Cambio lavoro e città (ma del perchè, per ora, resto in UK)

“Goodbye Eden” by Jana Brike

Il 2018 per me è anche un po’ l’anno delle occasioni mancate. Un’offerta di lavoro come Lifestyle Manager a Facebook nel mese di gennaio, un’offerta come Destination Manager ricevuta dalla Scozia ad aprile. Due proposte che ho dovuto rifiutare per cause di forza maggiore, ma che mi hanno fatto capire di essere nel posto giusto.
Sono arrivata a Londra poco più di tre anni fa, lasciandomi alle spalle il mio Paese, un lavoro a tempo indeterminato e la mia famiglia. Un salto nel vuoto spaventoso, a quarant’anni suonati. Ma avevo bisogno di ossigeno, orizzonti, speranze e possibilità.
Tre mesi senza lavoro, tre mesi di panico, per me che non so gestire l’incertezza economica. Poi l’assunzione in uno studio di consulenza internazionale di Mayfair: un passo gigante, da 0 a 100 in pochi secondi. Dopo 9 mesi il primo aumento di stipendio: del 23%. Come sbarcare sulla luna.
Intorno a me un ambiente in continua crescita, che mi ha spronato a studiare nonostante il lavoro a tempo pieno e la mia attività di consulente freelance. Tutti lo facevano e l’energia era contagiosa: la prima volta in cui ho lucidamente percepito l’influenza dell’ambiente circostante.
Ottenute le certificazioni alle quali ambivo, mi sono sentita pronta per l’ennesimo salto, e ho iniziato a cercare lavoro nel turismo. Un cambio di settore radicale a quasi 44 anni: la mia discreta esperienza nel turismo era infatti esclusivamente da libera professionista, e sapevo che propormi alle aziende come dipendente sarebbe stata una bella sfida. Un po’ come ricominciare da zero. Continua a leggere

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La mia anima imprigionata a London Bridge

Tamypu illustration

Londra, sabato 3 giugno 2017.
Di mattina io e Damiano andiamo a fare un giro a St James’s Park per fotografare i pellicani. Sono le 11, i turisti affollano tutta l’area intorno a Buckingham Palace per assistere al cambio della guardia, e noi ci diciamo, ancora una volta, quanto sarebbe facile compiere una strage lì in mezzo.
Mentre Damiano apre lo zaino per tirare fuori la macchina fotografica, due dei poliziotti di ronda si avvicinano, guardano dentro, gli dicono: “Bell’aggeggio, deve essere costato parecchio.”
Abbastanza”, rispondiamo insieme, sapendo che non è alla macchina fotografica che sono attenti.
Sabato sera siamo in casa a lavorare. Io scrivo, Damiano sistema le foto.
Guardo Facebook, leggo di London Bridge. Apro Twitter, inserisco l’hashtag #LondonBridge, e mi si ferma il cuore. Per ore non sono più capace di fare altro, se non tenere sotto controllo gli aggiornamenti in rete.
Non sono una persona resiliente. I dolori mi entrano dentro e si annidano nel profondo, i pensieri continuano a tornare in quell’angolino buio in cui mi ci vuole sempre tempo per far entrare la luce.
Leggo i racconti, mi immagino là: London Bridge è uno dei luoghi di Londra che preferisco, e l’empatia fa il resto. Mi sento come la ragazza che non ha più visto tornare suo marito uscito dal pub per fumare, mi sento la donna incinta investita dal furgone appena girato l’angolo, mi sento il ragazzo sgozzato da dietro mentre beveva una birra. Guardo i video, l’incedere freddo e sicuro dei terroristi ripreso dall’interno di un ristorante. Mi sento soffocata dal rumore di quelle vite disintegrate, schiacciata da tutti quei sogni e quei progetti interrotti sul London Bridge, paralizzata dallo stupore di chi si è sentito la vita scivolare fuori dal corpo mentre stava ridendo con gli amici lungo uno dei fiumi più belli d’Europa.
Sono passati 3 giorni, ma la mia mente è ancora imprigionata a London Bridge.
Quando rientro in metro dall’ufficio, la sera, a London Bridge non sale più nessuno, gli accessi sono ancora ridotti. Là c’è la mia anima imprigionata.

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La rivoluzione accade in un attimo

Twiggy, 1967 (Ronald Traeger)

Twiggy, 1967 (Ronald Traeger)

Scrivo questo pezzo durante la prima settimana del governo Trump, settimana in cui il mondo ha visto milioni di persone scendere in piazza a protestare. La più grande manifestazione della storia degli Stati Uniti, un fiotto spontaneo di indignazione che rende più benevolo il mio sguardo su questa fase politica.
Sono mesi che Londra, città in cui vivo da due anni, pigia il piede sul pedale delle nostalgie rivoluzionarie, organizzando eventi straordinari dedicati agli anni che cambiarono la storia della società occidentale e su cui ora dovremmo fare un paio di pensieri.
Al V&A Museum c’è infatti “REVOLUTION”, una mostra dedicata alla manciata di anni (1965 – 1970) che letteralmente cambiarono il mondo grazie alla musica, all’arte, a nuovi modi di stare insieme e di rivendicare i propri diritti.

NEL REGNO UNITO:
 1965: viene introdotto il reato di discriminazione razziale
 1967: il sesso tra omosessuali non è più reato
 1967: anche le donne non sposate possono accedere alla contraccezione
 1967: viene legalizzato l’aborto nelle prime 24 settimane di gravidanza
 1969: il divorzio diventa legale
 1970: diventa illegale pagare le donne meno degli uomini a parità di ruolo

Incluso nel prezzo del biglietto (£16), un paio di cuffie ed un’eccezionale raccolta di brani dell’epoca che accompagna i visitatori per tutto il percorso espositivo, perchè se la colonna sonora è la pelle di un’epoca, in questo caso ne è anche sangue e linfa vitale.
Abiti dirompenti, suoni sbalorditivi, musicisti indimenticabili, le comuni e i tentativi di creare una società nuova, l’LSD e le utopie, il sesso liberato e le rivendicazioni delle minoranze, le prese di coscienza e la lotta anti-establishment, quella stessa lotta di cui sentiamo tanto parlare anche oggi. Continua a leggere

Di come un sistema che funziona mi abbia dato i superpoteri

Designed by Alice Williamson http://www.designedbyalice.co.uk/

Designed by Alice Williamson
http://www.designedbyalice.co.uk/

Il giorno in cui le centraliniste delle Nazioni Unite hanno iniziato a conoscermi per nome, ho capito che qualcosa era cambiato nel mio modo di gestire gli intoppi e i disservizi.
Per la gioia mia e dei miei clienti, mi sono accorta di essere diventata un po’ quel cane che si attacca al polpaccio dei fornitori lazzaroni, quel gatto che ti si aggrappa a quelle altre cose di chi non fa il proprio dovere.
Ma com’è accaduto che, tutto d’un tratto, mi è venuta ‘sta grinta e mi sono messa a lottare contro i disservizi, le noncuranze, gli errori che subisco come professionista, cliente o cittadina, per l’inefficienza di un sistema o di un fornitore?
Riuscite a vedermi, col telefono in mano e l’espressione incredula sul volto? Lo sentite il tono indignato della mia voce? Percepite la tenacia con cui presidio il mio punto?
Il motivo è uno solo: nel Paese in cui sono emigrata capita di venire ascoltati e, agendo, si possono talvolta cambiare le cose.
Per quanto stupido e banale possa sembrare, per me è stata una scoperta potente e strabiliante. Non succede sempre, ma succede abbastanza spesso da portare la gente a credere che valga la pena protestare, denunciare, pretendere scuse, indennizzi o revisioni delle procedure.
Finchè non ho vissuto una realtà diversa, non mi sono resa conto fino in fondo di quanto la frustrazione derivante dalla propria voce sempre inascoltata e la sensazione di non contare nulla come cittadina e/o cliente sia castrante: io come molti altri portati al silenzio dalla mancanza di forze, portati all’inedia emotiva dalla rassegnazione. L’alzata di spalle come unica risposta sociale, sorrisi amari stiracchiati sulle nostre belle facce sudeuropee. Continua a leggere

Le opinioni diverse dalle mie: come mi regolo

opinion

Si possono avere opinioni diverse, purché siano opinioni e, anche, opinioni accettabili (con tutta la soggettività che questa parola comporta).
A volte, sui social, vengo accusata di non saper accettare opinioni diverse dalle mie, ma temo ci sia da sottolineare un paio di aspetti fondamentali delle “opinioni diverse dalla mia”.

1) Si possono avere opinioni diverse in merito ad uno stesso fatto oggettivo. Se si parte dall’analisi di due realtà diverse, la divergenza esiste per forza di cose. Se poi, come spesso accade, una delle due opinioni é basata su un’allucinazione o su una bugia collettiva, allora il discorso da fare é un altro.
Se secondo te gli immigrati in Italia sono dei privilegiati perché lo Stato li ospita in alberghi di lusso e dà pure loro 35 € al giorno, la tua non é un’opinione ma un’allucinazione.
In casi come questo, non sono io che non so accettare un’opinione diversa dalla mia, sei tu che devi investire il tuo tempo ad informarti meglio, visto che i mezzi ci sono e sono a disposizione di tutti.
Oppure, se secondo te l’immigrazione in Italia ha raggiunto livelli di allarme, creando un problema numerico ben più grande di quello che c’é in altri Paesi, secondo me devi andarti a leggere i numeri dei flussi migratori: scoprirai che la tua convinzione é errata e che la tua opinione lo é di conseguenza.
E questo non significa negare che l’Italia (come la Grecia o la Giordania) sia stata lasciata sola a gestire un’emergenza colossale, ma significa guardare il fenomeno a livello generale per quello che é in realtà.
Io a Londra aspetto tre settimane per avere un appuntamento dal medico della mutua, in Italia aspettavo al massimo un’ora. Rispiegatemi dov’é che c’é troppa immigrazione, che sono sicura di non aver capito.
Secondo il censimento del 2011 (che oggi potrebbe essere ancora più articolato), a Londra ci sono più di 300.000 persone che non parlano inglese, 1.7 milioni di persone che non hanno l’inglese come prima lingua (e sono quindi immigrati di prima generazione, figuriamoci quelli di seconda, terza e decima). Qui sono parlate 53 lingue “principali” e 54 secondarie. Nel solo quartiere di Hillingdon sono parlate 107 lingue diverse.
Se dici che l’Italia ha già i suoi problemi e che quindi non può sobbarcarsi anche quelli degli altri, sappi che é così per ogni nazione: ogni nazione ha i suoi cazzi amari da smazzarsi. I tuoi possono a volte sembrarti più grossi perché in effetti lo sono, oppure perché:
a) non hai mai vissuto altrove
b) non ti sei informato (o l’hai fatto su: cosechenessunotidiramai.altervista.com)
c) non te ne frega una cippa degli altri Continua a leggere

I crimini d’odio saranno puniti

Illustration by Matt Mahurin

Illustration by Matt Mahurin

Da quando vivo a Londra mi capita di provare un’emozione che prima non conoscevo: quella di far parte di un sistema che mi spinge ad essere migliore e che punta in alto, che chiede a tutti di tirare fuori il meglio e non il peggio di sè.
Come avevo spiegato nel live di Facebook subito dopo il Brexit, gli episodi di intolleranza e di discriminazione erano aumentati in maniera allarmante qui in UK dopo il risultato del 23 giugno, e mi auguravo una presa di posizione decisa da parte delle istituzioni.
Il sindaco di Londra è stato uno dei primi a dichiarare la “tolleranza zero” nei confronti degli abusi che si stavano verificando e ieri Alison Saunders, la direttrice del CPS*, ha dichiarato che entro la fine dell’anno verranno promulgate le nuove linee guida sui crimini legati all’odio (hate crimes) in modo da spiegare all’opinione pubblica cosa sono, perchè vanno denunciati e a chi, principalmente quando hanno cause razziali o religiose.
La Saunders ha inoltre annunciato che nuove forze di polizia verranno impegnate per arginare il fenomeno, mentre il Segretario di Stato Amber Rudd ha dichiarato che anche gli episodi di bullismo nelle scuole legati a pregiudizi razziali, religiosi o sessuali verranno giudicati come “hate crimes” a tutti gli effetti.
Conclude la Saunders: “Non c’è posto per l’odio nella Gran Bretagna del 21° secolo, una nazione che è per tutti. Siamo un grande Paese perchè siamo uniti da valori come la democrazia, la libertà di parola, il rispetto reciproco e le pari opportunità per tutti. Siamo la somma di tutte le nostre parti, una società orgogliosa della sua pluralità. Non c’è posto per l’odio alla nostra tavola e faremo ogni cosa in nostro potere per respingerlo.” Continua a leggere

15 mesi senza auto e sto bene

Zagreb, Croatia  | by © Steve McCurry

Zagreb, Croatia | by © Steve McCurry

Mi sono trasferita a Londra 15 mesi fa e ho lasciato la macchina in Italia. Qui un posto-auto costa come una casa sui Navigli e quindi ho deciso di farne a meno.
Da allora ho usato solo i mezzi pubblici e Uber un paio di volte perchè non avevo scelta.
Londra è ben servita, non c’è dubbio, ma è anche enorme e capita che, per andare a cena da amici, stiamo sui mezzi due ore, che è quasi come andare da Milano a Firenze.
Non faccio quasi mai la spesa online, perchè per la scorta spiccia ho tre supermercati a meno di un chilometro (strada che comunque faccio a piedi con le borse) ma anche perchè alcuni dei posti dove compro (come il macellaio di fiducia, che è a 4 Km da casa mia) non consegnano a domicilio.
Per andare a comprare la frutta secca al Lidl (l’unico posto dove è venduta prezzi decenti, vista la quantità che ne mangio), prendo la DLR (ferrovia leggera) e torno carica come uno sherpa.
Siete mai andati a prendere le noci in treno? Io almeno una volta al mese.
Ma sono viva e con le gambe un po’ piú toniche, nonostante la quantità di formaggi grassi che ingurgito con la scusa della mancanza di casa.
Quando torno in Italia riprendo in mano la macchina, anche perchè in provincia è piú vincolante che in città, ma mi rendo conto di quante volte la si usi a sproposito e di quanto accanimento ci sia nel non voler fare due passi: si rubano parcheggi ai disabili, si rimane a girare in macchina come dei pirla in attesa che si liberi un posto pur di non parcheggiare a 300 metri da dove dobbiamo andare. Continua a leggere

Il mio primo Londraversario

Foto di Damiano Moretti

Foto di Damiano Moretti

Un anno fa chiudevo due valigie in cui avevo concentrato tutto quello che, di una vita, potevo portare con me: un ottimo esercizio di selezione, pulizia, individuazione del superfluo.
Il disagio di partire senza i miei 783 libri, i 35 paia di scarpe, le 22 borse, i 25 orsacchiotti.
Il 4 marzo 2015 i miei genitori mi portavano in aeroporto e io li baciavo per la prima volta. Nelle mie mani il secondo biglietto di sola andata della mia vita, questa volta quello giusto.
Partivo con due sole certezze: il mio amore che mi aspettava dall’altra parte del cielo e l’amico che ci avrebbe generosamente ospitato per le prime due settimane, in attesa che anche noi trovassimo una casa in cui vivere. Fine dei paracaduti.
Sono passati 12 mesi, 12 mesi in cui ho vissuto senza auto, ho iniziato a mettere i tacchi in ufficio, non ho mai indossato un maglione nonostante mi sia trasferita molto più nord, ho mangiato molti più formaggi grassi con la scusa della mancanza di casa: il gorgonzola e il grana trafugati da Lodi, il pecorino importato clandestinamente dalla Sardegna.
Delinquenti della gola.
Non mi ci é voluto molto ad adattarmi al costume locale di vestirmi elegante ma con le scarpe da ginnastica e ho imparato a non temere i cieli che minacciano pioggia perché spesso mentono. Continua a leggere

Io vi maledico

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Da venerdì dentro di me ci sono un dolore e un grido.
Scrivo queste righe per non morire di asfissia e di rumore, dopo giorni di silenzio e rabbia.
Oggi vorrei che fossero vere tutte le leggende e le superstizioni che, lungo la storia, hanno vestito le donne da streghe. Oggi vorrei chiamarle tutte a raccolta, quelle torturate o arse sui roghi e quelle che l’hanno scampata.
Mi piacerebbe che la mitologia della Grande Madre si facesse carne, flusso e magia, e che scendesse sopra gli uomini, che entrasse loro dentro.
Parlo di noi che viviamo in sincrono con la luna e le maree, noi che abbiamo imparato a sentire per sopravvivere, parlo di noi che abbiamo la biologia e la chimica di chi deve accudire, conservare, proteggere e tramandare, ed esattamente per questo abbiamo avuto in dono l’empatia.
Parlo soprattutto di me, che non condivido l’uccisione di un colpevole, figuriamoci cosa mi provoca l’esecuzione di un innocente.
Parlo di me che vi maledico, voi vermi che spargete sangue senza colpe, voi codardi che spezzate vite disarmate. Che siate terroristi o Presidenti, Papi o militari, che stiate obbedendo o ordinando, io vi maledico augurandovi vite lunghe in cui improvvisamente arrivino coscienza ed empatia.
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Andate per un po’ dove le cose (belle) accadono

Pina Bausch

Pina Bausch

Ho diversi ricordi dell’Italia in fermento, di quando era facile cambiare lavoro e difficile scegliere gli eventi a cui andare, di quando tutti i sabati facevo shopping o uscivo a cena e avevo ancora motivo di sognare progetti realizzati.
Mi ricordo le notti di Milano e quelle sugli argini di Po, tutte piene di vita frizzante e di gente che faceva. Cose diverse, ma faceva.
Dopo anni che sembrano secoli per il peso che ci hanno caricato sulle spalle, mi trovo di nuovo in un luogo dove le cose accadono e fa un effetto stranissimo, che a tratti mi entusiasma e a tratti mi stranisce. Avevo perso l’abitudine alla possibilità.
Londra è un luogo moltiplicato: arrivando, mi sono sentita gettata dalla palude nel tornado.
I primi giorni, quando vedevo nuovi negozi aprire, pensavo istintivamente: “Poverini, tra un anno chiuderanno sommersi dai debiti”. Oppure, di fronte ai mille palazzi in costruzione: “Mamma mia, rimarranno tutti vuoti o pignorati dal tribunale.”
Ci ho messo qualche settimana ad intervenire su quello che la situazione italiana aveva fatto della mia visione del mondo e del futuro, mi ci è voluto un certo esercizio per scacciare il gattaccio nero annidato nel mio subconscio. Continua a leggere