Quella volta che ho salvato la vita di un uomo (ma probabilmente no)

Illustration by Natalia Zaratiegui

Era un bellissimo giorno di sole. Io e Damiano, zaini in spalla e binocoli al collo, camminavamo in un luogo meraviglioso, accarezzati dal vento.
Intorno a noi qualche turista scattava fotografie.
Come spesso mi capita prima di un viaggio, avevo letto molto su questo luogo nei mesi precedenti. Grazie a libri ed articoli avevo scoperto le sue bellezze e le sue dannazioni. Un luogo luminoso e pieno di poesia, ma affollato dei tormenti di tutti quelli che avevano scelto di venire qui a togliersi la vita. Mi ero sorpresa di come l’incanto di una bellezza così folgorante risultasse inefficace contro certi tipi di disperazione, ma poi avevo pensato che magari fosse volutamente l’ultima visione pazzesca con cui riempirsi l’anima prima della fine.
In quel giorno di sole ad un certo punto Damiano mi fa notare un ragazzo solo che si comporta in modo strano. Mi tornano alla mente i libri letti, rivedo nei suoi gesti gli atteggiamenti che vi erano descritti. Ne parliamo, io cerco di non farmi influenzare da quello che so.
Damiano si offre di andargli a parlare, di andargli a chiedere se è tutto ok. Poi però pensiamo sia meglio di no: le probabilità di dire la cosa sbagliata e di far precipiare la situazione non sono poi così remote.
Decido di chiamare la polizia locale, che ha purtroppo grande esperienza in casi simili. Mi fanno domande, cercano di capire chi sono io, mi chiedono di spiegare i gesti e gli atteggiamenti del ragazzo, valutano se sia il caso di intervenire. Nel frattempo le persone intorno a me si avvicinano, mi chiedono se sto chiamando per il ragazzo con la maglietta blu, perchè ha insospettito anche loro.
La polizia decide di mandare uno dei volontari che sono sempre a disposizione nella zona, giorno e notte. Si tratta di persone formate per affrontare casi di questo tipo: se c’è una possibilità di aprire una breccia nel tormento assoluto di chi sta per porre fine alla propria vita, se possibile va lasciata a chi sa come farlo. Continua a leggere

Ho fatto un tuffo. Nel mondo dei propagatori di bufale.

tuffo.

Dopo anni di dibattiti politici accesi ed estenuanti in rete, diciamo dal 2008 al 2013, ho deciso di smettere di confrontarmi con chi vive desiderando e incitando la violazione dei diritti fondamentali dell’uomo. No, i diritti fondamentali dell’uomo non sono un’opinione.
Razzisti, sessisti, omofobi, fascisti di ogni risma: da parte mia, esauriti i fegati, svanita la voglia.
Diverse le ragioni: mancanza di tempo, invecchiamento e quindi calo fisiologico di energie, percepita inutilità del confronto.
Sabato sera non so cosa mi è preso, forse è stato lo stupore di vedere nella mia timeline – su cui ho lavorato parecchio nel corso degli anni – uno dei mille link spazzatura che circolano in rete. Sono intervenuta dicendo, semplicemente, che il sito da cui il link era condiviso era famoso per pubblicare notizie false, tendenziose e di bassa lega, con il solo scopo di diffondere odio e ottenere click.

Subito, sotto, l’attacco (non da parte del diretto interessato, ma di un amico). Continua a leggere

Feste di paese e gente che vuol dormire: il rischio della gioia

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Leggo gente che si lamenta delle feste in paese: si lamenta del rumore, del casino, perché loro devono dormire e vivere in pace.
Abitano in centro, e vorrebbero il centro silente dall’ora di cena in poi. Sono magnanimi se allungano il loro limite alla mezzanotte, come una concessione di civiltà.
In una zona di grande pendolarismo come quella in cui vivo – il lodigiano – il rischio di trasformare i paesi in città dormitorio è sempre stato dietro l’angolo, e alcune amministrazioni ci sono pure riuscite.
La crisi economica ha ravvivato il desiderio di portare i paesi alla resurrezione: non ci sono più molti soldi per andare lontano, cerchiamo dunque di rendere interessante casa nostra.
Si prova a tornare in piazza a far festa, per stare insieme, vedere un film, chiacchierare, ballare, mangiare, sorridere.
Non succede ogni sera: in alcuni paesi è una volta a settimana, in altri una volta al mese.
Eppure c’è gente che si lamenta, che si oppone, che chiede silenzio, che vuole dormire. Continua a leggere

Perchè non credo sia necessario parlar bene degli avversari

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Da una parte ci sono i competitor, i concorrenti che abbiamo in campo professionale.
Normalmente nei confronti di questa categoria di persone sono sempre stata piuttosto lucida: so capire quelli che sono di gran lunga più bravi di me e quelli che invece non lo sono, anche se magari hanno più successo. Con i competitor riesco anche a diventare amica, o ad instaurare un rapporto di collaborazione e di stima.
Sui social metto like e retwitto qualsiasi cosa reputi buona, senza calcoli, invidie malsane e boicottaggi di sorta: me ne frego spavaldamente, perché penso che ci possa essere posto per tutti quelli che lavorano bene.
La mia unica preoccupazione è fare del mio meglio per essere all’altezza di lettori, clienti e partner.

Però poi ci sono gli avversari, che sono un’altra categoria, normalmente ideologica.
È morto Giorgio Stracquadanio, un politico che nella vita avrò sentito parlare tre volte e mi è sempre sembrato un servo poco brillante. Oggi tutti ne tessono le lodi. Gad Lerner dice che si confrontava con lui piacevolmente, di tanto in tanto. Se persone con una cultura e un’intelligenza più grande della mia dicono così, probabilmente sono io a sbagliarmi. Probabilmente dovevo ascoltarlo parlare o meglio o di più ma, in linea di massima, dopo il terzo round di stronzate investo il mio tempo per ascoltare altro.
L’altro giorno in un gruppo di Facebook, un amministratore ha scritto verso un suo – chiamiamolo così – avversario ideologico: “Infine mi rivolgo a [Mr X]. Ti conosco da tanto tempo e ricordo bene i tuoi atteggiamenti e le tue opinioni legittime e mai banali
Ora, capisco che il conoscersi da tanto tempo sia spesso una zavorra nel gestire le pubbliche relazioni con gli avversari. Capisco anche la necessità di mantenere rapporti e civili e cordiali. Si può pensarla in modo diverso, scontrarsi, ma cercare di rispettare le sensibilità altrui. Continua a leggere

Gli amanti di cui mi frega, le energie negative di cui non mi frega un cazzo

Robert Doisneau

Robert Doisneau

I periodi in cui si è impegnati a costruirsi un futuro che sia in qualche modo legato ai propri sogni fanno emergere un sacco di cose.
I sogni sono faccenda delicata, e destrutturare una vita per ricostruirla come ci piace lo è ancora di più. Il mondo emotivo da cui si viene risucchiati è quello dell’agricoltore che vanga e semina incessantemente, guardando con stupore i germogli che sbucano dal terreno.
L’effetto di tutte le stronzate che ruotano attorno e di cui ci si rende conto non appena si alza lo sguardo dalla terra crea quindi ancora più sgomento.
Molte persone preferiscono passare il loro tempo a lamentarsi piuttosto che rimboccandosi le maniche per migliorare la loro situazione, e molte altre – nella probabile incapacità di farlo – si permettono di criticare, invidiare, boicottare, strumentalizzare, sparlare, seminar merda e lavorare contro.
Forse non avevano così ragione quelli che si sono battuti per la riduzione dell’orario di lavoro a 40 ore la settimana, se poi il tempo libero la gente lo usa in modo così velenoso e sterile.
Da anni metto tutto il mio impegno nel raccontare storie che – per me – ha Continua a leggere

Il Primodonnismo maschile

Il Primodonnismo maschile

 

Per lavoro mi capita sempre più di frequente di avere a che fare con uomini appartenenti ad una fascia d’età che oscilla tra i 50 e i 70, e ogni tanto mi capita pure di dover provare sentimenti di profonda tristezza per alcuni di loro.
Accanto a coloro che sono soddisfatti della vita che hanno fatto e che fanno, ci sono quelli che devono essere invece piuttosto frustrati per tutto ciò che non hanno raccolto nonostante le (immagino) numerose semine. Nella logica della vita questo ci sta, ed è un rischio trasversale per censo, razza, sesso: ognuno di noi avrebbe probabilmente voluto di più dal suo passato, soprattutto se ha molto investito (altrimenti la frustrazione non avrebbe ragion d’essere, e dovrebbe essere sostituita da un bell’esame di coscienza).
Però le primedonne no, quelle proprio non si meritano comprensione, soprattutto quando sono maschi.
Il primodonnismo maschile è un peccato imperdonabile e una clamorosa gaffe comportamentale, uno sbugiardamento dell’insicurezza e dell’insoddisfazione.
Mi è capitato di imbattermi in professionisti che immaginavo persone serie e preparate per la posizione che li sapevo ricoprire, e invece mi sono ritrovata davanti a capricciosi quattordicenni coi capelli brizzolati più preoccupati di vendette di cortile e prese di posizione feudali anziché impegnati ad esercitare seriamente la loro professione.
Alla fine è la qualità del lavoro svolto che parla in vece nostra, non l’abilità con cui magari sferriamo ripicche di contrada o sceneggiate da travesta. Continua a leggere

Cambio vita (e altre speranze)

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Lo si dice sempre più spesso. E non è più come qualche anno fa che eravamo tutti “solo” stressati dai ritmi e sotto pressione lavorativa, e vaneggiavamo sull’aprire un baretto su un’isola deserta per mettere fine a una vita insostenibile: un sogno da due soldi, sempre uguale, con cui ci riempivamo la bocca sicuri che nessuno di noi avrebbe mai nemmeno provato a realizzarlo.
Oggi molti di noi sono senza lavoro e, se sono fortunati, possono contare su ammortizzatori sociali che non permettono certo di vivere sereni: un dente cariato e si è già in emergenza. Quelli che uno stipendio ce l’hanno ancora, in genere non ci fanno granché: il potere d’acquisto è crollato e, anche le 10 euro che una volta finivano con noncuranza in qualche tasca del cappotto per essere ritrovate la stagione successiva, oggi vengono tracciate con accuratezza maniacale da qualsiasi possessore.
Questi sono i motivi che portano a dover cambiare vita per forza, i momenti in cui la contingenza ci fa sbizzarrire nel trovare soluzioni. Si risfodera l’ipotesi della decrescita, dell’orto e del discount, del comprare meno ma locale e meglio. Si pensa di mettere a frutto i propri talenti per reinventarsi un futuro perché dal sistema non arriva più nulla di buono.
Un sistema che ti vessa ma non ti salva, né ti fornisce opportunità, ti porta a ripensare alla tua vita, agli sbagli che hai fatto insieme a tutti quelli che condividono quel sistema con te.
Ci hanno insegnato che un lavoro piacevole era un miraggio per sognatori falliti, che il 27 del mese era un appuntamento che valeva la rinuncia alle passioni, che studiare ciò che amavamo e per cui ci sentivamo portati era una velleità da perdenti. Ci hanno detto che dovevamo produrre, raggiungere traguardi, se possibile far soldi: a scapito dei nostri rapporti interpersonali, del pianeta, della salute, dell’etica, dei sentimenti. In molti ci siamo chiesti se la vita fosse solo questo.
Il primo buon frutto che vedo maturare da questa crisi sta nelle persone che alzano il dito medio ad un sistema di valori e di cose che ci ha brutalizzato, impoverito, spremuto, condannato, senza darci una via d’uscita collettiva: ognuno, la via d’uscita, se la deve trovare di suo, cercando magari di scovare intorno a lui quel certo barlume negli occhi dei suoi simili che vogliono sopravvivere, prendendoli per mano. Si può emigrare (e sapete quanto mi piaccia l’idea di un’emorragia di massa), ma si può anche scegliere una vita diversa qui, per quanto difficile sia.

Cito tre storie: Continua a leggere

Rosa e Olindo vivono dentro ognuno di noi?

Lettera aperta ai miei vicini di casa, che verrà appesa nella bacheca condominiale stasera.
Che per forza il mondo va a puttane se delle gocce d’acqua sulle scale ci fan venire la bava alla bocca.

“Buongiorno a tutti,

vi scrivo per informarvi che sto per trasferirmi e che il mio appartamento sarà messo in affitto.
Visto che l’altro giorno, comunicando questa notizia, mi sono sentita rispondere “Meno male che se ne va” da uno dei vicini di casa con cui ero convinta di essere in ottimi rapporti, ho trovato necessario scrivere un commiato articolato.
Venerdì scorso mi sono sentita suonare alla porta, e raccomandare di usare un secchio per l’umido per non sgocciolare sulle scale comuni. Ho garantito di averne tre, di secchi per l’umido: uno arancione, uno azzurro, uno bianco, da scegliere in base a come sono vestita (mica che mi si accusi di mancanza di stile).
Tra tutte le cose che maneggio a mani nude, gli avanzi alimentari non rientrano nella lista.
Le gocce che effettivamente avevo lasciato dietro di me rientrando a casa venerdì mattina erano acqua: mi si era aperta una bottiglietta in borsa, e a dimostrazione di quanto dicevo ho esibito l’arma del delitto e la borsetta stesa sul calorifero ad asciugare. Ma non c’è stato nulla da fare: il verdetto di colpevolezza era già stato emesso e nessuno voleva sentir ragioni, in nome del fatto che “era già successo altre volte, e persino la donna delle pulizie si è lamentata”. Ah beh.
Dato che non mi piace dare gratuitamente del bugiardo al prossimo, ho pensato ai miei sfinteri: ma sono piuttosto certa che non perdano ancora mentre cammino. Se mai ho commesso il terribile delitto di perdere delle gocce per le scale, il colpevole deve essere senz’altro stato il sacco del secco che tengo sul balcone, ritirato magari in un giorno di pioggia.
Scrivo quindi per scusarmi se questo fosse davvero successo, e io sia stata così noncurante da non rendermene conto. Mi scuso anche per tutte le altre colpe di cui evidentemente mi sono macchiata senza saperlo: perché non è possibile che un simile astio (“meno male che se ne va”) sia dovuto semplicemente a delle gocce d’acqua perse per strada. Continua a leggere

Scusa, ma non posso dire ciò che penso?

Negli ultimi tempi me la sento ripetere in continuazione, questa domanda.
Certo che lo puoi dire, ma dovresti almeno vergognartene un grammo” mi vien da rispondere.
Perché la gente si sente legittimata a sparare la qualunque, senza decenza?
Capisco che il problema vero risieda nel pensarle, certe cose, ma il dichiararle in pubblico senza vergogna e magari spavaldamente, dà il peso della gravità della situazione.
Un mio collega in mensa si lamentava, un giorno, che Facebook gli avesse cancellato la foto del duce dal profilo: “Non posso più nemmeno esprimere le idee politiche, adesso?”
L’apologia del fascismo è reato, magari.
Certo, ultimamente in Italia il meno punito insieme all’evasione fiscale, mapperlamiseria.

Hugh Kretschmer

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Diario di un comitato – Puntata sulla pubblica umiliazione

Oggi è una giornata meravigliosa. Dopo 4 mesi di riunioni tecniche, tavole rotonde, incontri di sensibilizzazione, serate passate a confrontarsi, week-end dedicati alla raccolta firme con ogni condizione metereologica, comunicati stampa e discussioni aperte sul web, è arrivato il giorno in cui tutto il tempo sottratto alla nostra vita privata e tutta la nostra fatica hanno iniziato ad avere un senso.
È stato difficile, a tratti difficilissimo, affrontare quotidianamente il torpore della gente, la disinformazione strumentale, l’ostilità delle istituzioni (ricordo ancora il comunicato stampa bruciante del Presidente della Provincia Foroni che negava l’esistenza del progetto Elcon), le accuse gratuite e infondate, il cinismo della rassegnazione. In diversi momenti ho avuto voglia di mollare, senza mai nascondere lo sconforto per il clima che ci avvolgeva: lo scoraggiamento di Don Chisciotte di fronte a quei maledetti mulini a vento. Con le mie viscere avrei desiderato un inceneritore personalizzato per tutti gli stolti, gli obbedienti e gli incuranti che un impianto nocivo se lo meritavano sotto al culo. Continua a leggere