Adesso non siamo più noi

Illustration by Inslee Haynes

Illustration by Inslee Haynes

Quando torno al paese dove sono nata, guardo la gente seduta fuori dai bar dove passavo il tempo io fino a 4 anni fa, e non riconosco più nessuno. I tavolini sono occupati da persone mai viste che stanno riempiendo le mie piazze e le mie strade con ricordi e storie completamente disconnesse da me.
Non credo sia solo perchè me ne sono andata a vivere da un’altra parte: credo che questa sensazione di espulsione abbia più a che vedere con il tempo che passa e l’età che avanza.
Finchè vivevo con i miei genitori ero sempre in giro, uscivo la sera ogni volta che potevo, il mondo fuori dalle mura domestiche era dove tutto succedeva.
Il mondo fuori era il mio teatro, la mia luce, il mio palcoscenico.
La portineria dove ho passato delle meravigliose serate di luglio a baciare un ragazzo coi boccoli, la sala giochi e l’osteria dove ci si trovava sempre tutti, le viette dove si fumava, i portici dove si aspettava l’alba dopo una notte in discoteca, i parcheggi dai quali si partiva tutti insieme per una notte di cui poi si sarebbe riso tanto, i campi dove si faceva l’amore in macchina, la panetteria dove comprare la pizza alle quattro del mattino, il bar dove si faceva l’aperitivo ogni domenica in uno stato semi-catatonico. Continua a leggere

Feste di paese e gente che vuol dormire: il rischio della gioia

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Leggo gente che si lamenta delle feste in paese: si lamenta del rumore, del casino, perché loro devono dormire e vivere in pace.
Abitano in centro, e vorrebbero il centro silente dall’ora di cena in poi. Sono magnanimi se allungano il loro limite alla mezzanotte, come una concessione di civiltà.
In una zona di grande pendolarismo come quella in cui vivo – il lodigiano – il rischio di trasformare i paesi in città dormitorio è sempre stato dietro l’angolo, e alcune amministrazioni ci sono pure riuscite.
La crisi economica ha ravvivato il desiderio di portare i paesi alla resurrezione: non ci sono più molti soldi per andare lontano, cerchiamo dunque di rendere interessante casa nostra.
Si prova a tornare in piazza a far festa, per stare insieme, vedere un film, chiacchierare, ballare, mangiare, sorridere.
Non succede ogni sera: in alcuni paesi è una volta a settimana, in altri una volta al mese.
Eppure c’è gente che si lamenta, che si oppone, che chiede silenzio, che vuole dormire. Continua a leggere

VIVERE IN CAMPAGNA FA SCHIFO: LAMENTO DALLA PIANURA PADANA

VIVERE IN CAMPAGNA FA SCHIFO: LAMENTO DALLA PIANURA PADANA

Avere la casa in campagna fa schifo quando abitare lontano da molte infrastrutture e comodità si unisce al disagio di vivere in un luogo malsano.
In Pianura Padana, come in molte altre zone rurali d’Italia, si muore di cancro peggio che in città. L’assenza di venti e le condizioni morfologiche della zona non permettono il riciclo d’aria, ma ad avere l’influenza peggiore sul disastro è, come al solito, l’intervento dell’uomo.
Il territorio massacrato da industrie chimiche e logistiche, il traffico di transito, l’agricoltura e l’allevamento intensivi che inquinano e snaturano. Il grano matura in due settimane, i concimi puzzano di vernice e appestano aria, pelle, occhi e polmoni, tanto che d’estate si fa fatica a godersi le finestre aperte e si rimpiange il letame.

 

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Stop Femminicidio: il giorno dopo

Ieri, nell’auditorium delle scuole medie di Casalpusterlengo abbiamo dato vita a un bell’incontro, celebrando in modo intelligente la Giornata mondiale contro la violenza sulle donne: informando, condividendo, ragionando, conoscendo.
E raccontando di quelle donne ammazzate quasi esclusivamente dai loro compagni e sempre per aver detto un no di troppo: punite per avere espresso un pensiero indipendente, per aver compiuto una scelta di rottura. Ammazzate da partner incapaci di accettare una separazione, o una parola scomoda.


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Domenica 3 Giugno

San Possidonio (Foto Damiano Moretti)

DOMENICA 3 GIUGNO.
Un’alba carica di adrenalina, sorrisi e energia buona.
Partiamo in carovana, siamo in venti e portiamo aiuti all’Emilia del terremoto: in tre giorni abbiamo riempito 1 camion e 4 furgoni con beni di prima necessità e li stiamo portando alla terra che trema.
È bastato un appello su Facebook lanciato da un amico: “Domenica devo scendere a Bologna: chi mi aiuta a riempire la macchina con aiuti da portare al gruppo scout di Finale Emilia?”.
Il bene spesso rimane dormiente in attesa di un’occasione.
Da quel momento è stato un delirio di solidarietà, coordinato in rete e reso operativo per le strade: una città intera si è mobilitata. Negozi, supermercati, oratori, asili, si sono trasformati in centri di raccolta, la gente è corsa a fare la spesa, una quantità commovente di ragazzi si è precipitata a impacchettare, smistare, caricare.

San Possidonio (Foto Damiano Moretti)

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L’Umanità derisa

 

I confini sono stipati di corpi.
Frontiere di vite ammassate ai margini di noi.
Figure bandite, ripudiate, espulse.
A Casalpusterlengo è di scena Stultifera Navis, un progetto artistico del neonato collettivo CultBar: un’indagine accattivante sulla diversità, e sulla percezione feroce che continuiamo ad averne.
Ciccioni, storpi, negri e nani: il circo è ancora tutto lì, per farci sentire fieri della nostra normalità vuota.

“Sono quello che ti guarda in una maniera diversa
Sono quello confuso che cerca un’altra strada nei tuoi occhi”
(Stultifera Navis)

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Notizie dal Congo

Donne in Circolo Casalpusterlengo - 11 aprile 2012

Donne in Circolo Casalpusterlengo - 11 aprile 2012

Poco tempo fa vi ho raccontato di Giovanna, e del suo Congo. Ora ho buone notizie da darvi, perchè la nostra storia non si ferma e io continuerò a raccontarvela.
Mercoledì 11 Aprile, le Donne in Circolo di Casalpusterlengo ci hanno ospitato per una serata coinvolgente fatta di racconti, vite lontane, ferite insanabili e piccole speranze.
Giovanna, con le sue parole, ci ha fatto vedere i bimbi che a tre anni partono da casa all’alba e tenendosi per mano, in fila indiana, fanno 20 Km ogni mattina a piedi per andare a scuola da soli.
Con lei siamo state dentro ai racconti dei ragazzi soldato che non riescono più a dormire perchè il terrore di rivedere quello che hanno commesso impedisce loro di chiudere gli occhi. Continua a leggere

Gli sceriffi delle mutande

Succede sempre nella Piccola Città di C., e stavolta la notizia si tinge di rosso. La scorsa settimana, durante il consiglio comunale de 13 febbraio 2012, è stato approvato un articolo sul meretricio di strada (perché, lo ricordiamo, in Italia la prostituzione viene affrontata solamente come una problematica di decoro urbano e ordine pubblico: per il resto – trafficking, mafia, fisco, sanità, politica, esercizio in spazi privati – chissenefotte. Il titolo del capitolo di questa politica è: “Non siamo capaci di far nulla, quindi ci preoccupiamo solo di infilare la polvere sotto al tappeto in modo che almeno non si veda”).
Ci tengo a sottolineare che la prostituzione di strada nella Piccola Città di C. è inesistente, e questo la dice lunga sull’opportunità con cui la nostra amministrazione investe il suo tempo.
Ma vengo al punto (e perdonatemi l’uso spavaldo del verbo “venire” in questo contesto bollente): l’articolo – che potete leggere integralmente qui sotto – cita: “È fatto divieto in tutto il territorio comunale di contrattare e di concordare prestazioni sessuali con soggetti che esercitano l’attività di meretricio su strada, o che per il loro atteggiamento, abbigliamento e modalità di approccio manifestino l’intenzione di esercitare prestazioni sessuali.
Come potete facilmente immaginare, la seconda parte di questo stralcio potrebbe dar adito a episodi imbarazzanti: le persone che per atteggiamento, abbigliamento e modalità di approccio manifestano l’intenzione di esercitare prestazioni sessuali sono moltissime e sono ovunque, soprattutto agli occhi degli altri. Quello che ci si domanda è quali siano gli indicatori oggettivi per identificare questi soggetti: una minigonna leopardata è sufficiente?
Oppure sono necessari più fattori, tipo minigonna giropassera + lingua che titilla la cannuccia del moijto in un locale del centro + occhio ammiccante? Le ciglia finte aggravano la situazione?

La polizia municipale verrà probabilmente dotata di righello

Sarebbe necessario avere una lista degli atteggiamenti / abbigliamenti / approcci che lorsignori dell’amministrazione comunale giudicano chiari e limpidi sentori di puttanaggio: perché qui rischiamo segnalazioni divertentissime alla polizia comunale, alcune di notevole scalpore nella “città alta”. Mi sento già il dito bollente: ho tre o quattro nomi piuttosto interessanti che mi tremano sulla lingua. Continua a leggere

L’eredità di Manolo

Mi ricordo ancora il giorno in cui le cose senza senso cambiarono la mia vita. Prima erano accadute senza che io riuscissi a farmi domande intelligenti, ma quando hai vent’anni non è che puoi rimanere a guardare. Una mia cara amica perse i suoi due bimbi, o meglio, al quinto mese li partorì senza vita, e io iniziai a voler capire perché, se la vita è una sola, ci sono bambini che muoiono prima ancora di vedere la faccia della loro mamma.
Chi è che decide? E dall’alto di cosa? Una sola vita che alcuni riescono a vivere fino alla fine in modo pieno, e migliaia di bambini che muoiono come mosche?
No, mi sembrava troppo ingiusto, mi sembrava proprio un disegno stronzo, e sentirmi in balia di un progetto crudele o di un monarca sadico non era quello che io riuscivo a chiamare vita.
Poi ho imparato che i bambini che si perdono sono tantissimi: bambini cellula, quelli che hanno solo pochi giorni di vita; bambini palla, che sono un grumo di carne; bambini coccodrillo, quando nelle prime settimane hanno ancora la coda; bambini criceto, bambini topo e bambini finiti. Se ne perdono tantissimi, ma il numero non attutisce il dolore: sono quelli che tornano più volentieri da dove sono arrivati, ma ci lasciano sempre con una fitta nella pancia.
Proprio da qui ho avuto bisogno di trovare una storia diversa, più giusta, più uguale per tutti: la storia che ognuno di noi ha tante vite a disposizione, e che in ogni vita deve imparare una lezione (o donarla) per arrivare alla conoscenza, per arrivare alla liberazione.
E in giorni difficili come questi, dove tutta una città – sì, sempre la Piccola Città di C. – è ridotta al silenzio e allo sgomento da un ragazzo di 35 anni che in una notte di festa si rompe e muore, che la vecchia questione del “senso” delle cose torna a togliermi il fiato.
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IN CULO VERITAS

Purtroppo non ho più tempo per seguire il mio blog: da quando lavoro per Maggie (e grazie al fatto che l’egocentrismo fallocentrico di buona parte dell’imprenditoria italiana non prevede per nessuna ragione al mondo la concessione del part-time, seppur temporanea), non riesco più nemmeno a lavarmi le orecchie.
Di giorno in ufficio, di notte a scrivere, la vita dell’occlusione occupazionale mi porterà al TSO.
Ma non posso non trovare mezz’ora per scrivere della nostra vittoria: sì perché, nella Piccola Città di C., l’inceneritore (di cui avete letto così tanto sul questo blog) non si farà. Più che per comunicare la notizia (che è già di per sé sensazionale, perché è una delle poche volte in cui i cittadini vincono su economia e istituzioni), ne scrivo per mandarla in culo.
E guardate che dico “culo” a ragion veduta.
Voglio mandarla in culo a tutti quelli che mi criticano perché a quasi quarant’anni vivo ancora di sogni e di ideali. A quelli che continuavano a dire: “tanto non serve, tanto se vogliono lo fanno lo stesso”.
A quelli che non hanno combattuto e ora non dicono nemmeno grazie, perché la pelle l’abbiamo salvata anche a chi non se lo merita. Continua a leggere