Grazie Maggie

Ero a casa tutta scassata per l’incidente di fine aprile, quando dal Fashioncamp mi hanno invitato a partecipare al Contest di MaggieJeans. Tra un anti-dolorifico e uno svenimento ho cercato allora di scrivere qualcosa di decente per concorrere, e poi mi sono messa l’anima in pace cercando di rimettere in ordine vertebre, ossa e baricentro.
Maggie cercava Maggie: una blog-trotter in grado di raccontare delle donne speciali del nostro tempo, all’ombra del claim “Women will save the world”.
Quando ho saputo che la giuria mi aveva selezionato tra le sette finaliste ho provato una felicità esplosiva, quella delle cose in cui non speri. E lì è partito il patatrak. Era da tempo che cercavo un cambiamento, ma l’idea che questo cambiamento potesse essere possibile, e soprattutto di questo calibro, mi ha inseminato. Continua a leggere

Dal medico-legale: come uscirne vivi.

Credo sia capitato a tutti di sentirsi al di là delle statistiche in certi momenti, e vittima di uno scherzo a telecamere nascoste.
Il 28 aprile 2011 ho avuto un incidente d’auto, e da prassi è arrivata l’ora delle visite medico-legali per essere risarcita dalle assicurazioni. A luglio la visita con il dott. Domenico Tuttotasso, perito della controparte, ieri la visita con il dott. Silvio Spagnolli, il medico suggeritomi dalla mia assicurazione.
Due su due con un ego ipertrofico che quasi non c’era più spazio nella stanza.
Quando a luglio mi sono trovata di fronte a Domenico Tuttotasso la mia memoria ha iniziato a viaggiare veloce mentre lui, occupatissimo al telefonino, mi trattava con una condiscendenza da upper class: “Sono il dott. Tuttotasso, prego signora, si accomodi in sala d’aspetto, arrivo subito”. E io, che mal tollero il “signora” visto che penso di dimostrare 25 anni, mi sono accomodata obbediente su di una sedia, trattata come una scocciatura, la proletaria media che attende il verdetto del luminare.
Quando finalmente mi ha invitato ad accomodarmi nel suo ufficio di sapienza e scienza, mi sono allargata in un sorriso sperticato e ho esordito con un “Ciao Mimmo, come stai?”. Lui, sgranando tanto d’occhi e degnandomi per la prima volta di un’occhiata, mi fa: “Chiuda la porta alle sue spalle per favore”. Iniziava a sudare, ma perseverava con il lei: “Ci conosciamo?”.
“Non ti ricordi di me, Mimmo? Al Beso?”.
Questa parolina magica – Beso – doveva avergli fatto intuire che ci eravamo conosciuti in modo non troppo consono al tono da Nobel che si stava dando in quel momento, e il fatto di non ricordarsi di me gli faceva intuire senz’altro di avermi frequentato in condizioni non particolarmente onorevoli (visto che il Beso, dove io facevo la cameriera, era famoso per essere un luogo di sbronze epocali e baldoria sfrenata).
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Spremeteli, finchè siete in tempo.

Mi ci sono voluti 37 anni per capire che l’istinto narrativo mi arriva tutto da mia madre e, più in generale, da quel ramo della famiglia. Loro sono dei grandi affabulatori orali: io purtroppo non ho questo dono. Le mie storie spingono per uscire dalle mani, ma ogni volta che mi trovo ad un pranzo di famiglia rimango incantata da quello che loro riescono a tirar fuori dalla bocca.
E mi innamoro, mi emoziono, mi sbudello dalle risate e mi ispiro: ogni sacrosanta volta succede qualcosa, ogni incontro è un’inseminazione narrativa. Continua a leggere

Serafino Tutta Mazza (ovvero, le disavventure della maternità)

Erano due o tre anni che si parlava di questa bambina: quando lei non era ancora nemmeno embrione e navigava felice nell’interregno tra una vita e l’altra, qui si organizzava la sua cameretta verde oliva prima ancora che gli accoppiamenti mirati venissero messi in pratica.
Con un padre marinaio e una madre Presidentessa della Paramount Picture, ci si aspettavano grandi cose da Maddalena (c’aveva già un nome importante, da bellissima peccatrice). Continua a leggere

La sposa, e la punizione dell’incapace

Mano a mano che le notizie bomba di questa estate piena di vita stanno diventando pubbliche, posso finalmente raccontare tutto il vissuto che rotola al seguito.
Mia sorella – la mia unica sorella – si sposa, che di per sé è già sconvolgente.
Un po’ perché è la sorella minore, classe 1983, e questo atavicamente rappresenta un disonore per la primogenita non maritata e una piaga per la famiglia che custodisce in seno la femmina zitella. Continua a leggere

San Lorenzo 2010

Mi trovo in uno di quei momenti, nel bel mezzo del cammino, in cui bombe di vita a orologeria mi esplodono intorno continuamente, tanto che mi viene da domandarmi se non sia io – in qualche strano modo – il detonatore.
In realtà poi accantono la vanagloria, e mi rendo conto di essere casualmente – e senza merito – al centro di un turbine di eventi interstellari e violenti che sconvolgono le vite di chi mi circonda.
Vengono prese decisioni importanti, il pianeta si ripopola, si torna in ginocchio davanti agli altari.
Così, nei passaggi di redenzione e fecondità di questa estate sorprendente, la vita – quella vera – accade lontano dalle spiagge, negli appartamenti privati, in piccole camere d’albergo, nei paesi deserti.
Ieri sera un amico ha detto, quasi sbalordito: “La gente ha voglia di poesia!”.


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Il porco russo: non tutto il mondo è paese.

Ieri a pranzo, parlando con mio padre, gli racconto dei due fornitori russi che sono venuti a trovarci in azienda per fare due chiacchiere sul contratto di esclusiva per un prodotto molto importante.
Gli dico: “Uno ha cinquant’anni, una laurea in fisica e un MBA in chiusura: è pacato, educato e preparato. L’altro ha trent’anni, è un grasso maiale alcolizzato, non è laureato in niente ed è un cafone tremendo. Indovina chi è che comanda e decide?”
Mio padre, che a sessant’anni forse qualcosa del mondo ha capito, mi risponde: “Il secondo”.
Che tutto il mondo sia davvero paese?
Per certi versi probabilmente sì.
Ma poi mi tocca un pomeriggio con i nostri due amici del Casaciok, e capisco che forse non è esattamente così. Continua a leggere

Libri o fucili? Da che parte stiamo?

(scritto il 12 novembre 2009)

Ieri sera, in una bellissima puntata di “Che tempo che fa”, grazie alla voce di Saviano ho conosciuto la storia di Ken Saro-Wiwa. Brutta storia, ma potente. Tanto potente da aver finalmente dato l’input perché una multinazionale come la Shell venisse citata in giudizio con l’accusa di coinvolgimento nella sua impiccagione del 1994.
Ken Saro-Wiwa era (anche) uno scrittore, e si batteva per la rivendicazione dei diritti delle popolazioni che vivono sul Delta del Niger, contro gli abusi ambientali ed economici e gli sfruttamenti sociali che compagnie come la Shell mettevano (e mettono) in atto sugli abitanti della zona, con il beneplacito ovviamente del governo nigeriano.
I gesti, il seguito e le parole di Saro-Wiwa facevano una paura molto più grande di quella che oggi fanno i mitra dei guerriglieri, che hanno deciso di impugnare i fucili dopo aver visto la sconfitta delle parole e delle azioni pacifiche. Continua a leggere

La lezione della signora Carla

Mi diverte sempre raccontare la storia della Signora Carla, perché la dice lunga su un sacco di cose.
Carla è una parente acquisita, e ogni volta che mi vede mi raccomanda di non sposarmi. Lei l’ha fatto intorno ai vent’anni (oggi ne ha sessanta), ha fatto due figli, si è separata. Poco dopo ha incontrato Rino, e provata dalla fallita esperienza matrimoniale, ha deciso di gestire questa nuova relazione in maniera completamente diversa.
Mi dice: “Gliela davo solo in vacanza. Praticamente ero sempre in viaggio. Anche quando è venuto a vivere con me ed i miei figli, dopo anni di relazione, stessa storia. Dormivamo in stanze separate, e lui la vedeva solamente in versione turistica”.
E poi?
“E poi un bel giorno mi ha fregata. Mi ha detto: se mi sposi ti porto a Capri. Sai Elena, in quegli anni Capri era il mito della bella vita, l’altrove dove tutti volevano andare almeno una volta nella vita. Beh, l’ho sposato.”
E com’è andata?
“Ci credi se ti dico che Capri non l’ho ancora vista?”. Continua a leggere

Il celodurismo di dio

(scritto il 10 luglio 2008)
L’istinto iniziale era quello di scrivere una parolaccia. Un post fatto esclusivamente di una parolaccia, una bella e soddisfacente imprecazione. Poi ho deciso di essere più esaustiva, giusto per farmi capire meglio: per una che scrive farsi capire diventa una faccenda piuttosto importante.
Parlerò di eutanasia. Parlerò dei due principali tipi di eutanasia: quella PASSIVA e quella ATTIVA.
La passiva si pratica quando un paziente sopravvive solo grazie al supporto di una macchina che respira per lui, mangia per lui, batte per lui: si decide di “staccare la spina”, come ormai si usa dire.
L’eutanasia attiva è invece quella praticata su un paziente terminale che chiede che si ponga fine in via anticipata alle sue pene, aiutandolo a morire.
E quando si dice “terminale” si intende clinicamente senza speranza. Non è un giudizio personale e opinabile, è un giudizio medico. Certo, uno è libero di credere nei miracoli, ma uno è anche libero di non crederci, soprattutto nel momento in cui l’effetto sedativo della morfina non è più percepibile e il dolore risulta insopportabile. Continua a leggere