Perchè non credo sia necessario parlar bene degli avversari

bleah

Da una parte ci sono i competitor, i concorrenti che abbiamo in campo professionale.
Normalmente nei confronti di questa categoria di persone sono sempre stata piuttosto lucida: so capire quelli che sono di gran lunga più bravi di me e quelli che invece non lo sono, anche se magari hanno più successo. Con i competitor riesco anche a diventare amica, o ad instaurare un rapporto di collaborazione e di stima.
Sui social metto like e retwitto qualsiasi cosa reputi buona, senza calcoli, invidie malsane e boicottaggi di sorta: me ne frego spavaldamente, perché penso che ci possa essere posto per tutti quelli che lavorano bene.
La mia unica preoccupazione è fare del mio meglio per essere all’altezza di lettori, clienti e partner.

Però poi ci sono gli avversari, che sono un’altra categoria, normalmente ideologica.
È morto Giorgio Stracquadanio, un politico che nella vita avrò sentito parlare tre volte e mi è sempre sembrato un servo poco brillante. Oggi tutti ne tessono le lodi. Gad Lerner dice che si confrontava con lui piacevolmente, di tanto in tanto. Se persone con una cultura e un’intelligenza più grande della mia dicono così, probabilmente sono io a sbagliarmi. Probabilmente dovevo ascoltarlo parlare o meglio o di più ma, in linea di massima, dopo il terzo round di stronzate investo il mio tempo per ascoltare altro.
L’altro giorno in un gruppo di Facebook, un amministratore ha scritto verso un suo – chiamiamolo così – avversario ideologico: “Infine mi rivolgo a [Mr X]. Ti conosco da tanto tempo e ricordo bene i tuoi atteggiamenti e le tue opinioni legittime e mai banali
Ora, capisco che il conoscersi da tanto tempo sia spesso una zavorra nel gestire le pubbliche relazioni con gli avversari. Capisco anche la necessità di mantenere rapporti e civili e cordiali. Si può pensarla in modo diverso, scontrarsi, ma cercare di rispettare le sensibilità altrui. Continua a leggere

Annunci

La bellezza dei GRAZIE

Mar Hernández Malota

Mar Hernández Malota

Dopo molto lavoro, è finalmente uscita la nuova copia di Conversations, il magazine cartaceo (è questa, per me, la COSA speciale) per cui a volte scrivo. Conversations è bello, ed è una sfida continua.
La sensazione di tenere fisicamente tra le mani il risultato del proprio impegno per creare contenuti di qualità è sempre piacevole: credo sia il potere appagante della carta, il suo fascino mitologico.
Insieme a Conversations è arrivato anche un cartoncino con un grazie.
E personalmente credo che i grazie non siano mai scontati.
In Marocco, dove sono appena stata per Brand-it-up Travel, spesso lo dicono mettendosi una mano sul cuore, ed è una gestualità che accompagna bene una parola di cui non ci si dovrebbe mai dimenticare.  Continua a leggere