Raccontare il male per fare il bene: la Festa della Donna 2014

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La violenza è potere. E il potere è come una droga: difficile da abbandonare
Pagina 80, Il male che si deve raccontare, di Simonetta Agnello Hornby e Marina Calloni, Edizioni Feltrinelli.

Pagina 40 e 41: “In Italia, nell’80 per cento dei casi l’autore della violenza è italiano. Nel 50 per cento dei casi di violenza, anche sessuale, è il marito o il convivente della vittima. […] L’uccisione da parte di persone note alla vittima è la prima causa di morte nel mondo per le donne tra i 16 e i 44 anni.

Un libro che racconta la storia di Fenella e della sottomissione di una famiglia intera, l’ospedale psichiatrico per chi si rompe, il teatro dell’abuso di Lusaka, gli schiaffi e i pugni a Filomena in Sicilia, la famiglia disfunzionale di Imogen dove le figlie erano costrette a perdere la verginità col padre, le madri disumanizzate che non difendono i figli dagli abusi perché perdono la cognizione del bene e del male, il suicidio della signora Wanda costretta ad accogliere e a riverire le amanti del marito per decenni. Continua a leggere

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Il nemico che amiamo

Ricevo da Cerchi D’Acqua gli ultimi dati sulla violenza contro le donne secondo le rilevazioni dei Centri Antiviolenza e delle Case aderenti alla Dire (Associazione Nazionale Donne in Rete contro la violenza): niente di nuovo, ma è il caso di porre ancora l’accento sull’identità del “nemico”.
Gli autori dei reati contro le donne risultano essere infatti i partner nel 64% dei casi, gli ex nel 20%, famigliari nell’8%, conoscenti nel 6% e estranei solo nel 2%.
Quando leggo questi dati – ogni santissima volta che lo faccio – penso con rabbia ai tagli (reali) alle politiche sociali e agli investimenti (reali o paventati) nelle politiche per la “sicurezza”.
La sicurezza delle donne non è un tema di cui crucciarsi, oppure diventa un tema solamente quando il pericolo è per strada, in agguato nelle cattive intenzioni di un predatore sconosciuto e magari extracomunitario o disadattato? Queste immagini hanno un bell’effetto sull’immaginario, me ne rendo conto: sono sceneggiature da periferia disagiata, che lasciano intonse le nostre coscienze e ci fanno sentire tanto immacolati e pacifici.
Capisco che piazzare una telecamera sia più facile che investire sugli anticorpi culturali contro la violenza di genere (e contro la violenza in generale), ma di fronte alla costanza di dati come questi si può continuare a fare una tale confusione sull’identità dei nemici da combattere?
E soprattutto: quanta confusione c’è intorno alla parola “amore” e intorno all’idea di “famiglia”? La nostra educazione sentimentale risente ancora così tanto dell’immagine svilente che abbiamo della donna e, quindi, di noi stesse?
Dietro l’accettazione di certe dinamiche di sottomissione e di abuso credo non si nasconda solo il legame spesso forte e saldo tra vittima e carnefice, ma anche una certa idea di femminile: zitto, nascosto, bugiardo fedele e mansueto. E un’idea di maschile considerato “lecito” ancora peggiore.
Quando la paura è mal riposta, e il livello di guardia alzato sul confine sbagliato, è tutto da rifare.
Le telecamere e le parole teniamole accese dove servono.