Quando a fotterci è la noncuranza.

Era una notte milanese quasi senza data quella in cui incontrai un uomo arguto e saporito che tutti chiamavano “Il Principe”. Un uomo che la sa lunghissima, tanto che del Principe (posso dire) esattamente per questo ha proprio poco.
Poche parole e molte sigarette, carne di cervo e il Naviglio, bastarono per fargli dire che Elena Torresani era una donna sazia.
Tra tutti gli aggettivi per una donna, “sazia” rappresenta un traguardo raggiunto ma un fascino mancato.
Magari sbiadito.
Perché una persona sazia, soprattutto se lo è narrativamente, non insegue più le albe.
La sazietà è uno stato di grazia. Con una corda al collo e uno scranno sotto i piedi.
Esistono altri terribili pericoli che la sazietà porta con sé: uno dei peggiori è la noncuranza.
Quella che riconosco negli uomini amati, che non prestano attenzione all’azzardo, dei gesti e delle parole, e talvolta all’arroganza. Continua a leggere

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Maurizio Costanzo, e le parentesi necessarie.

Maurizio Costanzo mi intervista (video), e riascoltandomi parlare con lui di distanze mi vien da riflettere sul nostro modo sgangherato di vivere il tempo e le situazioni.
Facciamo le cose, ma ne pensiamo altre, che il nostro cervello pare vivere in trasferta.
E quando poi, al rientro, presenta la nota spese sono cazzi.
Non c’è sonno, passeggiata o lettura che interrompa quel frullatore di preoccupazioni e progetti.
Tanto che capita di mettere la spazzola nel cassetto delle posate, provando poi a pettinarsi con la forchetta.
Mai che riusciamo davvero a fermarci nel momento, nemmeno quando guidiamo e rischiamo di sterminare nonnini in biciclo e signore con la sporta.
Spesso nemmeno quando facciamo sesso, che alle otto l’ipermercato chiude e il frigo rischia di rimanere vuoto. Continua a leggere

Amori e Fanculismi: nuove tragedie da due soldi.

Le tragedie d’amore non hanno più pizzi e merletti, tramonti e treni in partenza, lettere strazianti e profumi esotici. Niente più foglie cadenti, tempeste di mare e notti insonni.
Oggi le tragedie d’amore hanno i capelli in ordine, la lingua corrotta dall’Havana e il profumo dei torchietti con crema di carciofi e tartufo nero.
La incontri, la tragedia d’amore, in un elegante ristorante di Milano, nelle telefonate concitate di un improbabile e distinto sessant’enne che mangia solo, fino a quanto viene raggiunto da un’affranta partner di pari età che esordisce tirandogli la lista dei vini sulla testa, e poi gli si siede accanto come se niente fosse, ordinando pappardelle al ragù di cervo e funghi porcini.


La tragedia d’amore non ascolta le motivazioni di lei, le scuse, le preghiere, le provocazioni della mantenuta probabilmente colpevole (“dovevo andare in ospedale, stava morendo”), ma si limita a ripetere incessante per più di ottanta minuti: “Tu devi fare solo una cosa: andartene affanculo”. Continua a leggere

Quando i sogni infranti hanno a che fare con la mensa aziendale.

Scrivo nel primo giorno della vita in cui mi sono trovata a mangiare in una mensa aziendale, e la sensazione è quella di aver toccato il gradino più basso della vita impiegatizia.
Cosa c’è di più fantozziano di una porzione sotto cellophane di carote lessate, servite in una brodaglia non identificata?
Domani mi porterò del cibo cucinato a casa, per opporre strenua resistenza all’alienazione da cartellino, telefono analogico e sigarette fumate di nascosto nel retro di un’uscita di sicurezza laterale.
Esiste un momento della vita in cui, da aquile, ci trasformiamo in porcospini?


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