Manganelli o libri? Pugni o viaggi? Come si risolvono i problemi del mondo.

Photo by Mike Price

Photo by Mike Price

Quando vengo coinvolta, per caso o intenzione, in discussioni che implicano un minimo di conflittualità tra le posizioni in campo, mi trovo talvolta a confronto con due tipi di esseri umani: i sapiens e i gorillans.
I primi esprimono opinioni, argomentano, portano esempi, magari statistiche; i secondi mostrano il petto, a volte insultano, considerano il manganello la risposta migliore per quasi ogni problema, abusano della parola “buonismo”, vivono di miti senza fondamento e luoghi comuni.
I secondi, spesso, non hanno mai messo il naso fuori dalla loro tribù e l’unica realtà che conoscono (e che in linea di massima giudicano meritevole di sopravvivenza) è quella del loro ceppo genetico.
Ci sono persone che ancora credono di vivere nella giungla benché abitino nell’Europa del 2015, forse per un mancato ridimensionamento dei flussi ormonali o forse per un deficit nell’educazione primaria. Hanno ragione? Continua a leggere

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Il potere dei desideri soddisfatti

Jennifer DeDonato

Jennifer DeDonato

Molte persone hanno dei desideri.
Alcune di queste persone si danno da fare per soddisfarli. Molte altre preferiscono lamentarsi e affogare nella propria frustrazione.
Sento spesso dire: “Eh, sai, ora i bambini sono piccoli, non possiamo, aspettiamo che crescano.”
Una sciocchezza come tante.
Poi la pensione arriva in un attimo (o quasi): la vita è volata, i desideri si sono mummificati.
Ho sempre sentito i miei genitori sognare di luoghi lontani, di viaggi, di Paesi da vedere. Li ho visti guardare per una vita intera programmi in TV sulla natura, sugli animali, su itinerari esotici e città piene di storia.
Il culo quasi sempre sul divano, però. Sai, il lavoro, la famiglia, i soldi.
Poi è stato il momento della salute. I figli sono cresciuti, la pensione è arrivata, ma la malattia li ha truffati e hanno dovuto pure fare i conti con la paura di spostarsi.
Ho sempre cercato di portarli con me, io che non riesco quasi nemmeno a disfare le valigie tra un viaggio e una gita, ma non c’è stato niente da fare. Mostravo foto, portavo racconti, cercavo di spronarli: fallivo.
Di tanto in tanto partivano per viaggi brevi, ma c’era sempre qualcosa che andava storto. Continua a leggere

Quando, come e perché perdere il lavoro può essere un’opportunità

Analisa Aza

Analisa Aza

Oggi, in Italia, quando si perde il lavoro, si prospettano principalmente due scenari: poter beneficiare degli ammortizzatori sociali o non poterne beneficiare.
Cadere nella seconda casistica può essere disperante, perché in molti casi diventa una questione di sopravvivenza. Se però si ha diritto a cassa integrazione, mobilità o disoccupazione, la prospettiva cambia.
O meglio: può essere cambiata.
Per diversi mesi si potrà godere di un’entrata fissa, inferiore allo stipendio percepito come lavoratori attivi, certo, ma il risvolto della medaglia sarà la disponibilità di un bene di immenso valore che si chiama “tempo”. Continua a leggere

Mi invidiavano la libertà (la felicità non è mai gratis)

Photo by Alexis Mire

Photo by Alexis Mire

Qualche giorno fa mi ha contattato un Tizio con il quale non parlavo credo da 25 anni.
Mi ha scritto un’e-mail che mi sarei aspettata solo da un caro amico in crisi di coscienza, dicendomi che si è scoperto amante del tradimento, della trasgressione, e di innumerevoli pertugi femminili.
Lui, padre e marito modello, che vent’anni fa rientrava nella nutrita schiera degli apostoli della retta via e si prendeva la briga di puntare il dito contro le ragazze che, come me, non avevano un anello al dito o un altare pronto ad attenderle: proprio lui, come tanti altri, oggi si ritrova fedifrago e fornicatore.
Ho risposto alla sua e-mail confortandolo sul fatto che è in buona compagnia, e che la vera trasgressione oggi è, casomai, la monogamia del cuore e delle mutande.
Vent’anni fa, questo Tizio (e molti come lui) si permetteva di definirmi “allegra”: era uno dei molti modi con cui la gente di paese cercava di inquadrare una ragazza che non sembrava esattamente carne da marito.
Come tutte le cose che non si vogliono o non si riescono a capire, il termine “allegra” era fuori luogo tanto quanto le altre varianti dei frustrati: puttana, isterica, indesiderabile, lesbica.
Ero semplicemente una ragazza single, come sono stata gran parte della mia vita.
Oggi sorrido, vedendo le doppie e triple vite di questi ex paladini della morigeratezza e dell’integrità morale: talvolta bravissimi, talvolta maldestri a gestirsi il fuoco negli slip. Continua a leggere

Il Primodonnismo maschile

Il Primodonnismo maschile

 

Per lavoro mi capita sempre più di frequente di avere a che fare con uomini appartenenti ad una fascia d’età che oscilla tra i 50 e i 70, e ogni tanto mi capita pure di dover provare sentimenti di profonda tristezza per alcuni di loro.
Accanto a coloro che sono soddisfatti della vita che hanno fatto e che fanno, ci sono quelli che devono essere invece piuttosto frustrati per tutto ciò che non hanno raccolto nonostante le (immagino) numerose semine. Nella logica della vita questo ci sta, ed è un rischio trasversale per censo, razza, sesso: ognuno di noi avrebbe probabilmente voluto di più dal suo passato, soprattutto se ha molto investito (altrimenti la frustrazione non avrebbe ragion d’essere, e dovrebbe essere sostituita da un bell’esame di coscienza).
Però le primedonne no, quelle proprio non si meritano comprensione, soprattutto quando sono maschi.
Il primodonnismo maschile è un peccato imperdonabile e una clamorosa gaffe comportamentale, uno sbugiardamento dell’insicurezza e dell’insoddisfazione.
Mi è capitato di imbattermi in professionisti che immaginavo persone serie e preparate per la posizione che li sapevo ricoprire, e invece mi sono ritrovata davanti a capricciosi quattordicenni coi capelli brizzolati più preoccupati di vendette di cortile e prese di posizione feudali anziché impegnati ad esercitare seriamente la loro professione.
Alla fine è la qualità del lavoro svolto che parla in vece nostra, non l’abilità con cui magari sferriamo ripicche di contrada o sceneggiate da travesta. Continua a leggere

Io odio il cancro

Io odio il cancro

Ci sono pensieri che non mi ci stanno nella testa, e il cancro è uno di questi. Non mi ci stanno sebbene ci abbia scritto un libro, e abbia passato gli ultimi due anni della mia vita a presentarlo in giro per l’Italia: un esercizio di esorcismo personale, una risposta alle mille domande che una risposta, di fatto, non ce l’hanno.
Nelle librerie, nelle biblioteche, nelle piazze, ci sono state persone che – a presentazione terminata – mi sono venute a raccontare la loro storia dolorosa, una lotta alcune volte finita bene, ma in molte altre conclusasi in un modo disperante.
Mi ricordo ancora di una bellissima donna sarda vestita di verde, che mi porse la sua copia di Giulietta e mi disse: “Scrivimi una dedica per mia figlia. Glielo farò leggere quando sarà guarita”.
Sua figlia aveva vent’anni, e non è mai guarita. Continua a leggere

VIVERE IN CAMPAGNA FA SCHIFO: LAMENTO DALLA PIANURA PADANA

VIVERE IN CAMPAGNA FA SCHIFO: LAMENTO DALLA PIANURA PADANA

Avere la casa in campagna fa schifo quando abitare lontano da molte infrastrutture e comodità si unisce al disagio di vivere in un luogo malsano.
In Pianura Padana, come in molte altre zone rurali d’Italia, si muore di cancro peggio che in città. L’assenza di venti e le condizioni morfologiche della zona non permettono il riciclo d’aria, ma ad avere l’influenza peggiore sul disastro è, come al solito, l’intervento dell’uomo.
Il territorio massacrato da industrie chimiche e logistiche, il traffico di transito, l’agricoltura e l’allevamento intensivi che inquinano e snaturano. Il grano matura in due settimane, i concimi puzzano di vernice e appestano aria, pelle, occhi e polmoni, tanto che d’estate si fa fatica a godersi le finestre aperte e si rimpiange il letame.

 

Dairy Cows in a Milking Parlor Continua a leggere

Cassa integrazione e felicità

elena torresani castelsardo

La vita talvolta ti porta a desiderare moltissimo qualcosa che avevi giudicato il peggio che ti potesse capitare. Ho sempre creduto che l’ammortizzatore sociale fosse l’anticamera del fallimento e della disperazione, un tracollo personale e sociale da scongiurare a qualsiasi prezzo.
Crescere negli anni ’80 ha significato per me scegliere di essere un perito aziendale rinunciando al liceo classico, sognare di diventare una manager anziché assecondare le mie passioni letterarie. L’imperativo era far più soldi possibili, diventare produttivi presto e mantenere il curriculum testosteronico.
Ho lavorato come un asino per tutta la vita, facendo spesso due lavori e non smettendo mai di studiare.
Ma magari poi arriva il momento in cui lo scollamento tra la vita orientata al pagamento del mutuo e ad un certo stile di vita si stacca con prepotenza dalla vita che hai sempre sognato. E questo momento magari arriva proprio quando la società che ti ha cresciuto tradisce se stessa e non è più nemmeno all’altezza di garantire i sogni dopati e fasulli che aveva indotto e preteso.
Le vacche magre rivelano tutta la menzogna di un sistema orientato all’arricchimento smodato di pochi attraverso il rincoglionimento di tutti, rivelano la mediocrità di una classe dirigente incompetente, incapace, vigliacca e senza etica nella migliore delle ipotesi.
Dopo una lunga attesa, tanti trapianti di fegato e mesi vissuti nell’incertezza è arrivata la cassa integrazione.
Nel mio caso “cassa integrazione” significa una situazione economica tragica anche a causa degli stipendi che il mio datore di lavoro si è preso il lusso di non pagare ai suoi dipendenti (potendolo fare ad oltranza per legge, tra l’altro).
Ma “cassa integrazione” oltre a “pane e cipolle” significa anche una libertà tanto attesa. Continua a leggere

Cambio vita (e altre speranze)

cervello 1

Lo si dice sempre più spesso. E non è più come qualche anno fa che eravamo tutti “solo” stressati dai ritmi e sotto pressione lavorativa, e vaneggiavamo sull’aprire un baretto su un’isola deserta per mettere fine a una vita insostenibile: un sogno da due soldi, sempre uguale, con cui ci riempivamo la bocca sicuri che nessuno di noi avrebbe mai nemmeno provato a realizzarlo.
Oggi molti di noi sono senza lavoro e, se sono fortunati, possono contare su ammortizzatori sociali che non permettono certo di vivere sereni: un dente cariato e si è già in emergenza. Quelli che uno stipendio ce l’hanno ancora, in genere non ci fanno granché: il potere d’acquisto è crollato e, anche le 10 euro che una volta finivano con noncuranza in qualche tasca del cappotto per essere ritrovate la stagione successiva, oggi vengono tracciate con accuratezza maniacale da qualsiasi possessore.
Questi sono i motivi che portano a dover cambiare vita per forza, i momenti in cui la contingenza ci fa sbizzarrire nel trovare soluzioni. Si risfodera l’ipotesi della decrescita, dell’orto e del discount, del comprare meno ma locale e meglio. Si pensa di mettere a frutto i propri talenti per reinventarsi un futuro perché dal sistema non arriva più nulla di buono.
Un sistema che ti vessa ma non ti salva, né ti fornisce opportunità, ti porta a ripensare alla tua vita, agli sbagli che hai fatto insieme a tutti quelli che condividono quel sistema con te.
Ci hanno insegnato che un lavoro piacevole era un miraggio per sognatori falliti, che il 27 del mese era un appuntamento che valeva la rinuncia alle passioni, che studiare ciò che amavamo e per cui ci sentivamo portati era una velleità da perdenti. Ci hanno detto che dovevamo produrre, raggiungere traguardi, se possibile far soldi: a scapito dei nostri rapporti interpersonali, del pianeta, della salute, dell’etica, dei sentimenti. In molti ci siamo chiesti se la vita fosse solo questo.
Il primo buon frutto che vedo maturare da questa crisi sta nelle persone che alzano il dito medio ad un sistema di valori e di cose che ci ha brutalizzato, impoverito, spremuto, condannato, senza darci una via d’uscita collettiva: ognuno, la via d’uscita, se la deve trovare di suo, cercando magari di scovare intorno a lui quel certo barlume negli occhi dei suoi simili che vogliono sopravvivere, prendendoli per mano. Si può emigrare (e sapete quanto mi piaccia l’idea di un’emorragia di massa), ma si può anche scegliere una vita diversa qui, per quanto difficile sia.

Cito tre storie: Continua a leggere

La febbre del sabato sera (e i disturbi alimentari)

InstallazioneUn tavolo bianco, apparecchiato per quattro. Nei piatti, uno specchio. Lo specchio riflette l’immagine di chi si siede per mangiare.
Chiunque sia passato davanti al Teatro Nazionale di Milano nell’ultimo mese avrà senz’altro visto questa installazione sui disturbi alimentari: che non abitano nel cibo, ma dentro noi stessi.

sb10069429a-002.jpg Food Salad
Proprio al Teatro Nazionale, giovedì 17 gennaio 2013, il musical in scena “La febbre del sabato sera”devolverà parte degli incassi ad ABA, l’associazione impegnata nella prevenzione, nell’informazione e nella cura dei disturbi alimentari. Anoressia e bulimia fanno parte dei tanti problemi su cui non si può far cadere l’indifferenza, perché hanno una valenza sociale e culturale che coinvolge la concezione di bellezza che ognuno di noi si porta dentro, incatenata o con le ali.
Qui a seguire trovate il comunicato stampa dell’evento e, se siete a Milano, siate al Nazionale giovedì sera.

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