Decalogo di un’astensionista di sinistra

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Il problema è che si è sbagliato troppo. Si è abusato così tanto della buona fede popolare e dell’ignoranza, che ora non c’è più tempo per nulla. Nella mente di un astensionista non c’è più spazio per la speranza, ma solo per il rischio ragionato.

1 – Molte persone hanno lottato e sono morte per avere il diritto di voto: motivo in più per non sprecarlo.

2 – Turarsi il naso non è una soluzione: abbiamo già provato tutti a farlo troppe volte e i risultati sono disastrosi. Il Paese è al naufragio, senza che  ci sia nessuno che abbia la possibilità o la volontà di salvarlo, tantomeno governi di larghe intese che alimentano solo l’immobilità e il poltronismo (non inteso come pigrizia).

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3 – Non sono uno stercorario, ma un cittadino. Perché una candidatura e una proposta elettorale abbiano il mio voto devono ALMENO essere convincenti, etiche, competenti, di pubblico servizio e di qualità.

4 – A fronte del soddisfacimento dei requisiti al punto numero 3, potrebbero essere anche accettati programmi elettorali che non incontrino al 100% il mio favore ma che rappresentino un buon compromesso tra risorse e doveri.

5 – Non è detto che un governo di sinistra sia migliore di un governo di destra. Ci sono governi, candidati e programmi pessimi da entrambe le parti. Il fatto quindi di essere di sinistra non mi porterà a votare per forza la proposta che arriva dallo schieramento politico che mi dovrebbe rappresentare.

6 – Il mio voto non sarà mai più un voto per evitare il peggio, ma solo un voto per avere il meglio. Mi hanno già raccontato diverse volte la favola del “bisogna stare uniti contro il nemico” salvo dimostrare poi di non essere meglio del nemico stesso.

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Desolazione BIT e allarme Milano a un anno dall’Expo

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Sono in preda allo sconforto.
Immaginatevi un donnino di 160 cm che parte alla volta di Rho Fiera con una valigia vuota a traino che ha tutta l’intenzione di riempire nel Paese dei Balocchi. Immaginatevi poi lo sgomento di quella stessa donna che, una volta arrivata a destinazione, vede una delle fiere più belle di Milano, la BIT, ridotta all’ombra di se stessa: 4 padiglioni riempiti a malapena, pochi eventi messi insieme così, nelle ultime settimane, fermento esterno inesistente.
Quando mi sono accorta della frastornante assenza di Stati Uniti, Francia, Spagna, Regno Unito, Danimarca, Germania, Austria e Paesi Scandinavi, mi sono sentita sparire dalle mappe insieme all’Italia. Mezzo mondo (gli assenti sono molti di più di quelli citati) non ci calcola più, ci ha tagliato fuori, pensa sia inutile investire qui.
A un anno dall’Expo, questo è un messaggio devastante per la città di Milano.
Non dico per l’Italia intera, perché al TTG di Rimini l’autunno scorso ho visto molto più fermento e partecipazione: questo significa che se in parte l’Italia non è una piazza appetibile perché gli italiani non hanno più soldi manco per campare, la reputazione di Milano sta messa ancora peggio.
Mi ricordo quando alla BIT c’erano 12 padiglioni (di cui uno interamente dedicato alle compagnie aeree), colori e bandiere, abiti e sapori provenienti da 25 continenti (sembrava che il mondo fosse così generoso!). Lungo il percorso tra un padiglione e l’altro c’erano ristoranti aperti, botteghini, bancarelle, venditori di gelati, cioccolato, salsicce, sushi e brezel.
Ora è il deserto. Continua a leggere

Gli italiani impreparati a migrare, con le ultime 50 euro in tasca

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Sono circondata da persone che se ne vanno, o da amici e famigliari di persone che se ne vanno.
Dall’Italia, dal Paese moribondo.
L’altro giorno un amico mi ha detto: “Ho in tasca l’ultimo 50 euro”.
L’emigrazione non è un vezzo né un capriccio, e ora diventa sempre più una necessità: per l’assenza di lavoro, per il divario tra costo della vita e retribuzioni, per la morte delle possibilità e delle speranze (politiche, sociali, economiche).
Il benessere ci aveva addormentato e ora il risveglio è tragico.
Sono appena stata in Marocco per Brand-it-up Travel, e lì i bambini a scuola hanno tre lingue obbligatorie: arabo, francese, inglese. Poi, se vogliono, si prendono lezioni private di italiano e spagnolo, e lo fanno: sanno di essere un popolo che può vivere soprattutto di turismo e che spesso è costretto ad emigrare.
Noi no, noi proprio non ci immaginavamo, e siamo stati presuntuosi sia nel trascurare il turismo sia nel trascurare le lingue straniere, senza contare le cose in cui ci siamo dimostrati tremendamente stupidi, di quella stupidità che dura quarant’anni o cinquanta e che quindi non ha motivo di essere perdonata. Continua a leggere

Perchè ho detto che SONO POVERA a tutta l’Italia

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Sì, più o meno a tutta l’Italia, dato che il post de L’Isola dei Cassintegrati dove dichiaro la mia povertà è finito in home-page su L’Espresso.
Michele Azzu e Marco Nurra avevano già dato spazio ad un pezzo della mia storia (QUI), ma poi il 3 gennaio ho letto QUESTO articolo, e dalla tastiera mi è uscito un commento:

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Ecco perchè, quando i ragazzi de L’Isola me lo hanno chiesto, ho deciso di metterci la faccia.
Perché la povertà non è una vergogna, ma una situazione in cui in alcuni casi ci si trova senza responsabilità alcuna. Sono ben altre le persone che dovrebbero provarla, la vergogna.
Quelli, ad esempio, che hanno detto: “Non vi abbiamo pagato perché non avevamo i soldi” e il giorno stesso arrivano in azienda con una dueposti nuova di fiamma, chiudono una Spa con milioni di euro di debiti e riaprono una Srl con denari caduti dal cielo di nostrosignore. Continua a leggere

Voglio tante prime volte

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Il fatto (gravissimo) è che nessuno ci restituisce il tempo che passa, e passarlo coi giorni o gli anni fotocopiati è peccato mortale. La mia religione me lo impedisce. Così il mio proposito per il 2014 è quello di avere tante prime volte.
Belle, nel senso che non vorrei svenire per la prima volta in metropolitana o essere colpita da un fulmine mentre mi piastro i capelli: voglio tante belle prime volte, e in quest’ottica ho vissuto la notte di San Silvestro.
Non sapevamo cosa fare, non avevamo organizzato niente e con le cene tra amici e parenti ci avevamo già dato dentro per tutto il mese di dicembre. Allora abbiamo scelto Ferrara, perché nessuno di noi aveva mai visto l’incendio del Castello Estense: uno spettacolo pazzesco.
Siamo partiti alle 17 del 31, siamo rientrati alle 4 del mattino del 1° gennaio, abbiamo speso 40 euro a testa e ci siamo goduti una notte speciale. Continua a leggere

Dal Festival del Giornalismo di Perugia una lezione di coraggio e dignità

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Qualche giorno fa la doccia fredda: l’edizione 2014 del Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia non si farà.
Lo hanno dichiarato gli organizzatori sul sito dell’evento, ed è stato subito subbuglio generale.
Una delle migliori manifestazioni culturali italiane ha deciso di tirare i remi in barca per carenze di budget, ma i retroscena raccontano una storia più difficile da digerire: molto italiana nelle cause, potenzialmente rivoluzionaria negli effetti.
Nella conferenza stampa di stamane, Arianna Ciccone e Chris Potter hanno spiegato l’infinito teatrino del potere, la difficile gestione delle dinamiche dei finanziamenti pubblici e dei giochi di forza, i problemi insormontabili che si incontrano cercando – semplicemente – di far bene il proprio lavoro. Continua a leggere

Quando le donne rinascono, lo fanno seriamente: la storia di Martina Gruppo, La Fata del Caffè

Quando le donne rinascono, lo fanno seriamente: la storia di Martina Gruppo, La Fata del Caffè

Il 26, 27 e 28 agosto, L’Unione Sarda ha pubblicato un mio racconto in tre puntate. Quando me l’hanno chiesto non sapevo che fare: chi mi conosce e mi legge sa che non ho fantasia, so scrivere solo di cose vere, di cose che conosco.
Così ho scelto di raccontare di Martina Gruppo, perchè la sua storia può insegnare molto ad ognuno di noi, soprattutto in un periodo in cui molti si sentono sconfitti dalla società, dallo Stato, dal mondo del lavoro. Martina ha trasformato il suo dolore personale in felicità collettiva, e ci dice che si può ricominciare sempre, magari lontano da dove avevamo creduto, e non sto parlando solo di geografia, ma anche di emozioni.
Per chi non ha potuto comprare L’Unione, ecco qui la versione integrale del racconto. Buona rinascita a tutti. Continua a leggere

Emigrare dove

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Tutti l’abbiamo sentito dire fino alla nausea dopo aver appreso i risultati delle ultime politiche: “Emigriamo!”
Del resto, uno stato che vota al 30% le stesse persone che lo hanno condotto nella merda in cui si trova dimostra uno spirito suicida difficile da accettare. Se questo rigurgito d’indignazione civile si associa poi ad una crisi economica che non promette di finire, un mercato del lavoro che ogni giorno genera disoccupazione e disperazione, un’eurozona che sceglie l’austerity a tutti i costi sacrificando i diritti dei deboli e lasciando intoccati i privilegi dei forti, la voglia di andarsene rischia di dilagare.
Sì, ma andarsene dove?

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Questa cartina (grazie a Davide Scalenghe che me l’ha inoltrata) mostra le zone del mondo in (grave) recessione e quelle in crescita economica: andarsene da un paese in profonda crisi verso un altro che è più o meno nella stessa situazione non ha molto senso. Certo, non tutti stanno politicamente a pezzi come noi, quindi – in caso di ripresa – hanno più speranze di farcela, e di farcela velocemente. Continua a leggere

Innamorarsi di niente

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Non sono una fanatica degli States. Credo che sotto molti punti di vista abbiano dei problemi molto più grossi dei nostri (finanza, multinazionali, clima, alimentazione, sanità, armi, ‘esportazione della democrazia’, lobby, e via andare).
Così come non sono una fanatica di Obama, soprattutto per la sua – deludente – politica estera.
Ma quando sento discorsi così, mi si riempie il cuore.
Perché noi italiani siamo talmente immerdati in faccende di corruzione, politici delinquenti, assenza di credibilità, sfacelo economico, distruzione culturale, malafede pubblica ed evasione privata, che lo smarrimento di ogni tipo di coerenza, dignità e vergogna ci ha fatto perdere di vista le cose in cui crediamo.
La contingenza del nostro schifo ci obbliga a dimenticare gli ideali, perché gli ideali a volte rischiano di essere un lusso riservato a quei popoli che se li possono permettere.
Obama ha parlato di ambiente, risorse, uguaglianza sociale, accesso alle opportunità, impegno, formazione e lavoro. Ha parlato delle fasce deboli, di diritti, di donne, di omosessuali dicendo: “Noi, la gente”.
Perché quando ti manca il respiro è così facile innamorarsi di un una boccata d’aria.
E così rischioso, innamorarsi di niente.

Barak Obama-United States-Politics