Se sognate un futuro diverso per il vostro territorio

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Il mondo è pieno di luoghi che vivono uno stato di sofferenza dovuto a problemi economici e/o ambientali che potrebbero trarre qualche piccolo (o grande) beneficio dal turismo e da una gestione più lungimirante di cultura, enogastronomia e territorio.
Nonostante questo mio punto di vista sia condiviso da molti, è incredbile come l’ostinazione di continuare nel brutto, nel malsano e nel malgestito vinca nella maggior parte dei casi.
Ho deciso così di raccogliere un grappolo di esempi virtuosi di cui scriverò appena possibile su Globetellers, per mostrare come è di fatto possibile cambiare il destino di una terra con tanto impegno e magari un pizzico di fortuna. Fortuna che serve a volte per trovare l’incastro giusto tra sogni, competenze, sinergie tra pubblico e privato e, ntauralmente, capitale.
Penso alla terra da cui provengo, il Lodigiano, penso alla sua vocazione agricola che me l’ha sempre fatta sognare non solo granaio ma anche giardino della Lombardia. Una terra di camminate lungo i canali e tra le fattorie, destinazione per gli amanti del turismo lento: viaggiatori che a piedi, in bicicletta o a cavallo attraversano queste lande piatte e romantiche fatte di spighe, querce e nebbie, fermandosi di tanto in tanto a degustare formaggi e risotti lungo il Po, in qualche villa rinascimentale o in qualche cascinale operoso.
La realtà però è un po’ diversa dai miei sogni. Il Lodigiano è una delle terre più inquinate d’Italia, agricoltura e allevamento sono diventati intensivi, il paesaggio è guastato dai capannoni delle logistiche e dai centri commerciali, l’aria è appestata dai gas di scarico dei camion. I lodigiani sono sempre stati grandi lavoratori, gente disciplinata e volenterosa: questo forse li ha portati ad accettare talvolta i ricatti di chi ha presentato opportunità apparentemente ghiotte ma che di fatto nascondevano impieghi poco appetibili, stipendi miseri, contratti ridicoli.
I ricatti, tra l’altro, di chi ha insediato sul territorio attività fortemente inquinanti e deturpanti. La gente dice “dobbiamo pur lavorare”, ma il lavoro non è detto che debba essere sempre e solo questo.
Qualcuno ha proposto soluzioni pratiche alternative: nel migliore dei casi non è stato ascoltato, nel peggiore è stato criticato, scoraggiato, ostacolato.
A tutti quelli che vogliono un futuro diverso per la loro terra e per i propri figli, solo qualche piccolo consiglio (non richiesto) da una che le cose belle le ha viste accadere. Se potete, affidatevi a dei professionisti che possAno guidarvi nel processo, altrimenti verificate se esistono persone sul territorio che abbiano competenze ed entusiasmo sufficienti per darvi una mano.

ASCOLTATE

Fate un sondaggio ufficiale, non andate a sentimento. Chiedete ai vostri concittadini se preferiscono lavori all’aria aperta e a contatto con la gente o lavori in catena di montaggio, se preferiscono lavorare tra le piante o tra le macchine, se preferiscono impieghi che portino visitatori oppure impieghi che invitino la gente a tirar dritto sull’autostrada verso sud o verso nord. Chiedete loro se preferiscono hotel e ristoranti oppure capannoni, parchi e riserve o zone industriali, innovazione o industria, ricerca o logistica. Ovviamente non fatelo in modo così parziale come lo sto presentando io, esiste una scienza dietro la scelta delle parole, ma fatevi dire quali sono le loro paure rispetto al cambiamento, cosa vorrebbero dal futuro e le tutele che non vorrebbero venissero a mancare. Magari scoprirete che la maggior parte dei vostri concittadini ama la propria terra così com’è e a quel punto starà a voi capire se la “rivoluzione” – un po’ donchisciottiana – varrà comunque la pena di essere portata avanti.

RACCONTATE (BENE) IL PASSATO E IL PRESENTE

Controllate dove si trova il vostro territorio nelle statistiche sulla qualità della vita e quali sono i punti deboli da migliorare. Poi preparate un report con i dati di impiego, le durate dei contratti, le paghe e le tipologie di lavoro che avete avuto fino ad oggi nella vostra zona, un report che includa anche l’impatto ambientale e sanitario delle attività industriali insediate sul territorio. Un report dove si evidenzi i titoli di studio degli abitanti e dove questi titoli sono stati messi a frutto. Se di scempio di tratta, che il disastro sia presentato in tutta la sua magnificienza.

PREPARATE (ANCORA MEGLIO) IL FUTURO

Infine incontrate i giovani, le associazioni e gli imprenditori, raccogliete idee e piani, capite dove sono i capitali e quali sono le proposte migliori. Raccontate la visione, selezionate i progetti, fissate gli obiettivi e le tempistiche, distribuite responsablità e referenti, preparate un budget se avete persone in grado di farlo.
Serve qualcuno che ne sappia di sondaggi e statistica, di bandi e di processi istituzionali, di marketing territoriale, di turismo e di innovazione d’impresa. Bisogna dare numeri e sostanza ai sogni, al di là di ogni divisione politica, e per questo serve un facilitatore che sia capace di appianare i contrasti, motivare i volontari, gestire i gruppi di brainstorming e di ascolto. Perchè il processo di rinascita deve essere idealmente un processo condiviso, ma non vi nego che alcuni imprenditori illuminati (e probabilmente anche fortunati) sono stati capaci di fare la differenza quasi da soli: grazie all’appoggio di collaboratori talentuosi e visionari, hanno ottenuto il sostegno di istituzioni e concittadini solo a successo conclamato.
Se sul territorio esistono eccellenze, fate in modo che siano contagiose e create realtà e prodotti (culturali, turistici, tecnologici) che ne amplifichino il potere sociale e commerciale.
Da qualsiasi parte decididate di partire, non basta chiedere, gridare, sognare, protestare o lamentarsi: serve focalizzare le energie su un piano lungimirante, presentare progetti – il più condivisi possibile – che abbiano concretezza, soluzioni e senso.
Per vincere le resistenze bisogna mettere a frutto il dissenso per capire dove c’è da lavorare di più: dove il dissenso è pregiudizio si può intervenire con l’educazione, dove invece evidenzia un problema reale occorre proporre una soluzione.

SI PUO’

Non si tratta di cambiamenti che accadono in un anno ma, quando prendono forma, la vita di chi vive nei territori muta radicalmente. Conosco paesi che hanno sviluppato un modello di business culturale talmente bello che la gente ha smesso di andarsene verso la grande città e ha iniziato a tornare. Giovani che hanno iniziato ad aprire attività famigliari vicino a casa, negozi che si sono moltiplicati, scuole che hanno riaperto. Con petizioni, fondi e proposte alternative sottoposte alla Pubblica Amministrazione, sono stati capaci di impedire alle multinazionali di mettere piede nel loro territorio: panettieri, caffetterie, negozi di abbigliamento, artigiani, galleristi e imprenditori sono tutti indipendenti.
Ai sogni non bisogna mettere solo ali, ma anche piedi e gambe.

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