Andate per un po’ dove le cose (belle) accadono

Pina Bausch

Pina Bausch

Ho diversi ricordi dell’Italia in fermento, di quando era facile cambiare lavoro e difficile scegliere gli eventi a cui andare, di quando tutti i sabati facevo shopping o uscivo a cena e avevo ancora motivo di sognare progetti realizzati.
Mi ricordo le notti di Milano e quelle sugli argini di Po, tutte piene di vita frizzante e di gente che faceva. Cose diverse, ma faceva.
Dopo anni che sembrano secoli per il peso che ci hanno caricato sulle spalle, mi trovo di nuovo in un luogo dove le cose accadono e fa un effetto stranissimo, che a tratti mi entusiasma e a tratti mi stranisce. Avevo perso l’abitudine alla possibilità.
Londra è un luogo moltiplicato: arrivando, mi sono sentita gettata dalla palude nel tornado.
I primi giorni, quando vedevo nuovi negozi aprire, pensavo istintivamente: “Poverini, tra un anno chiuderanno sommersi dai debiti”. Oppure, di fronte ai mille palazzi in costruzione: “Mamma mia, rimarranno tutti vuoti o pignorati dal tribunale.”
Ci ho messo qualche settimana ad intervenire su quello che la situazione italiana aveva fatto della mia visione del mondo e del futuro, mi ci è voluto un certo esercizio per scacciare il gattaccio nero annidato nel mio subconscio. Continua a leggere

Che fatica i sogni fuori dal cassetto (di sudori e altre difficoltà)

99 - Lifestyle

Io li capisco quelli che fanno per trent’anni lo stesso lavoro nella stessa azienda e vanno in vacanza sempre nello stesso posto.
Li ho sempre giudicati un così, come gente che un po’ si perde il succo della vita, ma ora un po’ li capisco. Cercano il conforto, hanno bisogno della sicurezza.
L’immutabilità, per quanto sia contro natura, dà un senso di riparo dalle bordate della vita. Nella vita ho cambiato alcuni datori di lavoro, mi sono cimentata in settori e mansioni nuove, mi sono esposta moltissimo, e qualche mese fa ho mollato tutto per inseguire un sogno di cui l’Inghilterra non è che un tassello. Più di una volta mi sono detta: “Ma che cosa mi è saltato in mente?
Che fatica.
Che paura.
Londra mi aveva già schiaffeggiato 15 anni fa, quando avevo fatto la cameriera qui per un mese. Avevo iniziato spavalda, convinta di non aver niente da imparare dopo tutti i week-end passati per anni tra i tavoli più affollati della Bassa Padana, ma sono bastate le prime otto ore di lavoro per farmi abbassare la crestina e farmi sentire come l’ultima delle stronze.
Stavolta sono arrivata imparata, ma non si è mai imparati abbastanza. Non ero pronta a quei no. Ho ripetutamente pensato di non farcela..
Ci ho messo tre mesi ad entrare nel mercato, tre volte il tempo che mi ero data. L’incertezza mi ha tolto il sonno, l’insicurezza mi ha fatto male al cuore. Ora mi trovo su una strada che non mi ero immaginata, che mi piace moltissimo, ma che non è certo una passeggiata.
Provare ad entrare in uno dei mercati più competitivi al mondo, per migliorarsi ed imparare cose nuove, ha un prezzo piuttosto alto, ed è un prezzo che si paga prima di tutto a se stessi: anche il lavoro che pensavate di saper fare meglio, qui avrà probabilmente bisogno di essere riletto e magari capovolto.
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I miei primi due mesi a Londra, tra tragedia e commedia

João Vaz de Carvalho

Illustration by João Vaz de Carvalho

Se devo essere sincera mi piacerebbe vedermi emigrare in Paesi molto più lontani per posizione geografica e cultura, perché secondo me ci sarebbe da ridere.
C’è già da ridere adesso, a dire il vero, a guardarmi trasferita da Lodi a Londra.
Sono qui solo da due mesi, ma non avendo avuto tempo né modo di andare dalla parrucchiera prima di partire, ora mi trovo con la criniera di Pocahontas priva dell’unico balsamo capace di districarmi la massa di pelo pesante e insopportabile che tengo sulla testa.
Ho affrontato la prima ceretta fatta in casa, e mi sono trasformata in una carta moschicida lunga centosessanta centimetri. Ho iniziato a spinzettarmi le sopracciglia come vedevo fare a mia madre quando ero piccola, negli anni ’70, e il risultato è un’asimmetria inquietante tra il lato sinistro e il lato destro della faccia.
Sia chiaro, non è che a Londra non ci siano parrucchiere ed estetiste, ma costano uno sproposito per una che sta ancora guadagnando soprattutto in Euro.
A tre settimane dal mio arrivo, con la serenità d’animo di un cane idrofobo, ho battuto la città alla ricerca di qualcosa che rimpiazzasse il bidet e che mi mettesse in pace con uno degli insegnamenti principali delle mamme italiane: “Se ti succede qualcosa, almeno sei in ordine”. Sono tornata a casa con un catino pensato per lavare cani di piccola taglia ma che ogni giorno mi fa sembrare il mondo un posto migliore. Continua a leggere

Solo un’altra che se ne va

andarsene

Siamo in tanti ad andarcene, ormai è un’emorragia.
Io sono solo una di una folla, ma stavolta sono io e non un altro: questo, nella mia sceneggiatura personale, fa la differenza. Tutto è diverso quando sei tu e non un altro.
WimDelvoye, un artista belga, ha rappresentato gli esseri umani in sintesi nella sua opera “Cloaca Machine”: un grande apparato digerente che ingurgita cibo ed espelle rifiuti.
Per discostarsi da questo realismo cinico ci restano i sentimenti che proviamo, le relazioni che creiamo e sogni che realizziamo, quelli che ci portano un po’ più su delle nostre budella.
Per questo, in Italia lascio un lavoro a tempo indeterminato, una casa, un’auto, la mia famiglia e tutte le certezze, le radici che ho. Parto arrabbiata, con la fretta di chi sente di abbandonare una nave che sta affondando.
Ogni giorno mi alzo dal mio letto nella Pianura Padana sentendo di subire un’ingiustizia che non sono più disposta a sopportare, con l’unico rammarico di aver stupidamente sperato troppo a lungo di poter in qualche modo, nel mio piccolo, cambiare le cose.
Me ne vado perché devo aprire una Partita Iva per il mio bellissimo lavoro da freelance, ma non ho intenzione di farlo in Italia. Me ne vado perché sono stufa di lavorare come un asino e vedermi sottratta la maggior parte del reddito da uno Stato che io considero vergognoso da troppi decenni. Continua a leggere

Il potere dei desideri soddisfatti

Jennifer DeDonato

Jennifer DeDonato

Molte persone hanno dei desideri.
Alcune di queste persone si danno da fare per soddisfarli. Molte altre preferiscono lamentarsi e affogare nella propria frustrazione.
Sento spesso dire: “Eh, sai, ora i bambini sono piccoli, non possiamo, aspettiamo che crescano.”
Una sciocchezza come tante.
Poi la pensione arriva in un attimo (o quasi): la vita è volata, i desideri si sono mummificati.
Ho sempre sentito i miei genitori sognare di luoghi lontani, di viaggi, di Paesi da vedere. Li ho visti guardare per una vita intera programmi in TV sulla natura, sugli animali, su itinerari esotici e città piene di storia.
Il culo quasi sempre sul divano, però. Sai, il lavoro, la famiglia, i soldi.
Poi è stato il momento della salute. I figli sono cresciuti, la pensione è arrivata, ma la malattia li ha truffati e hanno dovuto pure fare i conti con la paura di spostarsi.
Ho sempre cercato di portarli con me, io che non riesco quasi nemmeno a disfare le valigie tra un viaggio e una gita, ma non c’è stato niente da fare. Mostravo foto, portavo racconti, cercavo di spronarli: fallivo.
Di tanto in tanto partivano per viaggi brevi, ma c’era sempre qualcosa che andava storto. Continua a leggere

In Sardegna mi hanno detto: “Tornatene da dove sei venuta”

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Sardegna, agosto 2014.
Il mio viaggio alla scoperta dell’isola continua.
Dopo la meravigliosa esperienza dell’anno scorso (e di quelli precedenti), decido di addentrarmi ancora una volta nell’entroterra. Con il mio compagno e un gruppo di amici scelgo il Trenino Verde, da Perfugas verso il Lago Liscia, dove un battello e gli ulivi millenari ci attendono.
Paesaggi splendidi ma organizzazione piuttosto deludente: nel viaggio verso casa penso a che taglio dare all’articolo che scriverò sul mio blog di viaggi.
Mentre saliamo sul treno del ritorno, una signora sarda occupa 10 posti per i suoi amici rimasti indietro e che, prima o poi, arriveranno. Nei 54 euro pagati per la giornata non è stato contemplato il posto assegnato, e questo può dare adito a scene da far west per chi vuole rigorosamente viaggiare con tutta la sua tribù attorno. Gentilmente, chiedo alla signora se può cedere uno dei 10 posti che ha occupato (quello con più spazio per le gambe) ad un settantenne che viaggia con noi e ha due ernie al disco che gli causano forti dolori. Lei non solo non mi risponde, ma fa cenno a tutti i suoi amici ritardatari di affrettarsi, si gira verso il marito e dice: “Ma che vuole questa?”.
Decido di andarmene, rassegnata all’egoismo e alla maleducazione, ma al “questa” sono tornata indietro.
Io non mi chiamo ‘questa’, non sono una stronza che passa per strada, sono una persona che ti ha chiesto una cortesia e puoi rivolgerti direttamente a me se mi devi dire qualcosa.”
Allora, per la prima volta, mi rivolge la parola: “Stronza a chi?
Immaginando che non sia audiolesa, ma che stia facendo la furba, riprovo ad andarmene.
Interviene il marito, che a sua volta sta occupando altri posti sbarrando i sedili con le braccia e impedendo alla gente di sedersi: “Signora, veda di calmarsi”. Il tono è quello del maschio che vuole dimostrare a tutti di saper difendere la propria femmina, e sottintende: “Altrimenti se la vede con me”.
Mi sento proiettata in una rissa preistorica, ma senza le clave. Continua a leggere

Desolazione BIT e allarme Milano a un anno dall’Expo

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Sono in preda allo sconforto.
Immaginatevi un donnino di 160 cm che parte alla volta di Rho Fiera con una valigia vuota a traino che ha tutta l’intenzione di riempire nel Paese dei Balocchi. Immaginatevi poi lo sgomento di quella stessa donna che, una volta arrivata a destinazione, vede una delle fiere più belle di Milano, la BIT, ridotta all’ombra di se stessa: 4 padiglioni riempiti a malapena, pochi eventi messi insieme così, nelle ultime settimane, fermento esterno inesistente.
Quando mi sono accorta della frastornante assenza di Stati Uniti, Francia, Spagna, Regno Unito, Danimarca, Germania, Austria e Paesi Scandinavi, mi sono sentita sparire dalle mappe insieme all’Italia. Mezzo mondo (gli assenti sono molti di più di quelli citati) non ci calcola più, ci ha tagliato fuori, pensa sia inutile investire qui.
A un anno dall’Expo, questo è un messaggio devastante per la città di Milano.
Non dico per l’Italia intera, perché al TTG di Rimini l’autunno scorso ho visto molto più fermento e partecipazione: questo significa che se in parte l’Italia non è una piazza appetibile perché gli italiani non hanno più soldi manco per campare, la reputazione di Milano sta messa ancora peggio.
Mi ricordo quando alla BIT c’erano 12 padiglioni (di cui uno interamente dedicato alle compagnie aeree), colori e bandiere, abiti e sapori provenienti da 25 continenti (sembrava che il mondo fosse così generoso!). Lungo il percorso tra un padiglione e l’altro c’erano ristoranti aperti, botteghini, bancarelle, venditori di gelati, cioccolato, salsicce, sushi e brezel.
Ora è il deserto. Continua a leggere

Voglio tante prime volte

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Il fatto (gravissimo) è che nessuno ci restituisce il tempo che passa, e passarlo coi giorni o gli anni fotocopiati è peccato mortale. La mia religione me lo impedisce. Così il mio proposito per il 2014 è quello di avere tante prime volte.
Belle, nel senso che non vorrei svenire per la prima volta in metropolitana o essere colpita da un fulmine mentre mi piastro i capelli: voglio tante belle prime volte, e in quest’ottica ho vissuto la notte di San Silvestro.
Non sapevamo cosa fare, non avevamo organizzato niente e con le cene tra amici e parenti ci avevamo già dato dentro per tutto il mese di dicembre. Allora abbiamo scelto Ferrara, perché nessuno di noi aveva mai visto l’incendio del Castello Estense: uno spettacolo pazzesco.
Siamo partiti alle 17 del 31, siamo rientrati alle 4 del mattino del 1° gennaio, abbiamo speso 40 euro a testa e ci siamo goduti una notte speciale. Continua a leggere

Quando le donne rinascono, lo fanno seriamente: la storia di Martina Gruppo, La Fata del Caffè

Quando le donne rinascono, lo fanno seriamente: la storia di Martina Gruppo, La Fata del Caffè

Il 26, 27 e 28 agosto, L’Unione Sarda ha pubblicato un mio racconto in tre puntate. Quando me l’hanno chiesto non sapevo che fare: chi mi conosce e mi legge sa che non ho fantasia, so scrivere solo di cose vere, di cose che conosco.
Così ho scelto di raccontare di Martina Gruppo, perchè la sua storia può insegnare molto ad ognuno di noi, soprattutto in un periodo in cui molti si sentono sconfitti dalla società, dallo Stato, dal mondo del lavoro. Martina ha trasformato il suo dolore personale in felicità collettiva, e ci dice che si può ricominciare sempre, magari lontano da dove avevamo creduto, e non sto parlando solo di geografia, ma anche di emozioni.
Per chi non ha potuto comprare L’Unione, ecco qui la versione integrale del racconto. Buona rinascita a tutti. Continua a leggere

La Sicilia Pianissimo, il lungo e in largo

La Sicilia Pianissimo, il lungo e in largo

Il mondo dell’editoria è in crisi, anche lui. Un po’ dappertutto.
In Italia però la situazione è aggravata dal fatto che si legge poco, pochissimo.
Di tanto in tanto avvengono cose, e persone appassionate s’inventano avventure meravigliose per combattere una depressione sistemica mastodontica e scoraggiante: eroi della fantasia, arieti ostinati innamorati di parole e storie che si sono immaginati un futuro diverso e lo vogliono vedere compiuto prima che sia troppo tardi.
Un ragazzo di nome Filippo Nicosia un giorno ha sognato un viaggio che portasse i libri alle persone che i libri non li frequentano più, tagliate fuori da un mercato di massa che uccide le piccole librerie e l’editoria indipendente.
Si è messo con tre amici, perché l’amore è moltiplicazione, e con Mauro Maraschi, Serena Casini e Maura Romeo ha comprato un furgone d’epoca, un Fiat 900 del 1976 che non corre più di 70 chilometri l’ora, ribattezzato “Leggiu” (“Leggo” in siciliano).
Con la collaborazione di 32 piccoli editori, lo hanno riempito di 300 libri, hanno fissato 22 tappe e dato vita ad un tour lungo un mese che riportasse i libri alla gente, nelle piazze, nei paesi. Continua a leggere