Mi invidiavano la libertà (la felicità non è mai gratis)

Photo by Alexis Mire

Photo by Alexis Mire

Qualche giorno fa mi ha contattato un Tizio con il quale non parlavo credo da 25 anni.
Mi ha scritto un’e-mail che mi sarei aspettata solo da un caro amico in crisi di coscienza, dicendomi che si è scoperto amante del tradimento, della trasgressione, e di innumerevoli pertugi femminili.
Lui, padre e marito modello, che vent’anni fa rientrava nella nutrita schiera degli apostoli della retta via e si prendeva la briga di puntare il dito contro le ragazze che, come me, non avevano un anello al dito o un altare pronto ad attenderle: proprio lui, come tanti altri, oggi si ritrova fedifrago e fornicatore.
Ho risposto alla sua e-mail confortandolo sul fatto che è in buona compagnia, e che la vera trasgressione oggi è, casomai, la monogamia del cuore e delle mutande.
Vent’anni fa, questo Tizio (e molti come lui) si permetteva di definirmi “allegra”: era uno dei molti modi con cui la gente di paese cercava di inquadrare una ragazza che non sembrava esattamente carne da marito.
Come tutte le cose che non si vogliono o non si riescono a capire, il termine “allegra” era fuori luogo tanto quanto le altre varianti dei frustrati: puttana, isterica, indesiderabile, lesbica.
Ero semplicemente una ragazza single, come sono stata gran parte della mia vita.
Oggi sorrido, vedendo le doppie e triple vite di questi ex paladini della morigeratezza e dell’integrità morale: talvolta bravissimi, talvolta maldestri a gestirsi il fuoco negli slip. Continua a leggere

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Calzedonia e quei quarti di bue in passerella

Tyson+Beckford+Calzedonia+Summer+Show+Forever+A3p5q3OaFugx

La scena classica che a casa nostra anticipa il sonno prevede normalmente una donna che legge un libro e un uomo che guarda un film. La donna che legge il libro è spesso disturbata dagli spari o dalle urla dei morti ammazzati nel film proiettato sullo schermo, ma pazienza: prima o poi arriveranno le cuffie pure a casa nostra.
Ieri sera però abbiamo lavorato fino a tardi e ci siamo concessi dieci minuti di sfilata Calzedonia in TV: mentre ci stupivamo del format ambizioso scelto da Calzedonia e ci constatavamo la bravura della regia che riusciva a dare la giusta importanza a tutti i protagonisti (cantanti, modelli, pubblico, ballerini, coreografie), io sono rimasta basita dai modelli che sfilavano in passerella.
Non mi sono mai occupata di moda uomo, e soprattutto non mi sono mai occupata di beachwear, e non mi ero mai accorta che il tipo di maschio che piace veder sfilare fosse il modello “quarto di bue”.
Ora, non so se fosse un difetto di visualizzazione del nostro televisore, che ha uno schermo più adatto ad un cinematografo che ad un’abitazione di 70 mq, ma quei corpi gonfi mi sono sembrati una roba raccapricciante. Se sono lì, però, significa che piacciono parecchio, e alla maggior parte delle persone.
A me sembravano caricature Michelin senza alcun appeal estetico o erotico, una proiezione malsana di ciò che è pensato per essere bello e invece risulta innaturale e posticcio: e dire che conservato memoria di un’immagine maschile ben più “sottile” proposta da Calzedonia sui cataloghi. Che si siano dati una pompata giusto in occasione del summer show?
Un breve pensiero a quanto tempo sprecato si nasconda dietro a tutto quel gonfiore, per ricordarmi però subito dopo che del proprio tempo ognuno fa quel che vuole, per carità.
Personalmente quei corpi mi provocano un sentimento ambiguo, un insieme di tenerezza e tristezza, curiosità e repulsione: mi riportano più ai cadaveri a mollo nell’acqua che a qualche frontiera di desiderio.
Senza omettere poi che tutto quel gonfiore innaturale in alcuni casi porta a movimenti sgraziati, e in tutti a un’imbarazzante sproporzione con l’apparente vuotezza della mutanda. Continua a leggere

Le donne e il porno: per niente #Choosy

Quando si è ritirata dalle scene del porno, buona parte dell’utenza maschile ha indossato il lutto.
Sasha Grey è tornata in video con l’aria di un’algida studentessa repubblicana del Minnesota, denunciando la discriminazione retributiva tra uomini e donne in occasione dell’Equal Pay Day.

Un clip sulle questioni di genere, insomma, dove si dice provocatoriamente che il mondo del porno è l’unica strada che hanno le donne per fare soldi quanto gli uomini.
E un messaggio per la nostra Elsa nazionale: dopo aver fatto la cameriera, la segretaria, l’infermiera, Sasha Grey non è stata per niente #Choosy.

Eros, il Creatore

 

Eros era il creatore. Divinità primordiale accanto a Caos (il Cielo) e Gea (la Terra). Ancora Cielo e Terra non si erano separati, maschile e femminile erano insieme, compenetrati, a formare un Uno che solo con sforzo intellettuale possiamo provare a concepire.
Eros non era affatto il dio delle unioni. Era forza creatrice allo stato puro. Solo in seguito, curioso destino, Eros diventa il dio dell’amore
.”

Alla voce “Erotismo” leggo questo intervento di Susanna Schimperna nel libro “Parola di Donna” e riconosco lo spiazzamento che provo: spesso, se non ogni volta che spoglio una persona per la prima volta.
L’equivoco di attribuire a Eros valenze armonizzatrici si manifesta in tutta la sua bugia di fronte all’intimità cruda, ai genitali esposti, ai movimenti che non ti aspetti, agli odori veri, alle rifrazioni non immaginate.
Erotico è ciò che spiazza, l’identità sotto pelle che emerge: un’altra persona di fronte e sotto le mani, irrimediabilmente diversa da quella vestita di cinque minuti prima.
La verità del piacere, l’elusione del controllo, il contatto profondo e senza perdono, l’accettazione della possibilità, il racconto delle profanazioni, la rottura degli argini, la sincronizzazione delle pulsioni.
E il rischio altissimo che quello che vediamo, scopriamo e sentiamo – di noi o del corpo accanto a noi – ci piaccia da morire. O non ci piaccia per niente.

“Perché le donne non hanno mai dimenticato il vero Eros, sì, il Creatore, colui che regnava su un universo indifferenziato e se la rideva delle nostre paure e dei nostri distinguo
(Susanna Schimperna)

Corna: il più grande ammortizzatore matrimoniale

Ipocriti e vigliacchi, la maggior parte di noi tiene in vita rapporti sentimentali e matrimoni che non avrebbero nessun motivo di esistere, spesso nemmeno come patto di mutuo soccorso.
In molti casi si usano i figli come scusa, come se i figli non percepissero la mancanza d’amore e non imparassero una lezione sentimentale scorretta, per mascherare la codardia di fare un passo onesto: per rimanere s-coppiati ci vuole coraggio, ne convengo.
E poi bisogna salvare la faccia, le apparenze, le vacanze d’agosto, i pranzi di Natale, il curriculum.
In un panorama desolante di rapporti inesistenti e infelici, dove la motivazione più dignitosa per stare insieme è quella di limitare gli impegni economici (mutuo, bollette, spese condominiali), il tradimento risulta essere il più grande ammortizzatore sociale.
La tenuta di molti matrimoni è dovuta alla possibilità e alla capacità di tradire, e di tradire bene.
Il tradito è in alcuni casi connivente, e più o meno consapevole. In dettaglio:
IPOTESI A) si è scelto come partner un toro arrapato o una giumenta allegra, e quindi non si potrà poi dire particolarmente sorpreso di scoprirlo a volare di fiore in fiore.


IPOTESI B) si è scelto come partner un bravo ragazzo a cui, a un certo punto, impazzisce l’uccello: questa casistica di traditori si lascerà scoprire – per inesperienza – molto più facilmente, ma sarà difficilissima da digerire.


In mezzo a questi due casi limite si possono trovare innumerevoli esempi intermedi di tradimenti a spot, ricerca di attenzioni, bisogno di emozioni, smutandamenti sporadici e imprevedibili (e pazienza per la scopata di una notte, son d’accordo anch’io), avventure puramente erotiche senza o con implicazioni sentimentali, la maggior parte delle quali avviene – a quanto pare – sul posto di lavoro: se quelle macchinette del caffè potessero parlare!
Di fatto la monogamia è un’avventura difficile e ostinata, che in molti casi ha poco a che fare con l’amore (quando invece dovrebbe esserne la manifestazione più pura).
In Iran hanno adottato il matrimonio a tempo (da una notte a 99 anni), per ovviare alle esigenze ormonali e salvare la coscienza: l’ipocrisia come unico e inutile salvagente.
Noi preferiamo le corna spavalde, taciute ma plateali, impunite, reiterate, sopportate: sono garanzia di rapporti duraturi e matrimoni incrollabili, finchè morte non ci separi. È questa la cosa importante, giusto? Non rimanere spaiati e soli, almeno sulla carta.
Buon ammortizzatore sociale a tutti dunque, e dormite pure sonni tranquilli.

Degli amanti e delle regole d’oro

Tra le donne scorre un grande e clamoroso equivoco che riguarda gli amanti: la sensazione infida del “vale tutto”.
Le single hanno bisogno di intimità, di contatto epidermico, del riconoscimento maschile, dell’ebbrezza che spesso si ricava più dal desiderio suscitato che da quello appagato (purtroppo): in certi casi il bisogno di avere due mani e due occhi addosso è più forte di qualsiasi cosa.
Le accoppiate (sposate o meno che siano) ricercano il diversivo, l’emozione, il sesso puro (ed epurato dai conti di fine mese).
Quale che sia la nostra condizione, di fatto spesso ci accontentiamo di amanti che andrebbero lasciati fuori sullo zerbino al freddo e sostituiti con oggetti di vibro-design o con morbidi animali domestici. Invece continuiamo ad aprire porte e cosce anche quando non sarebbe il caso: perché un amante non ha doveri né responsabilità, a quanto pare, e ci tiene a mantenersi impermeabile a qualsiasi rivendicazione o pretesa.
Stronzate.
Un amante può essere un’opportunità enorme: libere da imbarazzi, pudori e riserve sentimentali, spesso le relazioni puramente erotiche ci fanno scoprire aspetti di noi di cui non immaginavamo nemmeno l’esistenza, o dinamiche di piacere che ci erano sconosciute.
Per questo motivo NON “vale tutto”: l’erotismo è un percorso di approfondimento, di esplorazione e di scoperta. Non si tratta solo di orgasmi piazzati qua e là sul calendario (anche se, in alcuni casi, già quello sarebbe un traguardo).
Considerando che circa il 60% delle donne accoppiate finge l’orgasmo con il proprio partner, e che in generale il 70% delle donne non raggiunge che raramente l’orgasmo durante il rapporto, i problemi seri da affrontare sono sia all’interno della coppia (dove però ci sono i sentimenti a tamponare molte situazioni) sia fuori da essa (dove non essendoci nessun tampone o salvagente, le rivendicazioni si fanno ancora più doverose).

Tutto questo per dire che:
1 – Un amante che non vi fa godere, non vale l’occupazione dell’agenda. I bisogni della carne sono a volte impellenti, ma un’eccitazione delusa è forse peggio dell’astinenza.
2 – Un amante che al secondo appuntamento vi propone una cosa a tre con un suo amico (salvo che l’ipotesi sia anche sul podio dei vostri desideri impellenti) non è decisamente interessato eroticamente a voi ma semplicemente alla carne che aderisce per forza centripeta attorno al vostro pertugio vaginale. Che, badate, non è l’essenza del sesso: il fatto che un uomo sia “solamente” un amante non dovrebbe ridurre tutto all’atto coitale indiscriminato e slegato dalla vostra persona.

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Gli sceriffi delle mutande

Succede sempre nella Piccola Città di C., e stavolta la notizia si tinge di rosso. La scorsa settimana, durante il consiglio comunale de 13 febbraio 2012, è stato approvato un articolo sul meretricio di strada (perché, lo ricordiamo, in Italia la prostituzione viene affrontata solamente come una problematica di decoro urbano e ordine pubblico: per il resto – trafficking, mafia, fisco, sanità, politica, esercizio in spazi privati – chissenefotte. Il titolo del capitolo di questa politica è: “Non siamo capaci di far nulla, quindi ci preoccupiamo solo di infilare la polvere sotto al tappeto in modo che almeno non si veda”).
Ci tengo a sottolineare che la prostituzione di strada nella Piccola Città di C. è inesistente, e questo la dice lunga sull’opportunità con cui la nostra amministrazione investe il suo tempo.
Ma vengo al punto (e perdonatemi l’uso spavaldo del verbo “venire” in questo contesto bollente): l’articolo – che potete leggere integralmente qui sotto – cita: “È fatto divieto in tutto il territorio comunale di contrattare e di concordare prestazioni sessuali con soggetti che esercitano l’attività di meretricio su strada, o che per il loro atteggiamento, abbigliamento e modalità di approccio manifestino l’intenzione di esercitare prestazioni sessuali.
Come potete facilmente immaginare, la seconda parte di questo stralcio potrebbe dar adito a episodi imbarazzanti: le persone che per atteggiamento, abbigliamento e modalità di approccio manifestano l’intenzione di esercitare prestazioni sessuali sono moltissime e sono ovunque, soprattutto agli occhi degli altri. Quello che ci si domanda è quali siano gli indicatori oggettivi per identificare questi soggetti: una minigonna leopardata è sufficiente?
Oppure sono necessari più fattori, tipo minigonna giropassera + lingua che titilla la cannuccia del moijto in un locale del centro + occhio ammiccante? Le ciglia finte aggravano la situazione?

La polizia municipale verrà probabilmente dotata di righello

Sarebbe necessario avere una lista degli atteggiamenti / abbigliamenti / approcci che lorsignori dell’amministrazione comunale giudicano chiari e limpidi sentori di puttanaggio: perché qui rischiamo segnalazioni divertentissime alla polizia comunale, alcune di notevole scalpore nella “città alta”. Mi sento già il dito bollente: ho tre o quattro nomi piuttosto interessanti che mi tremano sulla lingua. Continua a leggere

Chimica pura: ormoni e altre faccende degli esseri umani

Tutte le volte che rifletto sull’anima, sulla mente o sull’identità non dovrei mai dimenticarmi degli ormoni: noi esseri umani siamo soprattutto chimica, ma troppo spesso non lo teniamo in considerazione.
L’ha detto bene Louann Brizendine nel suo libro “Il cervello delle donne”, ma per gli uomini forse è ancora peggio. Esistono persino i geni della fedeltà e della monogamia, pensate un po’.
Cioè, non sempre la cultura, la civiltà, l’educazione, la morale la convivenza civile, l’evoluzione sociale, l’ambiente, riescono a filtrare tutta la faccenda.
Prendiamo per esempio la felicità e l’infelicità: tutte quelle endorfine che entrano in gioco, la serotonina e altre regine del buon umore che se non ci sono è un casino della marianna.
La depressione solo da poco è stata riconosciuta come una disfunzione chimica, e a molti ancora non è entrato in testa: tante volte la differenza tra il suicidio e la vita la fa uno scompenso assolutamente risolvibile in laboratorio.
Ci sono persone a cui si grippa la tiroide e devono prendere la tiroxina per compensare, ci sono persone a cui si grippano i neurotrasmettitori e c’hanno altro da prendere.
Per sei mesi o per sempre.
La qualità della nostra vita risiede talvolta in fattori che prescindono da noi.
Essere magra o grassa, pelosa come un babbuino o glabra come il marmo, avere le tette di cemento armato o due orecchie da cocker arrotolate nel reggiseno, avere il monte di venere discreto o un anodonte da mezzo chilo negli slip: spesso è tutta una faccenda chimica.

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Le quarantenni

Non voglio fare la fine di Muccino, che racconta ogni stagione della vita man mano che invecchia. Però c’è da dire che, con l’approssimarsi dei 40, sto iniziando a vedere i punti deboli della fascia COUGAR. Il tasto dolente sono le emozioni.
A quarant’anni in linea di massima le donne hanno rapporti stabili e consolidati, sposate o conviventi che siano, con figli o senza: vivono amori di lunga data, pagano il mutuo, lasciano spesso la vita in folle e si godono quello per cui hanno lottato tutta l’adolescenza.
Peccato che, più o meno consciamente, talvolta avvertano una forte carenza emotiva, desiderando quelle passioni forsennate, quel brivido per l’ignoto, quelle sbandate chimiche da cui vent’anni prima scappavano magari a gambe levate in cerca di accasamento e stabilità.
E accadono cataclismi. Continua a leggere

Il bacio che trionfa

Mi ricordo quella sera in cui, alla veneranda età di 33 anni, portai per la prima volta un uomo ad una cena di famiglia. Le mie cugine, al momento del dolce, si lasciarono andare e confessarono: “Prima di stasera pensavamo fossi lesbica”.
Probabilmente, nel corso degli anni, stupefatte dalla mia zitellaggine ostinata, le devono aver scartate tutte. Forse all’inizio avevano pensato che ero una solida vergine in attesa del principe azzurro, poi magari che dovevo essere per forza un po’ troia e che svolazzavo di fallo in fallo godendomi la vita. Desolate, alla fine, non vedendo comparire nessun pettegolezzo succoso né nessuna redenzione all’orizzonte, si sono probabilmente arrese all’ipotesi lesbista.
Pensavo questo, oggi, mentre fuori da Ikea partecipavo ad un flash-mob nato in contestazione delle uscite di Giovanardi sul significato e sulla costituzionalità della famiglia, insieme ad amici gay, coppie eterosessuali, e madri di famiglia. Ci siamo baciati per 60 secondi, ed eravamo bellissimi, felici e colorati. Continua a leggere