Un tanto al chilo.

Quasi senza pensarci, capito a Rimini per 48 ore, in questa fine di maggio dal clima umorale. Nella città dalla viabilità ubriaca, incontro vecchi amici ed ex colleghi riuniti per un congresso e quindi, purtroppo, con l’animo in libera uscita.
Cammino sul lungomare tra bancarelle che ormai non sembrano più neanche nostalgiche di splendore, ma paccottiglie cinesi ammassate e infrequentabili dove, tra una ciabatta leopardata e un coccodrillo gonfiabile, il rischio di trovare il souvenir del mezzobusto di Mussolini è decisamente troppo frequente.
E se peggio di Mussolini ci sono solo i suoi seguaci, a pesare sul mio spirito sono soprattutto, in queste ore di balera, le parole degli uomini di cui – devo ammettere – avevo colpevolmente dimenticato la portata.
Prendine cinque, portali lontano da casa spesati dalla ditta, magari in una terra da ribaltabile come la Romagna, e il risultato stucchevole non mancherà di venire a galla come un tappo di sughero (sì, oggi sono buona).
Perché ancora, e nonostante tutto, salterà fuori un sistema di valutazione della femmina un tanto al chilo.Al bagno n. 26, tra un’altalena e un ombrellone, si rischia di finire al mattatoio.
Non si tratta solo di caviglie sottili, chiappe sode e seni prosperosi che suscitano pulsioni ataviche doverose ma rudimentali; si tratta soprattutto di cellulite strabordante, di polpacci da calciatore, di culi da portaerei, di passere imbottite e addomi flaccidi: il maschio in rimborso spese non solo non ha pietà, ma effettua quell’esercizio sadico – giusto per tenersi in allenamento e in pari con gli avi – che si chiama “massacro”.
Come con la carne da mangiare, la femmina, che magari è arrivata lì a Rimini dopo mesi di dieta e palestra, (perdendo 20 chili e buonumore) viene spogliata di ogni contenuto e immolata sull’altare dell’ignoranza testosteronica.
E allora ritorno a pensare, senza andarne troppo orgogliosa, che se negli ultimi vent’anni , noi donne, ci siamo comportate come gli uomini peggiori, cercando di metterci in pari con la volgarità del maschio (ma mai coi suoi privilegi), ritorno a pensare – dicevo – che tutto sommato dovremmo darci dentro ancora di più.
Non dovremmo limitarci a raccontare alle amiche di quel cunnilingus che sembrava un bidet, di quel clitoride introvabile, di quel coito lungo come uno starnuto, di quello stantuffo soporifero o di quel fallo microscopico: dovremmo imparare a dirglielo in faccia, a quei tronfi tacchini dal cervello a cazzo, che “un tanto al chilo” – loro – non valgono neanche mezzo dei nostri chili persi per la prova bikini e nemmeno uno dei nostri orgasmi mancati.
Chissenefrega se questo significa la crisi sociale, la rottura dell’equilibrio famigliare, il crollo psicologico del maschio moderno: una vendetta pedagogica val bene un po’ di solitudine.
Anche perché – e lo dico col megafono – dovremmo preferire la solitudine al mattatoio, e fare in modo che nessun cretino-cazzo-moscio si permetta mai più di andare al mare (o al bar) come se fosse l’allevatore dell’anno alla fiera della giumenta.


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