Ritrovarsi vent’anni dopo

René Maltête

René Maltête

Ci chiamavano “La Corte dei Miracoli”, stavamo diventando donne in modo forse un po’ sgarruppato ma pieno di sorrisi, che forse è l’unico modo per diventar donne. Ci si prova, ci si inventa, e noi probabilmente lo facevamo in modo un po’ teatrale ma tanto divertente.
Eravamo quelle ficcate in un’aula di due metri per cinque, 12 ragazze in un rettangolo che dopo sei ore di lezione puzzava di presepe e di esseri umani in difficoltà.
Stavamo solo crescendo, tenendo un diario di bordo e condividendo una parte del percorso di vita che oggi, vent’anni dopo, ci ha portato in un bar di Piacenza per una di quelle rimpatriate che in genere fanno gelare il sangue ma che a noi è piaciuta ancora tanto.
Facebook stavolta è stato usato per il suo vero scopo: tenere in contatto gli ex compagni di classe, farli ritrovare.
Ci hanno scritto libri e fatto film sulla tristezza di queste occasioni, in cui normalmente adipe, calvizie e frustrazioni hanno la meglio su tutto: tutti impegnati a fingere vite mirabolanti nella prima ora e poi tutti a parlare per le sei successive esclusivamente delle malattie dei figli, della carriera scolastica dei figli e delle vacanze a Riccione coi figli, con quell’aria da occasioni perdute di chi avrebbe desiderato molto altro ma non lo dirà. Continua a leggere

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Italia, io ti maledico

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Quest’anno l’AIRE (l’Anagrafe degli Italiani residenti all’estero) registra un +30% di iscrizioni e, considerando che non tutti gli emigrati si registrano, si può ipotizzare una cifra almeno doppia: una percentuale mai registrata da quando esiste l’anagrafe. È sensato pensare che almeno 5 milioni di italiani tra i 20 e i 40 anni sia uscito dal paese e sicuramente non si tratta solo dei fantomatici “cervelli in fuga” che, andandosene, portano con sé molto di più di una scatola cranica con dentro roba buona.
Quest’anno non sono potuta andare al Festival del Giornalismo di Perugia, e mi sto (dolorosamente) limitando a vedere lo streaming di ciò che succede su Youtube. Guardando l’incontro “Storie di un’Italia che maledice” ho ritrovato tanto di me e di molti come me che questo paese lo hanno in qualche modo abbandonato: fisicamente o emotivamente.
Per quanto mi riguarda, tralasciando le considerazioni sul lavoro e sull’imprenditoria del sistema Italia che sto raccogliendo in un libro, il più preoccupante sintomo di morte è arrivato dalla rinuncia alla politica: io che l’ho sempre giudicata appassionante e che ho sempre partecipato attivamente al dibattito e alle iniziative, quest’anno per la prima volta in vita mia non ho espresso una preferenza alle urne. Non avevo più voglia di accontentarmi del meno peggio, non ho più voluto turarmi il naso e giocarmi la zero fiducia rimasta su un tavolo dove nessuno sapeva nemmeno lontanamente rappresentarmi: e non solo coi programmi elettorali, ma anche attraverso il “nulla di fatto” di chi ha già saputo (ampiamente) dimostrare la sua inettitudine sul campo. Continua a leggere

Stupro? Un’occasione per fare sesso gratis

donna oggetto

Spesso cerco di evitare di entrare in certe discussioni, dalle quali verrei risucchiata inutilmente in nome della relazione senso/tempo. Spesso la frenesia fa passare certe cose sotto i miei occhi senza che riesca a dare loro la dovuta attenzione. Ma altre volte va in modo diverso, e mi impongo di fare uno screen-shot: non lo si può fare al bar, nè a cena tra amici. Ma in rete sì, si può screen-shottare quella parte dei discorsi in cui qualcuno dice che lo stupro è solo un’occasione per fare sesso gratis, e dove un uomo deve ricordare a un altro uomo che non è il caso di scherzare (tu pensa).

Il like che vedete sulla frase del sesso gratuito è, tra l’altro, di una donna.

Non entro nel merito della plausibilità dello strumento anti-stupro che viene proposto nelle immagini, ma è stato pazzesco osservare come le donne che volessero utilizzarlo vengano chiamate “mentecatte”, e a come ci siano uomini che ci dicano che è piuttosto il caso di lasciarsi stuprare con la speranza di rimanere vive. Continua a leggere

Alla voce “Anima Gemella”

Nella mia Giulietta parlo molto d’amore, ed esprimo la convinzione che siano veramente poche le persone che incontrano l’anima gemella.  Tutte le altre relazioni sono nella migliore delle ipotesi amori tra anime compagne ma, nella maggioranza dei casi, forte comunione d’intenti, incontri fortuiti trascinati per pigrizia, situazioni di comodo o masochismo ostinato.
Ho chiesto su Facebook:

Quanti di voi pensano di avere incontrato l’anima gemella? E, tra questi, quanti condividono felicemente una storia d’amore con lei?

È un argomento su cui sono piuttosto critica, per tutte le bugie lunghe una vita di cui mi trovo circondata, per tutte le relazioni mediocri che producono un livello di bruttezza sociale soffocante, e per tutta l’ipocrisia petulante che colpisce chi fa scelte e percorre strade diverse. Continua a leggere

Donne contro Donne

Di fronte ad una foto così, cosa pensate? L’ho trovata postata su Facebook, come mais gettato alle galline.

Io penso che gli stivali alti (e probabilmente di camoscio) sulla pelle nuda sono terrificanti: penso all’ecosistema di puzze che probabilmente si deposita negli interstizi, alla fanghiglia di sudore che si sarà creata là dentro. Ho prima di tutti un moto di ribellione igienica, poi mi concentro sull’estetica: sì, l’accostamento è infelice anche dal punto di vista estetico.
Ma i commenti che leggo su Facebook accanto alla foto (e qui pubblico solo i primi) vanno oltre.

Io ho delle brutte gambe, e cerco sempre di tenerle coperte: quindi, quando vedo gambe imperfette esposte o difetti fisici di altro tipo mostrati senza remore, sono sempre combattuta tra l’istinto censorio personale (e sociale) che mi fa pensare “cazzo, copriti” e l‘ammirazione (carica di stima) per la spavalderia e il menefreghismo, che alla fine liberano un sacco.

Eppure, anche una come me che normalmente ci dà dentro mica male con le critiche, è rimasta sbigottita da quello che ho letto accanto alla foto. Perchè? Perchè a commentare sono state solo le donne: impietose e feroci, contro colei che osava esibire la cellulite con noncuranza. E io, ingenua, che pensavo che il problema fossero gli stivali di camoscio portati in una giornata a 25 gradi.


Non è intervenuto nemmeno un uomo, zero assoluto. Sempre Eva contro Eva.
Nel caso in cui, dico, ci fosse ancora bisogno di dimostrare che siamo noi le prime e peggiori aguzzine di noi stesse. Che se non impariamo noi la clemenza, non possiamo certo pretenderla – come di fatto facciamo – dai nostri uomini.
E lo dico a me per prima, mi ci butto dentro tutta intera.

Opinioni che non contano un cazzo

Nel dettaglio, le mie.
Oggi, mentre ero chiusa fuori da un evento aspettando che qualcuno mi facesse entrare (per scoprire poi di aver sbagliato giorno – cose da figlie dello svantaggio), mi sono collegata a Facebook dal mio smartphone, e ho visto un mio amico postare una foto di Bersani mentre parlava alla platea del vertice PD di Cortona.
Questo mio amico milita e lavora da decenni nel PD, e i rapporti tra di noi sono ottimi. Abbiamo condiviso alcune battaglie insieme, e sicuramente alcune visioni e passioni.
Quando però ho commentato la foto di Bersani con una battuta, la sua risposta mi ha lasciato interdetta. Qui sotto lo scambio.

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Iperconnessi e soli?

Leggo questo post di Dino Ameduni per Valigia Blu, e mi sento talmente d’accordo con lui da volerne scrivere.
Un paio di settimane fa ero al supermercato ed incontro un mio amico che, mentre tasta mele e pere, mi dice: “Oh, ma tu non hai una vita tua? Quando mi collego a Facebook trovo una montagna di aggiornamenti tuoi”.
Lui è idraulico, passa tutta la sua giornata tra bidet, lavelli e tubature: probabilmente si collega alla rete di sera, mentre aspetta che la cena sia pronta e prima di sprofondare sul divano davanti alla televisione. Io sto 16/18 ore al giorno davanti al computer per lavoro: già questo crea una divergenza sostanziale nel rapporto con l’on-line, un panorama in cui la televisione è al massimo un sottofondo di immagini col volume sul “mute”.
Ma la cosa che mi crea un imbizzarrimento emotivo (e anche un po’ culturale) è l’associazione tra l’iperconnessione e la vita fasulla, o la solitudine, o l’alienazione sociale.

La rete, oltre ad essere la mia principale fonte d’informazione e di contatto professionale, è anche uno strepitoso strumento di selezione delle affinità per contenuto. Sul web ho incontrato persone con le quali, per differenze geografiche o lontananza di abitudini e frequentazioni, non sarei mai entrata in contatto nella vita off-line: la perdita umana sarebbe stata immane, una sottrazione sconosciuta ma dal prezzo elevatissimo.
Amicizie, rapporti e legami che nascono sui pensieri e non su mille altre stronzate, e si alimentano con lo sharing continuo che ti fa sentire al bar anche quando ti stai fracassando di lavoro in ufficio.
Nel mio caso, poi, l’iperconnessione è anche sopravvivenza e terapia: chi segue le avventure della Minchia Spa sa di cosa parlo. Un buco nero della quotidianità che, condiviso, diventa umorismo noir, solidarietà, intrattenimento, cabaret (e tra poco anche un libro).


Come dice Doonie, una bella punturina gengivale alle ipocrisie delle relazioni.
Non sono una nativa digitale, ma una topa digitale illetterata e piuttosto entusiasta del mio bisogno di wi-fi.

Siete bovini o api?

Facebook è un bel cesto di esistenze, un campione abbastanza rappresentativo della fauna umana locale o globalizzata.
Uno dei passatempi migliori è quello di sbirciare gli album fotografici dei propri contatti: vacanze, tempo libero, schiere di animali domestici, luoghi esotici, figli, matrimoni, fidanzati in schiera (e successive foto tagliate a metà), collezioni di scarpe e tragiche sbornie.
Tra la noia mortale di tramonti sul mare e cene aziendali di serie, capita di trovare storie interessanti o destinazioni che stuzzicano i desideri.
L’altra sera stavo giusto guardando un mio amico lanciarsi giù da un torrente furibondo in un album intitolato “Hydrospeed”:

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