Se sognate un futuro diverso per il vostro territorio

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Il mondo è pieno di luoghi che vivono uno stato di sofferenza dovuto a problemi economici e/o ambientali che potrebbero trarre qualche piccolo (o grande) beneficio dal turismo e da una gestione più lungimirante di cultura, enogastronomia e territorio.
Nonostante questo mio punto di vista sia condiviso da molti, è incredbile come l’ostinazione di continuare nel brutto, nel malsano e nel malgestito vinca nella maggior parte dei casi.
Ho deciso così di raccogliere un grappolo di esempi virtuosi di cui scriverò appena possibile su Globetellers, per mostrare come è di fatto possibile cambiare il destino di una terra con tanto impegno e magari un pizzico di fortuna. Fortuna che serve a volte per trovare l’incastro giusto tra sogni, competenze, sinergie tra pubblico e privato e, ntauralmente, capitale.
Penso alla terra da cui provengo, il Lodigiano, penso alla sua vocazione agricola che me l’ha sempre fatta sognare non solo granaio ma anche giardino della Lombardia. Una terra di camminate lungo i canali e tra le fattorie, destinazione per gli amanti del turismo lento: viaggiatori che a piedi, in bicicletta o a cavallo attraversano queste lande piatte e romantiche fatte di spighe, querce e nebbie, fermandosi di tanto in tanto a degustare formaggi e risotti lungo il Po, in qualche villa rinascimentale o in qualche cascinale operoso.
La realtà però è un po’ diversa dai miei sogni. Il Lodigiano è una delle terre più inquinate d’Italia, agricoltura e allevamento sono diventati intensivi, il paesaggio è guastato dai capannoni delle logistiche e dai centri commerciali, l’aria è appestata dai gas di scarico dei camion. I lodigiani sono sempre stati grandi lavoratori, gente disciplinata e volenterosa: questo forse li ha portati ad accettare talvolta i ricatti di chi ha presentato opportunità apparentemente ghiotte ma che di fatto nascondevano impieghi poco appetibili, stipendi miseri, contratti ridicoli.
I ricatti, tra l’altro, di chi ha insediato sul territorio attività fortemente inquinanti e deturpanti. La gente dice “dobbiamo pur lavorare”, ma il lavoro non è detto che debba essere sempre e solo questo. Continua a leggere

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La rivoluzione accade in un attimo

Twiggy, 1967 (Ronald Traeger)

Twiggy, 1967 (Ronald Traeger)

Scrivo questo pezzo durante la prima settimana del governo Trump, settimana in cui il mondo ha visto milioni di persone scendere in piazza a protestare. La più grande manifestazione della storia degli Stati Uniti, un fiotto spontaneo di indignazione che rende più benevolo il mio sguardo su questa fase politica.
Sono mesi che Londra, città in cui vivo da due anni, pigia il piede sul pedale delle nostalgie rivoluzionarie, organizzando eventi straordinari dedicati agli anni che cambiarono la storia della società occidentale e su cui ora dovremmo fare un paio di pensieri.
Al V&A Museum c’è infatti “REVOLUTION”, una mostra dedicata alla manciata di anni (1965 – 1970) che letteralmente cambiarono il mondo grazie alla musica, all’arte, a nuovi modi di stare insieme e di rivendicare i propri diritti.

NEL REGNO UNITO:
 1965: viene introdotto il reato di discriminazione razziale
 1967: il sesso tra omosessuali non è più reato
 1967: anche le donne non sposate possono accedere alla contraccezione
 1967: viene legalizzato l’aborto nelle prime 24 settimane di gravidanza
 1969: il divorzio diventa legale
 1970: diventa illegale pagare le donne meno degli uomini a parità di ruolo

Incluso nel prezzo del biglietto (£16), un paio di cuffie ed un’eccezionale raccolta di brani dell’epoca che accompagna i visitatori per tutto il percorso espositivo, perchè se la colonna sonora è la pelle di un’epoca, in questo caso ne è anche sangue e linfa vitale.
Abiti dirompenti, suoni sbalorditivi, musicisti indimenticabili, le comuni e i tentativi di creare una società nuova, l’LSD e le utopie, il sesso liberato e le rivendicazioni delle minoranze, le prese di coscienza e la lotta anti-establishment, quella stessa lotta di cui sentiamo tanto parlare anche oggi. Continua a leggere

Le opinioni diverse dalle mie: come mi regolo

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Si possono avere opinioni diverse, purché siano opinioni e, anche, opinioni accettabili (con tutta la soggettività che questa parola comporta).
A volte, sui social, vengo accusata di non saper accettare opinioni diverse dalle mie, ma temo ci sia da sottolineare un paio di aspetti fondamentali delle “opinioni diverse dalla mia”.

1) Si possono avere opinioni diverse in merito ad uno stesso fatto oggettivo. Se si parte dall’analisi di due realtà diverse, la divergenza esiste per forza di cose. Se poi, come spesso accade, una delle due opinioni é basata su un’allucinazione o su una bugia collettiva, allora il discorso da fare é un altro.
Se secondo te gli immigrati in Italia sono dei privilegiati perché lo Stato li ospita in alberghi di lusso e dà pure loro 35 € al giorno, la tua non é un’opinione ma un’allucinazione.
In casi come questo, non sono io che non so accettare un’opinione diversa dalla mia, sei tu che devi investire il tuo tempo ad informarti meglio, visto che i mezzi ci sono e sono a disposizione di tutti.
Oppure, se secondo te l’immigrazione in Italia ha raggiunto livelli di allarme, creando un problema numerico ben più grande di quello che c’é in altri Paesi, secondo me devi andarti a leggere i numeri dei flussi migratori: scoprirai che la tua convinzione é errata e che la tua opinione lo é di conseguenza.
E questo non significa negare che l’Italia (come la Grecia o la Giordania) sia stata lasciata sola a gestire un’emergenza colossale, ma significa guardare il fenomeno a livello generale per quello che é in realtà.
Io a Londra aspetto tre settimane per avere un appuntamento dal medico della mutua, in Italia aspettavo al massimo un’ora. Rispiegatemi dov’é che c’é troppa immigrazione, che sono sicura di non aver capito.
Secondo il censimento del 2011 (che oggi potrebbe essere ancora più articolato), a Londra ci sono più di 300.000 persone che non parlano inglese, 1.7 milioni di persone che non hanno l’inglese come prima lingua (e sono quindi immigrati di prima generazione, figuriamoci quelli di seconda, terza e decima). Qui sono parlate 53 lingue “principali” e 54 secondarie. Nel solo quartiere di Hillingdon sono parlate 107 lingue diverse.
Se dici che l’Italia ha già i suoi problemi e che quindi non può sobbarcarsi anche quelli degli altri, sappi che é così per ogni nazione: ogni nazione ha i suoi cazzi amari da smazzarsi. I tuoi possono a volte sembrarti più grossi perché in effetti lo sono, oppure perché:
a) non hai mai vissuto altrove
b) non ti sei informato (o l’hai fatto su: cosechenessunotidiramai.altervista.com)
c) non te ne frega una cippa degli altri Continua a leggere

I crimini d’odio saranno puniti

Illustration by Matt Mahurin

Illustration by Matt Mahurin

Da quando vivo a Londra mi capita di provare un’emozione che prima non conoscevo: quella di far parte di un sistema che mi spinge ad essere migliore e che punta in alto, che chiede a tutti di tirare fuori il meglio e non il peggio di sè.
Come avevo spiegato nel live di Facebook subito dopo il Brexit, gli episodi di intolleranza e di discriminazione erano aumentati in maniera allarmante qui in UK dopo il risultato del 23 giugno, e mi auguravo una presa di posizione decisa da parte delle istituzioni.
Il sindaco di Londra è stato uno dei primi a dichiarare la “tolleranza zero” nei confronti degli abusi che si stavano verificando e ieri Alison Saunders, la direttrice del CPS*, ha dichiarato che entro la fine dell’anno verranno promulgate le nuove linee guida sui crimini legati all’odio (hate crimes) in modo da spiegare all’opinione pubblica cosa sono, perchè vanno denunciati e a chi, principalmente quando hanno cause razziali o religiose.
La Saunders ha inoltre annunciato che nuove forze di polizia verranno impegnate per arginare il fenomeno, mentre il Segretario di Stato Amber Rudd ha dichiarato che anche gli episodi di bullismo nelle scuole legati a pregiudizi razziali, religiosi o sessuali verranno giudicati come “hate crimes” a tutti gli effetti.
Conclude la Saunders: “Non c’è posto per l’odio nella Gran Bretagna del 21° secolo, una nazione che è per tutti. Siamo un grande Paese perchè siamo uniti da valori come la democrazia, la libertà di parola, il rispetto reciproco e le pari opportunità per tutti. Siamo la somma di tutte le nostre parti, una società orgogliosa della sua pluralità. Non c’è posto per l’odio alla nostra tavola e faremo ogni cosa in nostro potere per respingerlo.” Continua a leggere

Il mondo è pieno di Buonanno

Pawel Kuczynski

Pawel Kuczynski

Quando ho appreso della morte di Buonanno ho pensato che il mondo è pieno di Buonanno. Lo è sempre stato e, molto probabilmente, lo sarà sempre.
Onestamente, non mi frega nulla che uno come lui sia vivo o morto, mi dispiace invece che ciò che lui rappresentava sia vitale e prolifico.
Ci sono state persone che lo hanno eletto, sostenuto, invitato ripetutamente in TV e che ne condividono appassionatamente e orgogliosamente il pensiero. Un pensiero, una vita e una carriera basata sull’odio e sull’istigazione all’odio, sulla sollecitazione dei sentimenti bassi dell’animo umano. In buona o in mala fede, per vera dedizione politica o per opportunismo non ha grande importanza.
Nel lessico ci sono parole ben precise per classificare chi sventola una pistola in televisione e si fa portatore di bandiere umanamente tanto orrende, ma il mio sguardo lo riservo a tutta quella schiera enorme di persone impaurite e aggressive, violente e vendicative, con gravi deficit emotivi (soprattutto dal punto di vista dell’empatia) e civili, votati alla chiusura e alla negazione di ogni diversità e di qualsiasi tipo di incontro, accettazione, inclusione.
Tutto questo sopravviverà ad uno, dieci, cento incidenti stradali, perchè è il seme nero che sta dentro all’uomo e che dobbiamo imparare a combattere con la cultura, con l’educazione civica ed emotiva, con l’incontro e la comunicazione, ma senza ipocrisia, perchè la morte non cancella la responsabilità: le assoluzioni le lascerei a chi di dovere, nel caso ci sia qualcuno in carica. Continua a leggere

15 mesi senza auto e sto bene

Zagreb, Croatia  | by © Steve McCurry

Zagreb, Croatia | by © Steve McCurry

Mi sono trasferita a Londra 15 mesi fa e ho lasciato la macchina in Italia. Qui un posto-auto costa come una casa sui Navigli e quindi ho deciso di farne a meno.
Da allora ho usato solo i mezzi pubblici e Uber un paio di volte perchè non avevo scelta.
Londra è ben servita, non c’è dubbio, ma è anche enorme e capita che, per andare a cena da amici, stiamo sui mezzi due ore, che è quasi come andare da Milano a Firenze.
Non faccio quasi mai la spesa online, perchè per la scorta spiccia ho tre supermercati a meno di un chilometro (strada che comunque faccio a piedi con le borse) ma anche perchè alcuni dei posti dove compro (come il macellaio di fiducia, che è a 4 Km da casa mia) non consegnano a domicilio.
Per andare a comprare la frutta secca al Lidl (l’unico posto dove è venduta prezzi decenti, vista la quantità che ne mangio), prendo la DLR (ferrovia leggera) e torno carica come uno sherpa.
Siete mai andati a prendere le noci in treno? Io almeno una volta al mese.
Ma sono viva e con le gambe un po’ piú toniche, nonostante la quantità di formaggi grassi che ingurgito con la scusa della mancanza di casa.
Quando torno in Italia riprendo in mano la macchina, anche perchè in provincia è piú vincolante che in città, ma mi rendo conto di quante volte la si usi a sproposito e di quanto accanimento ci sia nel non voler fare due passi: si rubano parcheggi ai disabili, si rimane a girare in macchina come dei pirla in attesa che si liberi un posto pur di non parcheggiare a 300 metri da dove dobbiamo andare. Continua a leggere

Io vi maledico

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Da venerdì dentro di me ci sono un dolore e un grido.
Scrivo queste righe per non morire di asfissia e di rumore, dopo giorni di silenzio e rabbia.
Oggi vorrei che fossero vere tutte le leggende e le superstizioni che, lungo la storia, hanno vestito le donne da streghe. Oggi vorrei chiamarle tutte a raccolta, quelle torturate o arse sui roghi e quelle che l’hanno scampata.
Mi piacerebbe che la mitologia della Grande Madre si facesse carne, flusso e magia, e che scendesse sopra gli uomini, che entrasse loro dentro.
Parlo di noi che viviamo in sincrono con la luna e le maree, noi che abbiamo imparato a sentire per sopravvivere, parlo di noi che abbiamo la biologia e la chimica di chi deve accudire, conservare, proteggere e tramandare, ed esattamente per questo abbiamo avuto in dono l’empatia.
Parlo soprattutto di me, che non condivido l’uccisione di un colpevole, figuriamoci cosa mi provoca l’esecuzione di un innocente.
Parlo di me che vi maledico, voi vermi che spargete sangue senza colpe, voi codardi che spezzate vite disarmate. Che siate terroristi o Presidenti, Papi o militari, che stiate obbedendo o ordinando, io vi maledico augurandovi vite lunghe in cui improvvisamente arrivino coscienza ed empatia.
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Andate per un po’ dove le cose (belle) accadono

Pina Bausch

Pina Bausch

Ho diversi ricordi dell’Italia in fermento, di quando era facile cambiare lavoro e difficile scegliere gli eventi a cui andare, di quando tutti i sabati facevo shopping o uscivo a cena e avevo ancora motivo di sognare progetti realizzati.
Mi ricordo le notti di Milano e quelle sugli argini di Po, tutte piene di vita frizzante e di gente che faceva. Cose diverse, ma faceva.
Dopo anni che sembrano secoli per il peso che ci hanno caricato sulle spalle, mi trovo di nuovo in un luogo dove le cose accadono e fa un effetto stranissimo, che a tratti mi entusiasma e a tratti mi stranisce. Avevo perso l’abitudine alla possibilità.
Londra è un luogo moltiplicato: arrivando, mi sono sentita gettata dalla palude nel tornado.
I primi giorni, quando vedevo nuovi negozi aprire, pensavo istintivamente: “Poverini, tra un anno chiuderanno sommersi dai debiti”. Oppure, di fronte ai mille palazzi in costruzione: “Mamma mia, rimarranno tutti vuoti o pignorati dal tribunale.”
Ci ho messo qualche settimana ad intervenire su quello che la situazione italiana aveva fatto della mia visione del mondo e del futuro, mi ci è voluto un certo esercizio per scacciare il gattaccio nero annidato nel mio subconscio. Continua a leggere

Sono due anni che Milano è in fiamme

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Sono più di due anni, probabilmente, ma è meglio limitarsi a parlare dell’emerso.
Milano brucia da tempo, tirandosi dietro tutta l’Italia e anche chi ormai vive fuori dai confini nazionali.
Quello che è successo oggi, i roghi, i tafferugli, la città a ferro e fuoco, succede da mesi: in modo molto meno pirotecnico ma infinitamente più dannoso.
Il gesto inqualificabile di un delinquente che incendia l’auto di un innocente privato cittadino ci colpisce più da vicino perché potevamo essere noi, perché in un’auto ci vanno le fatiche e i sacrifici di un’intera famiglia.
A confronto, tangenti, malafede, incompetenza, corruzione e spreco di denaro pubblico sembrano malattie tropicali che poco ci riguardano: e la percezione è la metà del male.
Sono due anni che Milano è in fiamme. Continua a leggere

Solo un’altra che se ne va

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Siamo in tanti ad andarcene, ormai è un’emorragia.
Io sono solo una di una folla, ma stavolta sono io e non un altro: questo, nella mia sceneggiatura personale, fa la differenza. Tutto è diverso quando sei tu e non un altro.
WimDelvoye, un artista belga, ha rappresentato gli esseri umani in sintesi nella sua opera “Cloaca Machine”: un grande apparato digerente che ingurgita cibo ed espelle rifiuti.
Per discostarsi da questo realismo cinico ci restano i sentimenti che proviamo, le relazioni che creiamo e sogni che realizziamo, quelli che ci portano un po’ più su delle nostre budella.
Per questo, in Italia lascio un lavoro a tempo indeterminato, una casa, un’auto, la mia famiglia e tutte le certezze, le radici che ho. Parto arrabbiata, con la fretta di chi sente di abbandonare una nave che sta affondando.
Ogni giorno mi alzo dal mio letto nella Pianura Padana sentendo di subire un’ingiustizia che non sono più disposta a sopportare, con l’unico rammarico di aver stupidamente sperato troppo a lungo di poter in qualche modo, nel mio piccolo, cambiare le cose.
Me ne vado perché devo aprire una Partita Iva per il mio bellissimo lavoro da freelance, ma non ho intenzione di farlo in Italia. Me ne vado perché sono stufa di lavorare come un asino e vedermi sottratta la maggior parte del reddito da uno Stato che io considero vergognoso da troppi decenni. Continua a leggere