Social Media management? Una stronzata.

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Ho smesso di scrivere gratis da diverso tempo, e non ho più ceduto all’inganno della prestazione gratuita in cambio di visibilità, salvo rarissimi casi in cui mi si è offerta l’opportunità di divertirmi. Da anni lavoro (perché scrivere, a dispetto di quanto molti credono, è un lavoro) solo dietro compenso: gratis lo faccio esclusivamente per me stessa, nei libri, sul blog, per la lista della spesa.
Ho smesso di accettare che i lavori creativi in Italia fossero giudicati a valore economico zero.
Ora mi trovo ad affrontare un altro scoglio: il mondo digitale.
Da quando sono freelance e mi occupo di social media management, ho collezionato una serie di perle e di esperienze che – da quanto leggo e sento – sono condivise da parecchi colleghi.
Cito a caso alcune delle frasi emblematiche che mi sono sentita dire, consapevole che sono purtroppo ben lontana dall’essere l’unica: “Non si possono chiedere quei soldi per il social media management. Sono capace anch’io di pubblicare una foto e una frasetta al giorno, ci vogliono cinque minuti e nessuna competenza. Per quei soldi c’è gente che lavora davvero e si spacca la schiena
A parte il fatto che chi te lo dice normalmente non ha la più pallida idea di cosa significhi spaccarsi la schiena (ma muore dalla voglia di insegnartelo) e non sa nemmeno la differenza che c’è tra un wall e una timeline. Continua a leggere

L’opinione dei blogger? Sempre più importante

Venerdì 27 Aprile al Festival del Giornalismo di Perugia c’è stato il workshop “Costruire un pubblico e creare una community usando i social media”, a cura di Claire Wardle di Storyful.
Tra le molte riflessioni sul come “succhiare” informazioni dalla rete e poi “risoffiarle” nella rete per diffondere i contenuti che abbiamo trovato e che vogliamo evidenziare, e accanto ad alcune indicazioni su come creare coinvolgimento tra gli utenti con gli ultimissimi strumenti a disposizione, Claire Wardle ci ha fornito anche alcuni dati che arrivano dalla sua esperienza con Storyful.

Molto interessante l’analisi sulla fiducia di cui godono i blogger: quanto a consigli e opinioni, pare siano più accreditati delle celebrities.
Un elemento di riflessione notevole, sia dal punto di vista del marketing, sia per quanto riguarda la famosa “reputazione” in rete: sono tutti all’altezza di questa posizione? Saranno tutti in grado di meritare questa fiducia anche in futuro? Questa è veramente la sfida cruciale della credibilità.

Iperconnessi e soli?

Leggo questo post di Dino Ameduni per Valigia Blu, e mi sento talmente d’accordo con lui da volerne scrivere.
Un paio di settimane fa ero al supermercato ed incontro un mio amico che, mentre tasta mele e pere, mi dice: “Oh, ma tu non hai una vita tua? Quando mi collego a Facebook trovo una montagna di aggiornamenti tuoi”.
Lui è idraulico, passa tutta la sua giornata tra bidet, lavelli e tubature: probabilmente si collega alla rete di sera, mentre aspetta che la cena sia pronta e prima di sprofondare sul divano davanti alla televisione. Io sto 16/18 ore al giorno davanti al computer per lavoro: già questo crea una divergenza sostanziale nel rapporto con l’on-line, un panorama in cui la televisione è al massimo un sottofondo di immagini col volume sul “mute”.
Ma la cosa che mi crea un imbizzarrimento emotivo (e anche un po’ culturale) è l’associazione tra l’iperconnessione e la vita fasulla, o la solitudine, o l’alienazione sociale.

La rete, oltre ad essere la mia principale fonte d’informazione e di contatto professionale, è anche uno strepitoso strumento di selezione delle affinità per contenuto. Sul web ho incontrato persone con le quali, per differenze geografiche o lontananza di abitudini e frequentazioni, non sarei mai entrata in contatto nella vita off-line: la perdita umana sarebbe stata immane, una sottrazione sconosciuta ma dal prezzo elevatissimo.
Amicizie, rapporti e legami che nascono sui pensieri e non su mille altre stronzate, e si alimentano con lo sharing continuo che ti fa sentire al bar anche quando ti stai fracassando di lavoro in ufficio.
Nel mio caso, poi, l’iperconnessione è anche sopravvivenza e terapia: chi segue le avventure della Minchia Spa sa di cosa parlo. Un buco nero della quotidianità che, condiviso, diventa umorismo noir, solidarietà, intrattenimento, cabaret (e tra poco anche un libro).


Come dice Doonie, una bella punturina gengivale alle ipocrisie delle relazioni.
Non sono una nativa digitale, ma una topa digitale illetterata e piuttosto entusiasta del mio bisogno di wi-fi.

Le vostre cyber-patologie

Un venerdì mattina col mal di testa val bene un intervento grullo.
Negli ultimi dieci minuti mi sono deliziata a saltare di pagina inpagina sui vostri profili, trovandovi chiari segnali di serie patologi es ocio-comportamentali.
Ecco le prime che mi sono balzate subito all’occhio.

“…eh lo so…tanto da fare e poco tempo a disposizione…magari ci si becca settimana prossima per un ape!!!”
Ossia: Sindrome dell’agenda straripante.
Poco focalizzati, super impegnati. Se hai una sera libera e non sai chefare, hai dei problemi sociali. Tra palestra, aperitivi, corsi dicinese antico o canto moderno, flauto traverso e yoga austro-ungarico,l’agenda rischia di diventare un modo di essere, e non più unostrumento.
Da notare che l’eccesso di differenziazione dell’offerta rende il nostro tempo libero in alcuni casi davvero ridicolo. Continua a leggere