Quella volta che ho salvato la vita di un uomo (ma probabilmente no)

Illustration by Natalia Zaratiegui

Era un bellissimo giorno di sole. Io e Damiano, zaini in spalla e binocoli al collo, camminavamo in un luogo meraviglioso, accarezzati dal vento.
Intorno a noi qualche turista scattava fotografie.
Come spesso mi capita prima di un viaggio, avevo letto molto su questo luogo nei mesi precedenti. Grazie a libri ed articoli avevo scoperto le sue bellezze e le sue dannazioni. Un luogo luminoso e pieno di poesia, ma affollato dei tormenti di tutti quelli che avevano scelto di venire qui a togliersi la vita. Mi ero sorpresa di come l’incanto di una bellezza così folgorante risultasse inefficace contro certi tipi di disperazione, ma poi avevo pensato che magari fosse volutamente l’ultima visione pazzesca con cui riempirsi l’anima prima della fine.
In quel giorno di sole ad un certo punto Damiano mi fa notare un ragazzo solo che si comporta in modo strano. Mi tornano alla mente i libri letti, rivedo nei suoi gesti gli atteggiamenti che vi erano descritti. Ne parliamo, io cerco di non farmi influenzare da quello che so.
Damiano si offre di andargli a parlare, di andargli a chiedere se è tutto ok. Poi però pensiamo sia meglio di no: le probabilità di dire la cosa sbagliata e di far precipiare la situazione non sono poi così remote.
Decido di chiamare la polizia locale, che ha purtroppo grande esperienza in casi simili. Mi fanno domande, cercano di capire chi sono io, mi chiedono di spiegare i gesti e gli atteggiamenti del ragazzo, valutano se sia il caso di intervenire. Nel frattempo le persone intorno a me si avvicinano, mi chiedono se sto chiamando per il ragazzo con la maglietta blu, perchè ha insospettito anche loro.
La polizia decide di mandare uno dei volontari che sono sempre a disposizione nella zona, giorno e notte. Si tratta di persone formate per affrontare casi di questo tipo: se c’è una possibilità di aprire una breccia nel tormento assoluto di chi sta per porre fine alla propria vita, se possibile va lasciata a chi sa come farlo.
Vediamo arrivare una donna in abiti borghesi. Ci guarda, le facciamo un cenno, ci fa capire di non far notare che siamo stati noi a chiamare i soccorsi e prosegue oltre. Si avvicina al ragazzo con la maglietta blu, si siede ad un paio di metri da lui e comincia a parlargli.
Tra noi e loro tantissimo sole e tantissimo vento.
Passano una decina di minuti, e l’uomo toglie i piedi dal burrone e le si siede accanto.
Noi torniamo a respirare.
Passa un altro quarto d’ora e arriva una coppia di poliziotti: continuano a parlare tutti insieme per un tempo indefinito, e noi decidiamo di andarcene, di lasciarli al loro lavoro. La procedura vuole che, se il caso lo richiede, la persona venga poi condotta in ospedale per almeno 24 ore, per degli esami, un colloquio e magari un programma di assistenza e supporto: noi abbiamo fatto ciò che potevamo e, piuttosto scossi, scegliamo di defilarci.
In uno dei libri che ho letto era riportato il caso di un ragazzo che, prima di suicidarsi, aveva lasciato un biglietto con scritto:Sto per andare a……. per togliermi la vita. Non lo farò solo se lungo il tragitto qualcuno mi rivolgerà la parola o anche solo un sorriso. Non lo farò solo se qualcuno mostrerà un interesse per me.”
Lo trovarono morto la mattina successiva.
È soprattutto per questa storia che ho deciso di fare quella telefonata alla polizia.
Dopo aver valutato la situazione, ho deciso di non farmi i fatti miei e di chiedere aiuto, rischiando di passare anche per matta.
I motivi per cui alcune persone scelgono di uccidersi sono molteplici, complessi, a volte non hanno nulla a che vedere con la solitudine. Ma non volevo che al ragazzo con la maglietta blu mancasse un sorriso o una parola se era quello ciò di cui aveva bisogno.
Ci sono persone molto determinate nel loro progetto di morte: non le fermano i tentativi non riusciti, non le fermano le mani tese o gli affetti. Ma ci sono anche casi in cui le mani tese funzionano, ci sono casi in cui la luce riesce ad entrare.
La luce che entra ha la forma di cose dimenticate, sensazioni che si erano completamente perse, parole cancellate come speranza, desiderio, interesse, calore.
E da qui si riparte. Qualcuno si riesce a riprenderlo per i capelli e a rifarlo innamorare della vita.
Non so se è successo anche al ragazzo con la magietta blu che abbiamo incontrato in una giornata di molto sole e molto vento. Purtroppo non lo so.
Quella sera stessa, verso il tramonto, mentre scrutavamo l’orizzonte con i nostri cannocchiali abbiamo visto i lampeggianti della polizia lungo il burrone dove eravamo stati la mattina: erano in corso operazioni di salvataggio. C’erano gli elicotteri, i gommoni, gli scalatori: qualcuno non ce l’aveva fatta. MI si sono riempiti gli occhi di lacrime.
Era il ragazzo con la maglietta blu? O qualcuno con la sua stessa stanchezza nel cuore?
Non lo saprò mai. Salvo casi eclatanti, i giornali locali non coprono più questo tipo di eventi per evitare l’emulazione.
Il non sapere com’è andata a finire fa parte della volontà di provare a fare qualcosa di buono a prescindere, ma anche della necessità di lasciare andare le cose che non possiamo controllare, compreso il dolore, comprese le scelte degli altri.
Racconto questo episodio mentre l’anno finisce perchè non sempre le storie vanno come noi desideriamo. Anzi, in realtà non lo fanno quasi mai. Ma dentro di noi abbiamo il potere di non cedere all’indifferenza, di mostrare che ci importa, anche quando non va come noi vorremmo. Perchè è in ogni cosa di cui ci prendiamo cura che risiede anche il senso della nostra vita e il valore del nostro tempo.
Vale per le cose, vale per gli amati, vale per gli sconosciuti che passano un momento difficile.
Tra l’impicciarsi e il provare ad aiutare ci sono molte differenze: una di queste si chiama “assenza di giudizio”, un’altra si chiama “anche in assenza di un ritorno personale” (voce alla quale inseriamo l’appagamento del proprio ego, il piacere di avere ragione e il godimento di sentirci migliori).
La salvezza è uno stato di grazia, ma non è mai permanente. Quando c’è, dovremmo trovare il modo, il tempo e la volontà di metterla a servizio.
Le anime grandi lo fanno sempre e a loro va tutta la mia ammirazione.
Quello che auguro a me stessa per gli anni a venire è di riuscire almeno a farlo ogni volta che un ragazzo con la maglietta blu incrocerà la mia strada sbadata e sempre zeppa di cianfrusaglie di poca importanza.

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One thought on “Quella volta che ho salvato la vita di un uomo (ma probabilmente no)

  1. Un sorriso, una parola gentile, uno sguardo sincero, possono fare molto, possono fare la differenza per chi, in quel momento, la brama senza saperlo.
    Ho vissuto da vicino un gesto simile. L’abbiamo salvato. Ci ha ringraziato. Abbiamo fatto bene? A distanza di molti anni, cinicamente, visto cosa ne è venuto poi, direi di no. Ma in quel momento era la cosa giusta da fare, forse per noi.

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