persone unite “contro” qualcosa, saprebbero unirsi “per” qualcosa?
Nella nostra ‘società atomica’ vedo più rivoluzione negli isolatissimi whistleblower che in gruppi di ogni altro genere. Ci prova (male) qualche realtà politica, così come qualche economista, molte associazioni e potentissime mosche bianche, ma su larga scala vince l’inefficacia. Nutrirsi delle giuste ispirazioni, trovare riferimenti illuminanti, prendere posizione e agire è, ora più che mai, fondamentale, soprattutto dopo questi lunghi anni di depotenziamento (dovuto al nostro benessere farlocco?). Ringrazio la città in cui vivo perchè non si dà per vinta e,  se l’aggregazione intorno al buio sembra avere molto più successo, lei mi dice di non mollare: quando i tempi son maturi, la rivoluzione accade in un batter d’occhio.

“Mai dubitare che anche un piccolo gruppo di cittadini profondamente motivati possa cambiare il mondo”
(Margaret Mead)

margaret-mead-2

Annunci

3 thoughts on “La rivoluzione accade in un attimo

  1. Molto bello e stimolante… Una america inquietante… Un europa che si disfa’ e un paese, l’italia, irrimedibile.. Grazie comunque x quello che scrivi

  2. L’ha ribloggato su Tratto d'unionee ha commentato:
    Rivoluzioni, ideali, utopie, ultimamente sul mio blog – senza proclami o toni altisonanti – scrivo di questo e di come l’arte spesso si faccia portavoce dei cambiamenti, a volte li suggerisca, li anticipi e li accompagni. Di come gli individui spesso non siano solamente singoli ma riescano a fare della loro vita una riserva di energia per tutti gli altri: di come una sola donna delle Hawaii riesca a far scendere in piazza milioni di donne il 21 gennaio 2017, di come una pittrice sciancata, una brava ragazza di buona famiglia, un’ex attrice di Hollywood, un calzolaio e un pescivendolo, una sconosciuta ragazza di colore, riescano a concentrare in sé le idee e le parole, gli abiti e le immagini per cambiare la storia.

    Oggi vi propongo il post che Elena Torresani ha pubblicato ieri, 26 gennaio, sul suo blog, perché si accorda con i temi dei quali sto scrivendo ultimamente e perché mi piacerebbe che certe cose accadessero anche nelle città italiane (Elena Torresani si è trasferita a Londra da qualche anno).

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...