Il bello nel web esiste, e ve lo regalo per Natale

by Belette Rose

by Belette Rose

Il web è pieno di schifo perché la gente è piena di schifo.
Dopo cinquant’anni di bombardamento televisivo e di comunicazione univoca, cinquant’anni di un sistema che ha creato ed alimentato desideri deleteri e miti desolanti, miraggi legati a ricchezza e successo e fama, forme vuote, esistenze di nulla, è arrivato il web.
Finalmente un media dove l’uomo (inteso come essere umano) può dire la sua: dopo cinquant’anni in cui è stato costretto a sbavare dietro a qualcosa, desiderando tutto ciò che non aveva (oggetti, principalmente), ora l’uomo parla di fronte ad un pubblico molto più ampio di quello del bar dove andava a bersi il caffè negli anni ’80, e tira fuori il risultato di cinquant’anni di niente.
Finalmente può dire la sua a tutte quelle donne dai culi al vento e dalle grandi tette che gli hanno solleticato il testosterone o l’invidia senza motivo per decenni mentre mangiava la pastasciutta in famiglia, può sfogare la repressione per ciò che gli hanno insegnato a desiderare, può sentirsi una star anche se non ce l’ha fatta a entrare al Grande Fratello.
In molti casi lo fa usando una lingua pessima, carente delle più basilari regole di grammatica o punteggiatura, e se ne frega perché intanto è in bella compagnia (e comunque, che vuoi che sia). Continua a leggere

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Immigrazione ed emigrazione: siamo pari (e coi conti in positivo?)

emigranti

Una mia amica che vive all’estero da sei anni mi dice: “Negli ultimi mesi mi sembra di non fare altro: telefonate in Skype con italiani che vogliono emigrare e mi chiedono consigli e informazioni.”
La situazione si fa tosta, anche se per ora rimane sotto traccia. Molti non si iscrivono all’AIRE, molti non dichiarano di essere fuggiti, in alcuni casi per continuare a beneficiare degli ammortizzatori sociali.
Nei prossimi mesi diventerà probabilmente più evidente: mentre a Milano si consumerà l’esperienza Expo, molti connazionali senza più speranze cercheranno futuro altrove. Un’emorragia spaventosa e indesiderata, sofferta, dolorosa, che rimpolperà gli archivi fotografici dedicati all’emigrazione con foto digitali a colori.
Il parallelo con i migranti che cercano fortuna qui in Italia è immediato ma ingiusto, perchè loro arrivano spesso da situazioni molto peggiori.
Stamattina leggo su Facebook questo status di Fabio Geda, e penso che – fra tanti – valga la pena di essere fermato: Continua a leggere

Censura su Facebook: bruciate pure gli immigrati, ma niente tette per favore.

pietre

Non so se tutto la questione censoria del mondo di Facebook abbia a che fare con i parametri morali personali di Mark Elliot Zuckerberg o con qualche evidente sbilanciamento del buon senso di un ipotetico Comitato delle Purghe.
Di fatto proliferano gli incitamenti all’odio razziale ma guai a tirare fuori un capezzolo.
La censura su tutte le immagini che possono avere richiami erotici (persino una madre che allatta) è talmente accanita e categorica da sembrare ossessiva: una vera persecuzione del nudo, anche di quello artistico. Nemmeno le opere d’arte sopravvivono e qualche dubbio sull’origine della paranoia di Mark Elliot o del suo Comitato delle Purghe un po’ mi assale.
Dall’altro lato, invece, post e fotografie inneggianti al fascismo, al nazismo, ai forni crematori e ai roghi di immigrati sono ovunque.

Ora, a mio avviso ci sarebbe da farci una ripensatina su questa cosa della morale e della censura.
Ci si deve vergognare delle mammelle ma non dell’intestino? Continua a leggere

Quando, come e perché perdere il lavoro può essere un’opportunità

Analisa Aza

Analisa Aza

Oggi, in Italia, quando si perde il lavoro, si prospettano principalmente due scenari: poter beneficiare degli ammortizzatori sociali o non poterne beneficiare.
Cadere nella seconda casistica può essere disperante, perché in molti casi diventa una questione di sopravvivenza. Se però si ha diritto a cassa integrazione, mobilità o disoccupazione, la prospettiva cambia.
O meglio: può essere cambiata.
Per diversi mesi si potrà godere di un’entrata fissa, inferiore allo stipendio percepito come lavoratori attivi, certo, ma il risvolto della medaglia sarà la disponibilità di un bene di immenso valore che si chiama “tempo”. Continua a leggere

Evviva! Ricercatori italiani fanno una scoperta importante sul cancro al seno (e magari guadagnano 100 euro al mese)

Male-curabile

Grafica AIRC

È di oggi la notizia che un gruppo di ricercatori italiani ha compiuto un passo determinante nel capire come vincere il cancro al seno. Gioia, esultanza, orgoglio, ancora una volta.
I ricercatori italiani sono eccellenti, ovunque essi riescano a lavorare, in Italia o all’estero: questo studio è stato compiuto a Milano, quindi è ancora più entusiasmante il risultato ottenuto. Una volta tanto, non sono stati costretti ad emigrare per lavorare.
Poi penso ad un’amica mia, che lavora in Italia nel campo della ricerca da 4 anni: cancro, malattie rare, cose così. Prende 100 euro al mese di rimborso spese. Anche lei non è emigrata, mi dice che non ce la fa, e da 4 anni lavora gratis 12 ore al giorno. Fa la cameriera nel fine settimana per guadagnare due soldi, ma ovviamente è costretta a vivere in casa dei genitori perché l’indipendenza in Italia è un lusso economico sempre più esclusivo. Vite sospese, vite che salvano vite ma costrette a vivere sotto chiave.
Chissà quanto guadagnano i membri del team di Milano che ha fatto questa importante scoperta, chissà quanti anni di lavoro ci sono voluti.
Nel suo famosissimo libro “Libera scienza in libero stato” (Rizzoli, 2010), Margherita Hack aveva evidenziato in modo chiaro i problemi del nostro sistema accademico, le pesantezze burocratiche, e la grave limitazione dei fondi destinati alla ricerca. Continua a leggere

In Sardegna mi hanno detto: “Tornatene da dove sei venuta”

sardegna castelsardo

Sardegna, agosto 2014.
Il mio viaggio alla scoperta dell’isola continua.
Dopo la meravigliosa esperienza dell’anno scorso (e di quelli precedenti), decido di addentrarmi ancora una volta nell’entroterra. Con il mio compagno e un gruppo di amici scelgo il Trenino Verde, da Perfugas verso il Lago Liscia, dove un battello e gli ulivi millenari ci attendono.
Paesaggi splendidi ma organizzazione piuttosto deludente: nel viaggio verso casa penso a che taglio dare all’articolo che scriverò sul mio blog di viaggi.
Mentre saliamo sul treno del ritorno, una signora sarda occupa 10 posti per i suoi amici rimasti indietro e che, prima o poi, arriveranno. Nei 54 euro pagati per la giornata non è stato contemplato il posto assegnato, e questo può dare adito a scene da far west per chi vuole rigorosamente viaggiare con tutta la sua tribù attorno. Gentilmente, chiedo alla signora se può cedere uno dei 10 posti che ha occupato (quello con più spazio per le gambe) ad un settantenne che viaggia con noi e ha due ernie al disco che gli causano forti dolori. Lei non solo non mi risponde, ma fa cenno a tutti i suoi amici ritardatari di affrettarsi, si gira verso il marito e dice: “Ma che vuole questa?”.
Decido di andarmene, rassegnata all’egoismo e alla maleducazione, ma al “questa” sono tornata indietro.
Io non mi chiamo ‘questa’, non sono una stronza che passa per strada, sono una persona che ti ha chiesto una cortesia e puoi rivolgerti direttamente a me se mi devi dire qualcosa.”
Allora, per la prima volta, mi rivolge la parola: “Stronza a chi?
Immaginando che non sia audiolesa, ma che stia facendo la furba, riprovo ad andarmene.
Interviene il marito, che a sua volta sta occupando altri posti sbarrando i sedili con le braccia e impedendo alla gente di sedersi: “Signora, veda di calmarsi”. Il tono è quello del maschio che vuole dimostrare a tutti di saper difendere la propria femmina, e sottintende: “Altrimenti se la vede con me”.
Mi sento proiettata in una rissa preistorica, ma senza le clave. Continua a leggere

Mi invidiavano la libertà (la felicità non è mai gratis)

Photo by Alexis Mire

Photo by Alexis Mire

Qualche giorno fa mi ha contattato un Tizio con il quale non parlavo credo da 25 anni.
Mi ha scritto un’e-mail che mi sarei aspettata solo da un caro amico in crisi di coscienza, dicendomi che si è scoperto amante del tradimento, della trasgressione, e di innumerevoli pertugi femminili.
Lui, padre e marito modello, che vent’anni fa rientrava nella nutrita schiera degli apostoli della retta via e si prendeva la briga di puntare il dito contro le ragazze che, come me, non avevano un anello al dito o un altare pronto ad attenderle: proprio lui, come tanti altri, oggi si ritrova fedifrago e fornicatore.
Ho risposto alla sua e-mail confortandolo sul fatto che è in buona compagnia, e che la vera trasgressione oggi è, casomai, la monogamia del cuore e delle mutande.
Vent’anni fa, questo Tizio (e molti come lui) si permetteva di definirmi “allegra”: era uno dei molti modi con cui la gente di paese cercava di inquadrare una ragazza che non sembrava esattamente carne da marito.
Come tutte le cose che non si vogliono o non si riescono a capire, il termine “allegra” era fuori luogo tanto quanto le altre varianti dei frustrati: puttana, isterica, indesiderabile, lesbica.
Ero semplicemente una ragazza single, come sono stata gran parte della mia vita.
Oggi sorrido, vedendo le doppie e triple vite di questi ex paladini della morigeratezza e dell’integrità morale: talvolta bravissimi, talvolta maldestri a gestirsi il fuoco negli slip. Continua a leggere

Raccontare il male per fare il bene: la Festa della Donna 2014

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La violenza è potere. E il potere è come una droga: difficile da abbandonare
Pagina 80, Il male che si deve raccontare, di Simonetta Agnello Hornby e Marina Calloni, Edizioni Feltrinelli.

Pagina 40 e 41: “In Italia, nell’80 per cento dei casi l’autore della violenza è italiano. Nel 50 per cento dei casi di violenza, anche sessuale, è il marito o il convivente della vittima. […] L’uccisione da parte di persone note alla vittima è la prima causa di morte nel mondo per le donne tra i 16 e i 44 anni.

Un libro che racconta la storia di Fenella e della sottomissione di una famiglia intera, l’ospedale psichiatrico per chi si rompe, il teatro dell’abuso di Lusaka, gli schiaffi e i pugni a Filomena in Sicilia, la famiglia disfunzionale di Imogen dove le figlie erano costrette a perdere la verginità col padre, le madri disumanizzate che non difendono i figli dagli abusi perché perdono la cognizione del bene e del male, il suicidio della signora Wanda costretta ad accogliere e a riverire le amanti del marito per decenni. Continua a leggere

Lavorare in ufficio fa male

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Da 7 mesi non lavoro più in un ufficio né per un capo, ma da casa e per i miei clienti, o per me stessa.
Sto lavorando molto, molto più di quanto avessi previsto inizialmente, più che altro per dare maggiore solidità all’attività di freelance: credibilità, portfolio, contatti, formazione, sono elementi che richiedono un investimento di tempo ed energie notevole, soprattutto in un sistema economico in grave crisi come quello italiano. Nell’ottica poi di preparare Brand-it-up e Brand-it-up Travel sia alla possibilità di restare qui che a quella di espatriare, la tipologia di variabili in campo si amplia moltissimo.
Lavorare molto, ma lavorare da casa, ha però degli enormi vantaggi: primo fra tutti, l’assoluta libertà di gestione del tempo.
Gli appuntamenti possono essere fissati a piacimento, le incombenze risolte senza l’incubo di orari e chiusure, il lavoro svolto anche di sera, se di mattina si è stati fuori per commissioni o impegni.
La cosa migliore, tuttavia, credo che sia la quasi perenne assenza della sveglia. Il corpo, alla mattina, si sveglia quando meglio crede. Alcune volte alle 6.30, altre alle 9. Continua a leggere

Perchè non credo sia necessario parlar bene degli avversari

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Da una parte ci sono i competitor, i concorrenti che abbiamo in campo professionale.
Normalmente nei confronti di questa categoria di persone sono sempre stata piuttosto lucida: so capire quelli che sono di gran lunga più bravi di me e quelli che invece non lo sono, anche se magari hanno più successo. Con i competitor riesco anche a diventare amica, o ad instaurare un rapporto di collaborazione e di stima.
Sui social metto like e retwitto qualsiasi cosa reputi buona, senza calcoli, invidie malsane e boicottaggi di sorta: me ne frego spavaldamente, perché penso che ci possa essere posto per tutti quelli che lavorano bene.
La mia unica preoccupazione è fare del mio meglio per essere all’altezza di lettori, clienti e partner.

Però poi ci sono gli avversari, che sono un’altra categoria, normalmente ideologica.
È morto Giorgio Stracquadanio, un politico che nella vita avrò sentito parlare tre volte e mi è sempre sembrato un servo poco brillante. Oggi tutti ne tessono le lodi. Gad Lerner dice che si confrontava con lui piacevolmente, di tanto in tanto. Se persone con una cultura e un’intelligenza più grande della mia dicono così, probabilmente sono io a sbagliarmi. Probabilmente dovevo ascoltarlo parlare o meglio o di più ma, in linea di massima, dopo il terzo round di stronzate investo il mio tempo per ascoltare altro.
L’altro giorno in un gruppo di Facebook, un amministratore ha scritto verso un suo – chiamiamolo così – avversario ideologico: “Infine mi rivolgo a [Mr X]. Ti conosco da tanto tempo e ricordo bene i tuoi atteggiamenti e le tue opinioni legittime e mai banali
Ora, capisco che il conoscersi da tanto tempo sia spesso una zavorra nel gestire le pubbliche relazioni con gli avversari. Capisco anche la necessità di mantenere rapporti e civili e cordiali. Si può pensarla in modo diverso, scontrarsi, ma cercare di rispettare le sensibilità altrui. Continua a leggere