Cassa integrazione e felicità

elena torresani castelsardo

La vita talvolta ti porta a desiderare moltissimo qualcosa che avevi giudicato il peggio che ti potesse capitare. Ho sempre creduto che l’ammortizzatore sociale fosse l’anticamera del fallimento e della disperazione, un tracollo personale e sociale da scongiurare a qualsiasi prezzo.
Crescere negli anni ’80 ha significato per me scegliere di essere un perito aziendale rinunciando al liceo classico, sognare di diventare una manager anziché assecondare le mie passioni letterarie. L’imperativo era far più soldi possibili, diventare produttivi presto e mantenere il curriculum testosteronico.
Ho lavorato come un asino per tutta la vita, facendo spesso due lavori e non smettendo mai di studiare.
Ma magari poi arriva il momento in cui lo scollamento tra la vita orientata al pagamento del mutuo e ad un certo stile di vita si stacca con prepotenza dalla vita che hai sempre sognato. E questo momento magari arriva proprio quando la società che ti ha cresciuto tradisce se stessa e non è più nemmeno all’altezza di garantire i sogni dopati e fasulli che aveva indotto e preteso.
Le vacche magre rivelano tutta la menzogna di un sistema orientato all’arricchimento smodato di pochi attraverso il rincoglionimento di tutti, rivelano la mediocrità di una classe dirigente incompetente, incapace, vigliacca e senza etica nella migliore delle ipotesi.
Dopo una lunga attesa, tanti trapianti di fegato e mesi vissuti nell’incertezza è arrivata la cassa integrazione.
Nel mio caso “cassa integrazione” significa una situazione economica tragica anche a causa degli stipendi che il mio datore di lavoro si è preso il lusso di non pagare ai suoi dipendenti (potendolo fare ad oltranza per legge, tra l’altro).
Ma “cassa integrazione” oltre a “pane e cipolle” significa anche una libertà tanto attesa. Continua a leggere

Lo Hobbit e la vita di merda

lo hobbit

La settimana scorsa sono andata al cinema a vedere Lo Hobbit. Avevo letto il libro di Tolkien in terza media, conosco gli Hobbit da tempo: sono creature strepitose, infinitamente migliori degli umani.
Amano un po’ troppo la vita tranquilla, ordinaria, senza forzature: ecco, se proprio dovessi trovar loro un difetto, sarebbe proprio questo eccesso. Il considerare il rischio come la peggior sventura, e le avventure come il disonore più assoluto, non è esattamente una dote.
Certo, noi uomini non siamo molto da meno: dopo la soddisfazione dei bisogni primari (mangiare, dormire, espletare le funzioni corporee), costruirsi una sicurezza economica e affettiva è uno degli istinti conservativi più forti. “Stabilità” è dalla maggior parte di noi considerato sinonimo di “felicità”, e in termini riproduttivi e evolutivi ha forse un senso. Ma non sempre: i coraggiosi e gli esploratori hanno spesso salvato il culo a un sacco di gente, anche se quasi mai a se stessi.
In nome della stabilità e della sicurezza, molti di noi vivono con persone che non amano, fanno lavori che odiano, abitano in luoghi che disprezzamo: spesso per tutta la vita.
Bilbo Baggins, forse per quel sangue Took che gli scorre nelle vene, ha abbandonato la sua casa sotto la collina ed è partito con i nani: puzzolenti e rozzi guerrieri senza patria. Nessuno gli ha assicurato che sarebbe mai riuscito a tornare.
Gandalf il Grigio, all’inizio del suo viaggio, gli dice: “Casa è ormai dietro di te, il mondo ti è davanti.
Spesso la vita e la magia ci aspettano proprio fuori dalla nostra comfort zone, per quanto difficile, assurdo e spaventoso ci possa sembrare.
Quello che auguro a tutti noi, per questo 2013 appena iniziato, è di avere un po’ di quel sangue Took nelle vene, e di trovare la forza di dargli un po’ di credito.
La paura è un elemento salvifico o castrante, a seconda del momento e della dose.
Ma fare una vita di merda non è la risposta.

 

Le Donne Emmental.

Sono stata sommersa dalle Donne Emmental, quelle col buco esattamente nel loro centro.
La cosa insopportabile è che, per sua natura, la Donna Emmental pensa sempre di essere unica e sola ad arrabattarsi in certe tare e farsi delle domande di merda (che spesso non trovano risposte nemmeno a pagare).
Grazie al mio libro, e grazie alla storia di Giulietta, ho scoperto invece che là fuori c’è pieno di Donne Emmental: mi scrivono, mi chiamano, mi gridano la loro appartenenza, il loro arrabattarsi, il loro continuare incessantemente a cercare. Continua a leggere

L’infelicità del culo piatto

Sono due notti che non dormo, e due giorni che mi nutro a biscotti e salame. Quindi forse non sono proprio mentalmente lucida. Le ore sottratte al sonno e alla cucina le ho consacrate ad aperitivi, passeggiate, pulizie e Bruce Chatwin. Già, quel gran figo.
Per l’esattezza sto finendo “Le vie dei canti”, un’affascinante resoconto del suo viaggio attraverso l’Australia aborigena, alla riscoperta delle strade e dell’identità di questo popolo derubato. E poi Bruce, a metà libro, ci lascia sbirciare negli appunti delle sue Moleskine, scorrendo annotazioni e riflessioni sul nomadismo e sulla natura dell’uomo.
Secondo Chatwin la nostra natura è nomade. Lo dicono alcune conformazioni biologiche, e altre indicazioni antropologiche. Oltre alla storia. L’uomo è movimento, e solo nel movimento può trovare se stesso e incontrare davvero i suoi simili. Molte religioni (tra cui il cattolicesimo, l’islam, il buddismo) vedono inoltre nel cammino un’espiazione, un ricongiungimento a dio, un viaggio dentro noi stessi, un movimento necessario verso i ritmi naturali, verso l’unica unione di pienezza: quella con il creato.
L’uomo sedentario sviluppa territorialità, aggressività, velleità superflue, scostandosi da tutto ciò che è movimento e natura: in poche parole distaccandosi da se stesso. E perdendo la percezione del vero e del felice.
Stesso presupposto dal quale parte quel drogato di Terence McKenna: la perdita della naturalità dello sciamanesimo ci ha portato verso quelle merde sintetiche di cui ora i nostri ragazzi si riempiono il cervello.
In poche parole (non sto a tediarvi ulteriormente) pare che la maggior parte dei mali dell’uomo derivino dalla sua scelta stanziale e dal conseguente allontanamento dalla sua natura e dalla natura del mondo.
Caino era un agricoltore, si spaccava la schiena arando la terra, ed ha ucciso Abele con la sua rabbia e la sua invidia per quel pastore errabondo e felice.
Riconduco il discorso nuovamente all’amore, dato che sono profondamente convinta che il matrimonio (e la monogamia) sia puramente culturale e decisamente contro natura.
Senza tuttavia la presunzione di giudicare cosa sia meglio per me o per la società in cui vivo (numeri e risultati parlano in mia vece).
Che la decisione di “fermarsi” sia sempre deleteria per l’uomo? Per la sua felicità?
Sempre combattuto tra l’andarsene e il restare, tra la caccia e la coltivazione, tra il costruire e l’errare, in una costante ricerca della vera ricchezza?
E queste riflessioni vengono da una che trova un fascino ascetico notevole soprattutto nel divano, che gioisce del possesso e si nutre di una violentissima territorialità di oggetti e di affetti.
Miseramente. Molto miseramente.
A voi ogni possibile pensiero.