La mia anima imprigionata a London Bridge

Tamypu illustration

Londra, sabato 3 giugno 2017.
Di mattina io e Damiano andiamo a fare un giro a St James’s Park per fotografare i pellicani. Sono le 11, i turisti affollano tutta l’area intorno a Buckingham Palace per assistere al cambio della guardia, e noi ci diciamo, ancora una volta, quanto sarebbe facile compiere una strage lì in mezzo.
Mentre Damiano apre lo zaino per tirare fuori la macchina fotografica, due dei poliziotti di ronda si avvicinano, guardano dentro, gli dicono: “Bell’aggeggio, deve essere costato parecchio.”
Abbastanza”, rispondiamo insieme, sapendo che non è alla macchina fotografica che sono attenti.
Sabato sera siamo in casa a lavorare. Io scrivo, Damiano sistema le foto.
Guardo Facebook, leggo di London Bridge. Apro Twitter, inserisco l’hashtag #LondonBridge, e mi si ferma il cuore. Per ore non sono più capace di fare altro, se non tenere sotto controllo gli aggiornamenti in rete.
Non sono una persona resiliente. I dolori mi entrano dentro e si annidano nel profondo, i pensieri continuano a tornare in quell’angolino buio in cui mi ci vuole sempre tempo per far entrare la luce.
Leggo i racconti, mi immagino là: London Bridge è uno dei luoghi di Londra che preferisco, e l’empatia fa il resto. Mi sento come la ragazza che non ha più visto tornare suo marito uscito dal pub per fumare, mi sento la donna incinta investita dal furgone appena girato l’angolo, mi sento il ragazzo sgozzato da dietro mentre beveva una birra. Guardo i video, l’incedere freddo e sicuro dei terroristi ripreso dall’interno di un ristorante. Mi sento soffocata dal rumore di quelle vite disintegrate, schiacciata da tutti quei sogni e quei progetti interrotti sul London Bridge, paralizzata dallo stupore di chi si è sentito la vita scivolare fuori dal corpo mentre stava ridendo con gli amici lungo uno dei fiumi più belli d’Europa.
Sono passati 3 giorni, ma la mia mente è ancora imprigionata a London Bridge.
Quando rientro in metro dall’ufficio, la sera, a London Bridge non sale più nessuno, gli accessi sono ancora ridotti. Là c’è la mia anima imprigionata.


Il caso mi fa impazzire, la cabala dei destini che determina chi si troverà nel posto sbagliato al momento sbagliato mi manda al manicomio.
Ritorno vigile: come nel 2015 ricomincio a vivere all’erta.
Quando ci furono gli attentati di Parigi e Bruxelles passai 4 mesi col cuore in gola. Ogni giorno due ore in metropolitana per andare e tornare dall’ufficio, intrappolata sotto terra come un topo, in un vagone stipato di persone, il 30% delle quali poteva corrispondere al profilo dell’attentatore tipo. Stavo all’erta, studiavo le persone intorno a me, cadevo nella facile trappola della profilazione razziale, che però a Londra può solo mandarti fuori di testa. A Londra no, non lo puoi fare. Guardavo borse e zaini, cercavo mani che stringessero telecomandi, giacche che nascondessero cinture kamikaze. Poi i furgoni, le pistole, i coltelli, e la paura ha preso tutta la città. Impossibile da reggere.
Una sera, durante un aperitivo con amici sul Southbank, di fronte alla City Hall, dissi: “Con me hanno vinto, hanno ottenuto il loro scopo, sto vivendo nel terrore.
Un amico mi rispose: “Avrebbero vinto se tu non fossi qui, accanto ad un obiettivo sensibile, a goderti una serata tra amici. Avrebbero vinto se qui stasera fosse deserto, invece brulica di gente.”
Gli esseri umani vincenti non sono i più forti, ma quelli che si adattano meglio all’ambiente che li circonda. Io stavo soccombendo.
La paura può salvare, ma quasi sempre ci rende persone peggiori e profondamente infelici.
Lo ripeto: se vuoi rimanere sano di mente, il lusso della profilazione razziale a Londra non te lo puoi permettere. La città ti espellerebbe come un corpo estraneo, ti disconoscerebbe come si fa con i traditori. Lasciai così andare la paura, vinse la sopravvivenza, vinse la città , vinse vita. Era il marzo 2016.
La città resiliente mi insegnò ad esserlo, almeno un po’. Mi arresi all’ineluttabilità e mi sentii più forte. Tutto resse con Westminster. La notte di Manchester scrissi un’email ai miei nipoti, su un indirizzo che ho creato per quando saranno grandi e avranno magari voglia di vedersi attraverso gli occhi di una zia lontana. L’e-mail si concludeva così:

Se il destino mi permetterà di sopravvivere a questa città meravigliosa ancora per qualche tempo, cercherò di trasferirmi in un Paese in pace, se ne esistono ancora. Per ora, spedisco email al futuro come messaggi in bottiglia che attraversino un’Europa in guerra per arrivare a voi. Vi amo”.

London Bridge ha incrinato l’incantesimo, e i motivi sono tanti. I luoghi si riempiono di ciò che vi accade e so che i londinesi hanno ogni risorsa necessaria per guarire lo spirito ferito della città.
Leggo i numeri di chi vuole seminare morte in questo Paese: almeno 3000 persone attive in 500 piani terroristici, ognuno dei quali richiede il monitoraggio costante di almeno 30 professionisti dell’intelligence. Tutti gli attentati andati a buon fine in Gran Bretagna negli ultimi 3 mesi non erano nemmeno contemplati in questa lista: immaginatevi quanti sono quelli che sognano di seminare morte nel Paese in cui sono nati o che li ha accolti.
Di fronte agli errori madornali dell’intelligence, ma anche al dovere di fare i conti con le poche risorse a disposizione e all’impossibilità di fermare tutti i pazzi, i falliti in cerca di rivalsa, i delinquenti da due soldi in cerca del colpo grosso, gli stronzi e i dimenticati che ammazzano per farsi ricordare, di fronte a tutto questo mi nutro delle piccole storie di eroismo (e un po’ di incoscienza) che emergono pian piano.
Come quella di Roy Larner che, visti gli attentatori irrompere nel ristorante gridando “Islam, Islam, nel nome di Allah”, è andato loro incontro, da solo, gridando: “Fottetevi, Io sono uno del Millwall” e ha iniziato a prenderli a pugni, permettendo nel frattempo a decine di persone di scappare. Si è beccato otto coltellate, ma è miracolosamente vivo. Uscito dalla terapia intensiva, i suoi amici gli hanno portato un numero della rivista: “Impara a correre”.

E aggiungo quest’altra immagine che ho trovato su Twitter:

“Cara ISIS (…) l’immagine qui sotto ritrae un inglese che, anche durante i bombardamenti nazisti, faceva il suo lavoro di tutti i giorni e portava il latte ai londinesi. Nemmeno Hitler è riuscito ad impedire agli inglesi di prendersi il loro latte coi cereali, quindi potete tranquillamente fanculizzare tutte le vostre speranze.”

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7 thoughts on “La mia anima imprigionata a London Bridge

  1. Cara Elena, come sai (te lo dissi in un vecchio post) le mie due ragazze, “solo altre due che se ne sono andate” (cit.), sono una a Brighton l’altra a Edinburgh. Io, sono diventato coproprietario di Leggero, piccolo ristorantino con grandi ambizioni in centro di SoHo (perchè farsi mancare un bell’obiettivo sensibile?!). Viaggio spesso a Londra ed anche io cerco di categorizzare la gente intorno a me per vedere di notare prima di altri un dito su un telecomando o il luccicare di una lama. Tutti noi viviamo l’angoscia del paese che abbiamo imparato ad amare e che ha dato al futuro della mia famiglia un futuro. Ognuno ha l’anima imprigionata da qualche parte… cerchiamo di riprendercela, e come se fosse un bimbo innocente, portiamola di nuovo a correre sotto le scogliere Inglesi o nel vento delle Highlands.

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