Mutande blu, reggiseno bianco.

E’ proprio così che sono agghindata oggi, sotto i vestiti.
Ieri sera si è parlato anche di questo al Soggiorno Letterario al quale sono stata invitata: un evento privato che mi era stato passato come un appuntamento “tra pochi intimi” e dove invece eravamo più numerosi che a molte presentazioni in Mondadori. Seduti sui tappeti e accatastati sui divani, giornalisti, lettori forti e professionisti dell’editoria hanno discusso d’amore per tre ore.
O meglio: delle difficoltà d’incontro che spesso affligge le nostre relazioni.
Da una parte, spaparanzato in poltrona, Federico Cavina presentava il suo “Solo Colpa d’Alfredo” e dall’altra, appollaiata sul bracciolo, Valentina Camerini ci raccontava il suo “Manuale (d’amore) per la ragazza post-moderna”: un bell’incontro tra maschile e femminile, anche tra il pubblico presente che interagiva liberamente con gli autori, creando un dibattito continuo.
Io ascoltavo, e lasciavo sedimentare quello che sentivo sugli strati di letture di genere che mi sono pippata negli ultimi 10 mesi.
Tra l’autismo comunicativo e sentimentale maschile che emergeva da un lato e l’ossessione femminile del “cosa stai pensando” dall’altro, si è parlato anche di lingerie: la maggior parte delle donne rivendicava la necessità dell’intimo coordinato, una sorta di MUST.

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Uomini sposati e grandi tragedie

Nel mio angolino di osservazione sociale c’è una cosa che noto ripetutamente e da anni: gli uomini sposati non vivono nel mondo normale, ma in una sorta di girone infernale ricostruito in terra da Bruno Vespa.
Per essere precisi, sto parlando degli uomini sposati che tradiscono le loro mogli: personaggi portatori di tragedie inenarrabili.
Sono pochi quelli che tradiscono con dignità, sempre che la parola “dignità” abbinata a “tradimento” non suoni insopportabile. Molti tradiscono come se fossero in Armageddon, secondo una sceneggiatura apocalittica che è capace di tirar fuori fantasie spaziali da miseri e sciapi omuncoli di paese.
Ora ditemi che non ci avete mai fatto caso che i traditori sembrano sempre sul palcoscenico di Macbeth.

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Il nemico che amiamo

Ricevo da Cerchi D’Acqua gli ultimi dati sulla violenza contro le donne secondo le rilevazioni dei Centri Antiviolenza e delle Case aderenti alla Dire (Associazione Nazionale Donne in Rete contro la violenza): niente di nuovo, ma è il caso di porre ancora l’accento sull’identità del “nemico”.
Gli autori dei reati contro le donne risultano essere infatti i partner nel 64% dei casi, gli ex nel 20%, famigliari nell’8%, conoscenti nel 6% e estranei solo nel 2%.
Quando leggo questi dati – ogni santissima volta che lo faccio – penso con rabbia ai tagli (reali) alle politiche sociali e agli investimenti (reali o paventati) nelle politiche per la “sicurezza”.
La sicurezza delle donne non è un tema di cui crucciarsi, oppure diventa un tema solamente quando il pericolo è per strada, in agguato nelle cattive intenzioni di un predatore sconosciuto e magari extracomunitario o disadattato? Queste immagini hanno un bell’effetto sull’immaginario, me ne rendo conto: sono sceneggiature da periferia disagiata, che lasciano intonse le nostre coscienze e ci fanno sentire tanto immacolati e pacifici.
Capisco che piazzare una telecamera sia più facile che investire sugli anticorpi culturali contro la violenza di genere (e contro la violenza in generale), ma di fronte alla costanza di dati come questi si può continuare a fare una tale confusione sull’identità dei nemici da combattere?
E soprattutto: quanta confusione c’è intorno alla parola “amore” e intorno all’idea di “famiglia”? La nostra educazione sentimentale risente ancora così tanto dell’immagine svilente che abbiamo della donna e, quindi, di noi stesse?
Dietro l’accettazione di certe dinamiche di sottomissione e di abuso credo non si nasconda solo il legame spesso forte e saldo tra vittima e carnefice, ma anche una certa idea di femminile: zitto, nascosto, bugiardo fedele e mansueto. E un’idea di maschile considerato “lecito” ancora peggiore.
Quando la paura è mal riposta, e il livello di guardia alzato sul confine sbagliato, è tutto da rifare.
Le telecamere e le parole teniamole accese dove servono.

Lella Costa canta le donne (e noi con lei)

In questi giorni SNOQ, Lorella Zanardo e Loredana Lipperini hanno lanciato una campagna contro il femminicidio: una piaga che riempie di sgomento il nostro paese, e che richiede un intervento civile e culturale deciso, energico.
C’è la petizione “Mai più complici” da firmare.
Ci sono i flash-mob davanti a Montecitorio.
Ci sono le cose che vanno chiamate col loro nome, e FEMMINICIDIO è una di queste.
Ci sono un sacco di cose da imparare, ma per farlo a modo prima è bene ascoltare con attenzione le storie, lasciare entrare le voci.
Il mio consiglio di stasera, se posso, è quello di dedicare 5 minuti al monologo che Lella Costa ha interpretato durante la trasmissione L’Infedele, e che trovate sul blog di Gad Lerner: un estratto del suo spettacolo “RAGAZZE“, che nel 2010 avevo recensito col cuore gonfio e l’anima ipertrofica, e di cui vi riporto qualche riga:

“E’ questo che vorrei provare a raccontare – questo andare, incerto ma inesorabile, questo voler esplorare e partire e mettersi in gioco e capire, questo continuo sfidare e chiedere conto e pretendere rigore e rispetto e coerenza; la fatica e la leggerezza, il dolore, lo sgomento, la rabbia, i desideri, la testardaggine, l’autoironia, il magonismo terminale, la sorellanza che forse è perfino più inquieta della fratellanza; la violenza, ahimè, inevitabilmente; e l’inviolabilità, anche, possibilmente. Euridice e le altre, nei secoli protagoniste o (e?) testimoni di uxoricidi impuniti e vessazioni quotidiane, di espropriazioni subdole e continue, di gesti eroici e delitti inauditi, e di quel costante, incoercibile, formidabile accanimento terapeutico nei confronti del futuro. Euridice e le altre, sicuramente non tutte ma molte – le “ragazze senza pari” che abitano, e animano, la nostra vita e la nostra memoria. E che, compatibilmente con il mondo, riescono ad essere straordinariamente creative, e irresistibilmente simpatiche.” (Lella Costa)

Qui un’intervista della WebTV Cerchio di Gesso.

7 mesi con Maggie: le donne che ho raccontato

Negli ultimi sette mesi ho vissuto sott’acqua, per darmi la possibilità di godere di una delle esperienze professionali migliori della mia vita. Aver vinto il contest di Maggie Jeans per la campagna “Women will save the world” ha significato entrare in contatto con donne meravigliose, visitare luoghi magici (Parigi, Londra, Istanbul, Gerusalemme, Svezia e Palestina, con tutte le disavventure del caso), fare esperienze irripetibili. Ma ha significato anche lavorare una media di 16 ore al giorno, dormire poco, lasciare la casa sporca, dimenticarsi di sabati e domeniche, amici e amanti, mettere in stand-by i libri che fermentavano.

In Palestina

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Schiave Radiose

Mercoledì 25 aprile la mia strada verso il Festival del Giornalismo di Perugia è stata tutta su rotaia, e con qualcosa di importante tra le mani. Dopo aver visto il documentario “Il corpo delle donne” di Lorella Zanardo, mi mancava infatti il libro, che aspettava nella libreria il mio momento giusto: perché le parole consapevoli e le azioni che ne seguono hanno spesso bisogno di un momento giusto.
L’invito ad indossare nuovi occhi che la Zanardo muove a noi, Schiave Radiose, prosciutti in esposizione, spettatrici dall’immaginario colonizzato, è talmente doloroso da non potere essere ignorato.


Arrivo da 8 mesi di lettura e scrittura dedicata esclusivamente al femminile, e con Lorella in tasca il primo incontro a cui mi presento a Perugia è “Donne e media”, con Loredana Lipperini, Giovanna Cosenza, Natascha Fioretti, Cristina Sivieri Tagliabue e Jane Martinson del Guardian: dove si ribadisce che le giornaliste in Rai sono il 33,7%, le donne dirigenti solo il 4%, e che quando una donna viene chiamata a dire la sua solo nel 10% dei casi viene interpellata in quanto opinionista autorevole.

Se le donne intervengono in qualità di esperte, lo sono soprattutto su argomenti come l’astrologia (20,7%), la natura (13,8%), l’artigianato (13,8%) e la letteratura (10,3%).” (Il corpo delle donne)

Vi invito a guardarvi il video dell’incontro, che inizia con lo schiaffo di un servizio del TG1 dedicato all’apertura di Sanremo che la dice lunga sull’immagine degradante e cretina che viene data delle donne oggi in TV (questo “oggi” è da leggersi come “negli ultimi 30 anni”).

Ma c’è un’osservazione in particolare che mi preme fare.

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Notizie dal Congo

Donne in Circolo Casalpusterlengo - 11 aprile 2012

Donne in Circolo Casalpusterlengo - 11 aprile 2012

Poco tempo fa vi ho raccontato di Giovanna, e del suo Congo. Ora ho buone notizie da darvi, perchè la nostra storia non si ferma e io continuerò a raccontarvela.
Mercoledì 11 Aprile, le Donne in Circolo di Casalpusterlengo ci hanno ospitato per una serata coinvolgente fatta di racconti, vite lontane, ferite insanabili e piccole speranze.
Giovanna, con le sue parole, ci ha fatto vedere i bimbi che a tre anni partono da casa all’alba e tenendosi per mano, in fila indiana, fanno 20 Km ogni mattina a piedi per andare a scuola da soli.
Con lei siamo state dentro ai racconti dei ragazzi soldato che non riescono più a dormire perchè il terrore di rivedere quello che hanno commesso impedisce loro di chiudere gli occhi. Continua a leggere

Le combattenti

Di tanto in tanto fa bene alla vita dire dei nomi ad alta voce.
I nomi che fanno bene sono quelli che possiamo tenerci in saccoccia come monito, esempio, luce.
I miei nomi ad alta voce di oggi sono quelli di Silvia e Arianna,due donne lontanissime l’una dall’altra, ma che ho visto combattere in un modo molto simile.
Ho raccontato un pezzo della storia di Silvia su questo blog, il 3 gennaio 2012.
Un pezzo della storia di Arianna (che io avevo definito “donna petardo del giornalismo italiano“) lo trovate invece su l’Espresso e su Tumblr.
Silvia, osservata e ascoltata in questi ultimi quattro mesi, sempre con una gran paura; Arianna, guardata da lontano durante tutto questo Festival meraviglioso con grande stima e rispetto: entrambe con un’amputazione e gli occhi gonfi, ma comunque sul campo a combattere.
Una delle capacità commoventi del femminile alfa, quella di continuare a creare e produrre vita.
Arianna e Silvia vanno dette ad alta voce, insieme a tutte quelle come lroo.

E chi può, le canti.

Donne contro Donne

Di fronte ad una foto così, cosa pensate? L’ho trovata postata su Facebook, come mais gettato alle galline.

Io penso che gli stivali alti (e probabilmente di camoscio) sulla pelle nuda sono terrificanti: penso all’ecosistema di puzze che probabilmente si deposita negli interstizi, alla fanghiglia di sudore che si sarà creata là dentro. Ho prima di tutti un moto di ribellione igienica, poi mi concentro sull’estetica: sì, l’accostamento è infelice anche dal punto di vista estetico.
Ma i commenti che leggo su Facebook accanto alla foto (e qui pubblico solo i primi) vanno oltre.

Io ho delle brutte gambe, e cerco sempre di tenerle coperte: quindi, quando vedo gambe imperfette esposte o difetti fisici di altro tipo mostrati senza remore, sono sempre combattuta tra l’istinto censorio personale (e sociale) che mi fa pensare “cazzo, copriti” e l‘ammirazione (carica di stima) per la spavalderia e il menefreghismo, che alla fine liberano un sacco.

Eppure, anche una come me che normalmente ci dà dentro mica male con le critiche, è rimasta sbigottita da quello che ho letto accanto alla foto. Perchè? Perchè a commentare sono state solo le donne: impietose e feroci, contro colei che osava esibire la cellulite con noncuranza. E io, ingenua, che pensavo che il problema fossero gli stivali di camoscio portati in una giornata a 25 gradi.


Non è intervenuto nemmeno un uomo, zero assoluto. Sempre Eva contro Eva.
Nel caso in cui, dico, ci fosse ancora bisogno di dimostrare che siamo noi le prime e peggiori aguzzine di noi stesse. Che se non impariamo noi la clemenza, non possiamo certo pretenderla – come di fatto facciamo – dai nostri uomini.
E lo dico a me per prima, mi ci butto dentro tutta intera.

Donne, Bambini, Congo. Che effetto vi fanno queste tre parole vicine?

A novembre 2011 ricevo, insieme ad altri amici, una e-mail dal Congo: è Giovanna che ci scrive dal Centro Don Bosco Ngangi di Goma, chiedendo se per Natale vogliamo fare un regalo ai bambini della missione dove lei opera da qualche mese.
Bambini di strada o ex bambini soldato ai quali il PAM (Programma Alimentare Mondiale) assicurava, fino a poco tempo fa, almeno un pasto al giorno, in modo che il Centro Don Bosco potesse prendersi cura anche della loro scolarizzazione con i pochi mezzi a disposizione. A causa della crisi, il PAM ha però sospeso questo piccolo ma fondamentale supporto: 0,70 euro per una razione di farina e leguminose, spariti nel nulla.
E a questi bimbi non resta nemmeno più nulla di cui sfamarsi.
Gli operatori del Centro Don Bosco hanno quindi chiesto l’aiuto di amici e conoscenti, per tamponare le drammatiche esigenze di un paese che è in emergenza umanitaria da moltissimo tempo.


Grazie a Matteo, un caro amico di Giovanna, nel nostro piccolo abbiamo raccolto una piccola somma, che abbiamo destinato a: 3 sacchi di riso – 3 sacchi di zucchero – 18 latte di latte – 1 Pallone da Basket – 1 Pallone da Pallavolo – 1 Pallone da calcio – 3 corde per saltare – 4 risme di carta – 100 lavagnette – 1000 biro – 250 matite – 150 gomme – 864 Quaderni 32pp – 432 quaderni 48pp – 100 temperini – 10 paia di forbici – 12 scotch – 10 cartoncini. Continua a leggere