AFLIN parte dalle bambine

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Nei Paesi in via di sviluppo ogni giorno 20.000 ragazze sotto i 18 anni partoriscono e ogni anno ne muoiono 70.000 per complicazioni legate a gravidanza e parto. La maggior parte di loro sono sposate, spesso obbligate a contrarre il matrimonio (39.000 ogni giorno) con uomini molto più vecchi, in violazione dei loro diritti fondamentali. Una su 9 viene fatta sposare prima dei 15 anni.
Ogni anno ci sono anche 3.2 milioni di aborti praticati tra le adolescenti con metodi non sicuri.
Esiste un legame forte tra gravidanze precoci e istruzione, lavoro, benessere, salute: le ragazze che sono costrette a diventare madri in età adolescenziale rischiano a volte la morte, a volte “solo” gravi complicazioni sanitarie.
Vengono escluse dall’istruzione, dalla vita lavorativa, dalla possibilità di avere una vita sociale attiva e redditizia. Continua a leggere

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Ritrovarsi vent’anni dopo

René Maltête

René Maltête

Ci chiamavano “La Corte dei Miracoli”, stavamo diventando donne in modo forse un po’ sgarruppato ma pieno di sorrisi, che forse è l’unico modo per diventar donne. Ci si prova, ci si inventa, e noi probabilmente lo facevamo in modo un po’ teatrale ma tanto divertente.
Eravamo quelle ficcate in un’aula di due metri per cinque, 12 ragazze in un rettangolo che dopo sei ore di lezione puzzava di presepe e di esseri umani in difficoltà.
Stavamo solo crescendo, tenendo un diario di bordo e condividendo una parte del percorso di vita che oggi, vent’anni dopo, ci ha portato in un bar di Piacenza per una di quelle rimpatriate che in genere fanno gelare il sangue ma che a noi è piaciuta ancora tanto.
Facebook stavolta è stato usato per il suo vero scopo: tenere in contatto gli ex compagni di classe, farli ritrovare.
Ci hanno scritto libri e fatto film sulla tristezza di queste occasioni, in cui normalmente adipe, calvizie e frustrazioni hanno la meglio su tutto: tutti impegnati a fingere vite mirabolanti nella prima ora e poi tutti a parlare per le sei successive esclusivamente delle malattie dei figli, della carriera scolastica dei figli e delle vacanze a Riccione coi figli, con quell’aria da occasioni perdute di chi avrebbe desiderato molto altro ma non lo dirà. Continua a leggere

Donne del lodigiano: una mostra dedicata a loro

Gustav Klimt

Gustav Klimt

Per 13 mesi della mia vita ho viaggiato per incontrare donne di ogni nazionalità che avessero una storia interessante da raccontare. Molte di loro le ho intervistate, alcune solo raccontate, ma ognuna era un esempio di vita, saggezza, lotta, talento o rinascita.
Per questo mi è subito piaciuta l’iniziativa “La donna e oltre”, organizzata da La Vie En Rose eventi: una mostra fotografica dedicata a donne note e meno note della provincia di Lodi che in qualche modo si sono distinte per il loro lavoro. Volti immortalati da Beppe Quintini in luoghi simbolo del lodigiano e accompagnati da stralci di storie che raccontano di loro.
Vite di provincia che spesso rimangono lontane dai riflettori, ma che per questo non sono certo meno importanti e potenti.
Dicono le organizzatrici: “L’obiettivo principale è quello di portare alla luce personalità femminili legate alla provincia di Lodi che si sono distinte e che con il loro impegno contribuiscono in modi e in ambiti differenti allo sviluppo del territorio. Questa mostra è stata ideata per celebrare la donna e l’ambiente in cui vive e opera.
Onorata di essere stata invitata a partecipare. Continua a leggere

Tecniche femminili di sterminio

romy schneider

Negli ultimi mesi mi è capitato di osservare diversi gruppi di donne agire in un modo che mi ricorda molto il modus operandi dei governi che vogliono sbarazzarsi di una minoranza etnica che li disturba (per maggiori dettagli: Quando arrivano le cavallette, di Arundhati Roy): fanno rete con potenziali alleati, diffondono cattiverie e calunnie sulla vittima prescelta e cercano di isolarla con ogni strumento possibile per poi sferrare l’attacco finale e debellarla, come un atto doloroso ma necessario.

Jim McGuire

Jim McGuire

L’ho visto avvenire sui social network in certe realtà pettegole e altamente competitive, ma l’ho visto accadere nella vita offline soprattutto nei piccoli paesi, dove gli equilibri di potere sono più facili da gestire e l’aria è particolarmente viziata.
Ho sentito gruppi di amiche accusare una di loro di essersi comportata molto male, ma di essere pronte a perdonarla e di tirarla giù dal banco degli imputati (con ancora tutte le dita attaccate alle mani) in nome dell’affetto che provavano per lei: un numero imbarazzante di volte. Questi gruppi normalmente hanno una stronza capobranco che manipola le altre come le pare, e le altre che – pur intelligenti che siano, rimangono delle gregarie – arrivano a fare volentieri il gioco della strega alfa: perché le fa sentire brave, magnanime, forti e – soprattutto – PROTETTE. Invece l’accusata di turno (perché spesso c’è anche una turnazione in questo gioco al patibolo) deve solo sperare di trovare la forza di mandarle a cagare il prima possibile, e comunque prima di arrivare a credere davvero di aver fatto qualcosa di male per cui abbia assoluta necessità di essere così amorevolmente perdonata dalle sue “amiche” e riaccolta nel gruppo cannibale a cui si è malauguratamente legata. Continua a leggere

Mutande blu, reggiseno bianco.

E’ proprio così che sono agghindata oggi, sotto i vestiti.
Ieri sera si è parlato anche di questo al Soggiorno Letterario al quale sono stata invitata: un evento privato che mi era stato passato come un appuntamento “tra pochi intimi” e dove invece eravamo più numerosi che a molte presentazioni in Mondadori. Seduti sui tappeti e accatastati sui divani, giornalisti, lettori forti e professionisti dell’editoria hanno discusso d’amore per tre ore.
O meglio: delle difficoltà d’incontro che spesso affligge le nostre relazioni.
Da una parte, spaparanzato in poltrona, Federico Cavina presentava il suo “Solo Colpa d’Alfredo” e dall’altra, appollaiata sul bracciolo, Valentina Camerini ci raccontava il suo “Manuale (d’amore) per la ragazza post-moderna”: un bell’incontro tra maschile e femminile, anche tra il pubblico presente che interagiva liberamente con gli autori, creando un dibattito continuo.
Io ascoltavo, e lasciavo sedimentare quello che sentivo sugli strati di letture di genere che mi sono pippata negli ultimi 10 mesi.
Tra l’autismo comunicativo e sentimentale maschile che emergeva da un lato e l’ossessione femminile del “cosa stai pensando” dall’altro, si è parlato anche di lingerie: la maggior parte delle donne rivendicava la necessità dell’intimo coordinato, una sorta di MUST.

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Lella Costa canta le donne (e noi con lei)

In questi giorni SNOQ, Lorella Zanardo e Loredana Lipperini hanno lanciato una campagna contro il femminicidio: una piaga che riempie di sgomento il nostro paese, e che richiede un intervento civile e culturale deciso, energico.
C’è la petizione “Mai più complici” da firmare.
Ci sono i flash-mob davanti a Montecitorio.
Ci sono le cose che vanno chiamate col loro nome, e FEMMINICIDIO è una di queste.
Ci sono un sacco di cose da imparare, ma per farlo a modo prima è bene ascoltare con attenzione le storie, lasciare entrare le voci.
Il mio consiglio di stasera, se posso, è quello di dedicare 5 minuti al monologo che Lella Costa ha interpretato durante la trasmissione L’Infedele, e che trovate sul blog di Gad Lerner: un estratto del suo spettacolo “RAGAZZE“, che nel 2010 avevo recensito col cuore gonfio e l’anima ipertrofica, e di cui vi riporto qualche riga:

“E’ questo che vorrei provare a raccontare – questo andare, incerto ma inesorabile, questo voler esplorare e partire e mettersi in gioco e capire, questo continuo sfidare e chiedere conto e pretendere rigore e rispetto e coerenza; la fatica e la leggerezza, il dolore, lo sgomento, la rabbia, i desideri, la testardaggine, l’autoironia, il magonismo terminale, la sorellanza che forse è perfino più inquieta della fratellanza; la violenza, ahimè, inevitabilmente; e l’inviolabilità, anche, possibilmente. Euridice e le altre, nei secoli protagoniste o (e?) testimoni di uxoricidi impuniti e vessazioni quotidiane, di espropriazioni subdole e continue, di gesti eroici e delitti inauditi, e di quel costante, incoercibile, formidabile accanimento terapeutico nei confronti del futuro. Euridice e le altre, sicuramente non tutte ma molte – le “ragazze senza pari” che abitano, e animano, la nostra vita e la nostra memoria. E che, compatibilmente con il mondo, riescono ad essere straordinariamente creative, e irresistibilmente simpatiche.” (Lella Costa)

Qui un’intervista della WebTV Cerchio di Gesso.

7 mesi con Maggie: le donne che ho raccontato

Negli ultimi sette mesi ho vissuto sott’acqua, per darmi la possibilità di godere di una delle esperienze professionali migliori della mia vita. Aver vinto il contest di Maggie Jeans per la campagna “Women will save the world” ha significato entrare in contatto con donne meravigliose, visitare luoghi magici (Parigi, Londra, Istanbul, Gerusalemme, Svezia e Palestina, con tutte le disavventure del caso), fare esperienze irripetibili. Ma ha significato anche lavorare una media di 16 ore al giorno, dormire poco, lasciare la casa sporca, dimenticarsi di sabati e domeniche, amici e amanti, mettere in stand-by i libri che fermentavano.

In Palestina

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Donne contro Donne

Di fronte ad una foto così, cosa pensate? L’ho trovata postata su Facebook, come mais gettato alle galline.

Io penso che gli stivali alti (e probabilmente di camoscio) sulla pelle nuda sono terrificanti: penso all’ecosistema di puzze che probabilmente si deposita negli interstizi, alla fanghiglia di sudore che si sarà creata là dentro. Ho prima di tutti un moto di ribellione igienica, poi mi concentro sull’estetica: sì, l’accostamento è infelice anche dal punto di vista estetico.
Ma i commenti che leggo su Facebook accanto alla foto (e qui pubblico solo i primi) vanno oltre.

Io ho delle brutte gambe, e cerco sempre di tenerle coperte: quindi, quando vedo gambe imperfette esposte o difetti fisici di altro tipo mostrati senza remore, sono sempre combattuta tra l’istinto censorio personale (e sociale) che mi fa pensare “cazzo, copriti” e l‘ammirazione (carica di stima) per la spavalderia e il menefreghismo, che alla fine liberano un sacco.

Eppure, anche una come me che normalmente ci dà dentro mica male con le critiche, è rimasta sbigottita da quello che ho letto accanto alla foto. Perchè? Perchè a commentare sono state solo le donne: impietose e feroci, contro colei che osava esibire la cellulite con noncuranza. E io, ingenua, che pensavo che il problema fossero gli stivali di camoscio portati in una giornata a 25 gradi.


Non è intervenuto nemmeno un uomo, zero assoluto. Sempre Eva contro Eva.
Nel caso in cui, dico, ci fosse ancora bisogno di dimostrare che siamo noi le prime e peggiori aguzzine di noi stesse. Che se non impariamo noi la clemenza, non possiamo certo pretenderla – come di fatto facciamo – dai nostri uomini.
E lo dico a me per prima, mi ci butto dentro tutta intera.

Donne, le storie da salvare

Siamo in un momento storico che ha moltissimi risvolti terrificanti anche sulla sponda del femminile, tanto che una Manuela Arcuri rischia di venire beatificata come “la donna del no”, Barbara D’Urso si avvale della qualifica di giornalista, e Benedetta Parodi passa per la scrittrice dell’anno.
Per questo la testimonianza di Maggie avrà un valore così importante.
E se avete belle storie da segnalarmi e donne di cui non posso proprio perdermi la testimonianza, sapete dove trovarmi. Son tutta orecchi.

Grazie Maggie

Ero a casa tutta scassata per l’incidente di fine aprile, quando dal Fashioncamp mi hanno invitato a partecipare al Contest di MaggieJeans. Tra un anti-dolorifico e uno svenimento ho cercato allora di scrivere qualcosa di decente per concorrere, e poi mi sono messa l’anima in pace cercando di rimettere in ordine vertebre, ossa e baricentro.
Maggie cercava Maggie: una blog-trotter in grado di raccontare delle donne speciali del nostro tempo, all’ombra del claim “Women will save the world”.
Quando ho saputo che la giuria mi aveva selezionato tra le sette finaliste ho provato una felicità esplosiva, quella delle cose in cui non speri. E lì è partito il patatrak. Era da tempo che cercavo un cambiamento, ma l’idea che questo cambiamento potesse essere possibile, e soprattutto di questo calibro, mi ha inseminato. Continua a leggere