Stop Femminicidio: il giorno dopo

Ieri, nell’auditorium delle scuole medie di Casalpusterlengo abbiamo dato vita a un bell’incontro, celebrando in modo intelligente la Giornata mondiale contro la violenza sulle donne: informando, condividendo, ragionando, conoscendo.
E raccontando di quelle donne ammazzate quasi esclusivamente dai loro compagni e sempre per aver detto un no di troppo: punite per avere espresso un pensiero indipendente, per aver compiuto una scelta di rottura. Ammazzate da partner incapaci di accettare una separazione, o una parola scomoda.


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Il 25 novembre voi dove sarete?

Quasi ci siamo.
La giornata mondiale contro la violenza sulle donne si avvicina.
Quest’anno ho lavorato per e con le Donne in Circolo di Casalpusterlengo, perché è importante partire dal territorio e rendere la comunicazione il più capillare possibile.
Daremo vita ad un evento dal titolo “Non una di più – Stop Femminicidio”.
L’appuntamento sarà per domenica 25 novembre alle 16.30, presso l’Auditorium delle Scuole Medie General Griffini, in via Olimpo 6 a Casalpusterlengo (LO).

Questo il programma degli interventi:

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Il nemico che amiamo

Ricevo da Cerchi D’Acqua gli ultimi dati sulla violenza contro le donne secondo le rilevazioni dei Centri Antiviolenza e delle Case aderenti alla Dire (Associazione Nazionale Donne in Rete contro la violenza): niente di nuovo, ma è il caso di porre ancora l’accento sull’identità del “nemico”.
Gli autori dei reati contro le donne risultano essere infatti i partner nel 64% dei casi, gli ex nel 20%, famigliari nell’8%, conoscenti nel 6% e estranei solo nel 2%.
Quando leggo questi dati – ogni santissima volta che lo faccio – penso con rabbia ai tagli (reali) alle politiche sociali e agli investimenti (reali o paventati) nelle politiche per la “sicurezza”.
La sicurezza delle donne non è un tema di cui crucciarsi, oppure diventa un tema solamente quando il pericolo è per strada, in agguato nelle cattive intenzioni di un predatore sconosciuto e magari extracomunitario o disadattato? Queste immagini hanno un bell’effetto sull’immaginario, me ne rendo conto: sono sceneggiature da periferia disagiata, che lasciano intonse le nostre coscienze e ci fanno sentire tanto immacolati e pacifici.
Capisco che piazzare una telecamera sia più facile che investire sugli anticorpi culturali contro la violenza di genere (e contro la violenza in generale), ma di fronte alla costanza di dati come questi si può continuare a fare una tale confusione sull’identità dei nemici da combattere?
E soprattutto: quanta confusione c’è intorno alla parola “amore” e intorno all’idea di “famiglia”? La nostra educazione sentimentale risente ancora così tanto dell’immagine svilente che abbiamo della donna e, quindi, di noi stesse?
Dietro l’accettazione di certe dinamiche di sottomissione e di abuso credo non si nasconda solo il legame spesso forte e saldo tra vittima e carnefice, ma anche una certa idea di femminile: zitto, nascosto, bugiardo fedele e mansueto. E un’idea di maschile considerato “lecito” ancora peggiore.
Quando la paura è mal riposta, e il livello di guardia alzato sul confine sbagliato, è tutto da rifare.
Le telecamere e le parole teniamole accese dove servono.