Adesso non siamo più noi

Illustration by Inslee Haynes

Illustration by Inslee Haynes

Quando torno al paese dove sono nata, guardo la gente seduta fuori dai bar dove passavo il tempo io fino a 4 anni fa, e non riconosco più nessuno. I tavolini sono occupati da persone mai viste che stanno riempiendo le mie piazze e le mie strade con ricordi e storie completamente disconnesse da me.
Non credo sia solo perchè me ne sono andata a vivere da un’altra parte: credo che questa sensazione di espulsione abbia più a che vedere con il tempo che passa e l’età che avanza.
Finchè vivevo con i miei genitori ero sempre in giro, uscivo la sera ogni volta che potevo, il mondo fuori dalle mura domestiche era dove tutto succedeva.
Il mondo fuori era il mio teatro, la mia luce, il mio palcoscenico.
La portineria dove ho passato delle meravigliose serate di luglio a baciare un ragazzo coi boccoli, la sala giochi e l’osteria dove ci si trovava sempre tutti, le viette dove si fumava, i portici dove si aspettava l’alba dopo una notte in discoteca, i parcheggi dai quali si partiva tutti insieme per una notte di cui poi si sarebbe riso tanto, i campi dove si faceva l’amore in macchina, la panetteria dove comprare la pizza alle quattro del mattino, il bar dove si faceva l’aperitivo ogni domenica in uno stato semi-catatonico.
I quartieri e le contrade, le chiese e i fuochi d’artificio di agosto, il mercato del lunedì e il fuoco di Sant’Antonio a gennaio, le saracche e le salamelle, le code della Vigilia di Natale per prendere il mascarpone e quella stazione dei treni che a volte mi sogno ancora.
Ogni strada del paese aveva un ricordo, ogni angolo una faccia conosciuta, ogni storia legata ad un’altra che in qualche modo ci riguardava. Era come se il paese vivesse di noi e noi del paese.
Adesso no, non siamo più noi seduti là a far accadere cose di cui parlare per settimane intere. Ve ne siete accorti? O sono solo io che ho bisogno di primavera?
La sala giochi non c’è più, alcuni amici ci hanno lasciato, i locali hanno nomi mai sentiti, ai bar stan seduti ragazzi che chissà chi diavolo sono. Ma chi gliel’ha dato il permesso di prendere il nostro posto? Che è questo il modo che ha la vita di fare spazio?
Sì perchè poi si va a vivere da soli, ci si fidanza, molti si sposano e fanno i figli. Gli incontri accadono da altre parti, di andare a ballare non ce ne frega più tanto, il fisico non tiene come una volta e per recuperare una notte in bianco ci vuole un mese di ferie, l’amore lo si fa in casa o magari in albergo.
La scenografia della nostra vita cambia completamente, e allora mi rendo conto che siamo noi ad avere tradito la città. L’abbiamo lasciata vuota dei nostri racconti, e lo spazio che noi abbiamo abbandonato là fuori è stato riempito da altri: quelli che cercano ancora angoli in cui baciarsi e sedie su cui aspettare l’alba prima di tornare a casa.
Che voi direte: sticazzi.
Ma sì, queste sono solo righe di malinconia, lo so, perchè la scorsa settimana la Signora Pasquina se n’è andata e con lei un pezzo di storia del paese da cui provengo. Gestiva da decenni un’osteria dove nonni e ragazzi giocavano a carte gomito a gomito, mangiando polpette e bevendo misto. L’aria sapeva di spuma e cappelli da uomo. D’inverno la luce giallognola lottava con la nebbia che incombeva fuori dalle finestre. Io bevevo litri di Estathè.
Mi sembra perfida la vita che cambia e passa così, ma se posso trovare una luce a cui aggrapparmi in tutta questa nostalgia, sta proprio nell’enorme, immensa mole di vita che ci ho buttato dentro, in quelle strade. Oggi mi sento punta dalla gelosia perchè quei luoghi, i luoghi della mia giovinezza, li ho abitati tanto. Ho lasciato lì più di 30 anni di ricordi meravigliosi e mi porto dentro disegni splendidi di persone di cui a volte non so più nulla: volti affacciati sempre sulla soglia dello stesso bar, il fumo denso delle notti in macchina a parlare, ragazze che ridono di fronte a uno Sbagliato. Le lingue verdi delle mie amiche nella stagione della vodka alla menta, le orecchie che fischiano per ore al ritorno a casa, il Po a San Lorenzo e le zanzare, le pedalate col mio cane nel cestino.
Spero che quei ragazzi sconosciuti che ci sono ora al nostro posto sappiano scrivere storie altrettanto appassionate su quei muri e in quelle piazze. Spero sappiano baciarsi bene come ci siamo baciati noi.

Illustration by Mehrdad Isvandi

Illustration by Mehrdad Isvandi

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9 thoughts on “Adesso non siamo più noi

  1. Complimenti Elena, hai descritto benissimo, come sempre, quello che eravamo è quello che siamo diventati. Eravamo gente fuori,non certo per mancanza di neuroni ma perché vivevamo per la strada.vivere le strade,i bar, odorare il minestrone della Sciüra Maria cucinato nel rione opposto, sedersi al bar a zabettare senza avere il pollice sul touch screen anzi metterlo nella gamella del Masnantin che fu il precursore del più chic Apericena odierno. Ebbene oggi quel pollice non è più macchiato di vinaccia, non odora più di mosto è sporco di invidia è gelosia,fa più vittime lui pigiando sullo schermo che una pistola. Ora è desolante vedere i posti della nostra adolescenza occupati è vero, specialmente quando chiudi gli occhi e rimembri, quando senti i suoni distorti nonostante quei fottuti posti siano gli stessi.Non c’è più la sala giochi , non c’è più Pasquina, abbiamo solo i ricordi di una vita fa e tenuto conto che è stata la nostra teniamocela stretta che poi…….che ne sanno i 2000? Complimenti di tutto Elena, sei una dei nostri in epoca contemporanea,un abbraccio, Ghila

  2. ……nostro nonno, mio papà seduti da Pasquina per la mitica scopa, le serate sotto i portici, i baci in piazza morta, sei riuscita anche oggi a farmi piangere, che dire : CASAL Lè UN GRAN CASAL!!!!

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