Che fatica i sogni fuori dal cassetto (di sudori e altre difficoltà)

99 - Lifestyle

Io li capisco quelli che fanno per trent’anni lo stesso lavoro nella stessa azienda e vanno in vacanza sempre nello stesso posto.
Li ho sempre giudicati un così, come gente che un po’ si perde il succo della vita, ma ora un po’ li capisco. Cercano il conforto, hanno bisogno della sicurezza.
L’immutabilità, per quanto sia contro natura, dà un senso di riparo dalle bordate della vita. Nella vita ho cambiato alcuni datori di lavoro, mi sono cimentata in settori e mansioni nuove, mi sono esposta moltissimo, e qualche mese fa ho mollato tutto per inseguire un sogno di cui l’Inghilterra non è che un tassello. Più di una volta mi sono detta: “Ma che cosa mi è saltato in mente?
Che fatica.
Che paura.
Londra mi aveva già schiaffeggiato 15 anni fa, quando avevo fatto la cameriera qui per un mese. Avevo iniziato spavalda, convinta di non aver niente da imparare dopo tutti i week-end passati per anni tra i tavoli più affollati della Bassa Padana, ma sono bastate le prime otto ore di lavoro per farmi abbassare la crestina e farmi sentire come l’ultima delle stronze.
Stavolta sono arrivata imparata, ma non si è mai imparati abbastanza. Non ero pronta a quei no. Ho ripetutamente pensato di non farcela..
Ci ho messo tre mesi ad entrare nel mercato, tre volte il tempo che mi ero data. L’incertezza mi ha tolto il sonno, l’insicurezza mi ha fatto male al cuore. Ora mi trovo su una strada che non mi ero immaginata, che mi piace moltissimo, ma che non è certo una passeggiata.
Provare ad entrare in uno dei mercati più competitivi al mondo, per migliorarsi ed imparare cose nuove, ha un prezzo piuttosto alto, ed è un prezzo che si paga prima di tutto a se stessi: anche il lavoro che pensavate di saper fare meglio, qui avrà probabilmente bisogno di essere riletto e magari capovolto.
Continua a leggere

I miei primi due mesi a Londra, tra tragedia e commedia

João Vaz de Carvalho

Illustration by João Vaz de Carvalho

Se devo essere sincera mi piacerebbe vedermi emigrare in Paesi molto più lontani per posizione geografica e cultura, perché secondo me ci sarebbe da ridere.
C’è già da ridere adesso, a dire il vero, a guardarmi trasferita da Lodi a Londra.
Sono qui solo da due mesi, ma non avendo avuto tempo né modo di andare dalla parrucchiera prima di partire, ora mi trovo con la criniera di Pocahontas priva dell’unico balsamo capace di districarmi la massa di pelo pesante e insopportabile che tengo sulla testa.
Ho affrontato la prima ceretta fatta in casa, e mi sono trasformata in una carta moschicida lunga centosessanta centimetri. Ho iniziato a spinzettarmi le sopracciglia come vedevo fare a mia madre quando ero piccola, negli anni ’70, e il risultato è un’asimmetria inquietante tra il lato sinistro e il lato destro della faccia.
Sia chiaro, non è che a Londra non ci siano parrucchiere ed estetiste, ma costano uno sproposito per una che sta ancora guadagnando soprattutto in Euro.
A tre settimane dal mio arrivo, con la serenità d’animo di un cane idrofobo, ho battuto la città alla ricerca di qualcosa che rimpiazzasse il bidet e che mi mettesse in pace con uno degli insegnamenti principali delle mamme italiane: “Se ti succede qualcosa, almeno sei in ordine”. Sono tornata a casa con un catino pensato per lavare cani di piccola taglia ma che ogni giorno mi fa sembrare il mondo un posto migliore. Continua a leggere