Quella volta che ho salvato la vita di un uomo (ma probabilmente no)

Illustration by Natalia Zaratiegui

Era un bellissimo giorno di sole. Io e Damiano, zaini in spalla e binocoli al collo, camminavamo in un luogo meraviglioso, accarezzati dal vento.
Intorno a noi qualche turista scattava fotografie.
Come spesso mi capita prima di un viaggio, avevo letto molto su questo luogo nei mesi precedenti. Grazie a libri ed articoli avevo scoperto le sue bellezze e le sue dannazioni. Un luogo luminoso e pieno di poesia, ma affollato dei tormenti di tutti quelli che avevano scelto di venire qui a togliersi la vita. Mi ero sorpresa di come l’incanto di una bellezza così folgorante risultasse inefficace contro certi tipi di disperazione, ma poi avevo pensato che magari fosse volutamente l’ultima visione pazzesca con cui riempirsi l’anima prima della fine.
In quel giorno di sole ad un certo punto Damiano mi fa notare un ragazzo solo che si comporta in modo strano. Mi tornano alla mente i libri letti, rivedo nei suoi gesti gli atteggiamenti che vi erano descritti. Ne parliamo, io cerco di non farmi influenzare da quello che so.
Damiano si offre di andargli a parlare, di andargli a chiedere se è tutto ok. Poi però pensiamo sia meglio di no: le probabilità di dire la cosa sbagliata e di far precipiare la situazione non sono poi così remote.
Decido di chiamare la polizia locale, che ha purtroppo grande esperienza in casi simili. Mi fanno domande, cercano di capire chi sono io, mi chiedono di spiegare i gesti e gli atteggiamenti del ragazzo, valutano se sia il caso di intervenire. Nel frattempo le persone intorno a me si avvicinano, mi chiedono se sto chiamando per il ragazzo con la maglietta blu, perchè ha insospettito anche loro.
La polizia decide di mandare uno dei volontari che sono sempre a disposizione nella zona, giorno e notte. Si tratta di persone formate per affrontare casi di questo tipo: se c’è una possibilità di aprire una breccia nel tormento assoluto di chi sta per porre fine alla propria vita, se possibile va lasciata a chi sa come farlo. Continua a leggere

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#QuellaVoltaChe ho conosciuto 50 donne abusate

Illustration by Peteski

 

A dire il vero non è stata una volta, le ho conosciute in molte volte. Le volte che ho messo piede in un Centro Antiviolenza.
Le donne abusate e stuprate che ho conosciuto sono state una cinquantina. Tante, poche, sicuramente cinquanta di troppo.
49 le ho incontrate in ambienti protetti, quando avevano iniziato il loro percorso terapeutico. Una l’ho conosciuta durante un viaggio, alla sagra di un paesino. Era seduta accanto a me mentre guardavo le danze popolari di un gruppo folkloristico. Dal nulla mi dà di gomito e mi dice: “Lo vede quello? È mio marito. Sapesse che uomo. Siamo sposati da cinque anni, lui è quello che ha accettato il figlio che ho avuto dopo uno stupro.” Una bomba inesplosa lasciata nel grembo di una sconosciuta, depositata con grazia come una testa mozzata secoli fa e marcita in cantina.

Ho conosciuto una cinquantina di donne abusate, ma tutte le altre che non ho conosciuto riempiono trincee silenziosissime, asfissianti, affollate. Sono donne che sanno tacere, i carnefici lo sanno bene, e parte della società le apprezza per questo, per il loro massacro gestito in privato, senza disturbare l’ipocrisia collettiva. Delle “mie” cinquanta solo un paio avevano denunciato. Le altre se la sfangavano completamente da sole, mute, devastate. Se la smazzavano con le loro psicologhe in qualche ora sottratta alla famiglia fingendo di essere in palestra, se la sgrassavano nei gruppi di auto-aiuto provando a confrontarsi con altre vittime per convincersi che non erano sole, all’inferno.

Gli uomini non entrano in questi luoghi di cura dell’anima, gli uomini sono fuori, perchè alcune non ne tollerano più nemmeno la vista. Continua a leggere

Quelli che erano fighi quando eravamo giovani

Quand’ero piccola mi piacevano le teste calde, che è un modo carino per dire le teste di minchia.
A volte erano i capibranco (che in certi casi erano i teppisti più creativi), a volte erano i mattatori del gruppo, a volte le anime tormentate.
Da adolescente non mi piacevano i bravi ragazzi, ma le ragioni le avrei capite intorno ai 30 anni, quando decisi di farmi due domande sul perchè avessi sprecato tanto tempo e forze e patimenti dietro a figure tanto palesemente fallimentari.
A fregarmi era stata spesso la dolcezza che vedevo dietro leadership discutibili, ma è capitato anche che a fregarmi fosse il cervello. Perchè in alcuni (rari) casi, dietro ai lazzaroni si nasconde un’intelligenza tanto viva da essere stupefacente se paragonata a quella della maggior parte dei loro coetanei.
Sono passati vent’anni, e vent’anni sono una finestra temporale sufficiente per poter tirare un po’ le somme su quello che ognuno di noi è diventato. Continua a leggere

La mia anima imprigionata a London Bridge

Tamypu illustration

Londra, sabato 3 giugno 2017.
Di mattina io e Damiano andiamo a fare un giro a St James’s Park per fotografare i pellicani. Sono le 11, i turisti affollano tutta l’area intorno a Buckingham Palace per assistere al cambio della guardia, e noi ci diciamo, ancora una volta, quanto sarebbe facile compiere una strage lì in mezzo.
Mentre Damiano apre lo zaino per tirare fuori la macchina fotografica, due dei poliziotti di ronda si avvicinano, guardano dentro, gli dicono: “Bell’aggeggio, deve essere costato parecchio.”
Abbastanza”, rispondiamo insieme, sapendo che non è alla macchina fotografica che sono attenti.
Sabato sera siamo in casa a lavorare. Io scrivo, Damiano sistema le foto.
Guardo Facebook, leggo di London Bridge. Apro Twitter, inserisco l’hashtag #LondonBridge, e mi si ferma il cuore. Per ore non sono più capace di fare altro, se non tenere sotto controllo gli aggiornamenti in rete.
Non sono una persona resiliente. I dolori mi entrano dentro e si annidano nel profondo, i pensieri continuano a tornare in quell’angolino buio in cui mi ci vuole sempre tempo per far entrare la luce.
Leggo i racconti, mi immagino là: London Bridge è uno dei luoghi di Londra che preferisco, e l’empatia fa il resto. Mi sento come la ragazza che non ha più visto tornare suo marito uscito dal pub per fumare, mi sento la donna incinta investita dal furgone appena girato l’angolo, mi sento il ragazzo sgozzato da dietro mentre beveva una birra. Guardo i video, l’incedere freddo e sicuro dei terroristi ripreso dall’interno di un ristorante. Mi sento soffocata dal rumore di quelle vite disintegrate, schiacciata da tutti quei sogni e quei progetti interrotti sul London Bridge, paralizzata dallo stupore di chi si è sentito la vita scivolare fuori dal corpo mentre stava ridendo con gli amici lungo uno dei fiumi più belli d’Europa.
Sono passati 3 giorni, ma la mia mente è ancora imprigionata a London Bridge.
Quando rientro in metro dall’ufficio, la sera, a London Bridge non sale più nessuno, gli accessi sono ancora ridotti. Là c’è la mia anima imprigionata.

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Adesso non siamo più noi

Illustration by Inslee Haynes

Illustration by Inslee Haynes

Quando torno al paese dove sono nata, guardo la gente seduta fuori dai bar dove passavo il tempo io fino a 4 anni fa, e non riconosco più nessuno. I tavolini sono occupati da persone mai viste che stanno riempiendo le mie piazze e le mie strade con ricordi e storie completamente disconnesse da me.
Non credo sia solo perchè me ne sono andata a vivere da un’altra parte: credo che questa sensazione di espulsione abbia più a che vedere con il tempo che passa e l’età che avanza.
Finchè vivevo con i miei genitori ero sempre in giro, uscivo la sera ogni volta che potevo, il mondo fuori dalle mura domestiche era dove tutto succedeva.
Il mondo fuori era il mio teatro, la mia luce, il mio palcoscenico.
La portineria dove ho passato delle meravigliose serate di luglio a baciare un ragazzo coi boccoli, la sala giochi e l’osteria dove ci si trovava sempre tutti, le viette dove si fumava, i portici dove si aspettava l’alba dopo una notte in discoteca, i parcheggi dai quali si partiva tutti insieme per una notte di cui poi si sarebbe riso tanto, i campi dove si faceva l’amore in macchina, la panetteria dove comprare la pizza alle quattro del mattino, il bar dove si faceva l’aperitivo ogni domenica in uno stato semi-catatonico. Continua a leggere

Se sognate un futuro diverso per il vostro territorio

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Il mondo è pieno di luoghi che vivono uno stato di sofferenza dovuto a problemi economici e/o ambientali che potrebbero trarre qualche piccolo (o grande) beneficio dal turismo e da una gestione più lungimirante di cultura, enogastronomia e territorio.
Nonostante questo mio punto di vista sia condiviso da molti, è incredbile come l’ostinazione di continuare nel brutto, nel malsano e nel malgestito vinca nella maggior parte dei casi.
Ho deciso così di raccogliere un grappolo di esempi virtuosi di cui scriverò appena possibile su Globetellers, per mostrare come è di fatto possibile cambiare il destino di una terra con tanto impegno e magari un pizzico di fortuna. Fortuna che serve a volte per trovare l’incastro giusto tra sogni, competenze, sinergie tra pubblico e privato e, ntauralmente, capitale.
Penso alla terra da cui provengo, il Lodigiano, penso alla sua vocazione agricola che me l’ha sempre fatta sognare non solo granaio ma anche giardino della Lombardia. Una terra di camminate lungo i canali e tra le fattorie, destinazione per gli amanti del turismo lento: viaggiatori che a piedi, in bicicletta o a cavallo attraversano queste lande piatte e romantiche fatte di spighe, querce e nebbie, fermandosi di tanto in tanto a degustare formaggi e risotti lungo il Po, in qualche villa rinascimentale o in qualche cascinale operoso.
La realtà però è un po’ diversa dai miei sogni. Il Lodigiano è una delle terre più inquinate d’Italia, agricoltura e allevamento sono diventati intensivi, il paesaggio è guastato dai capannoni delle logistiche e dai centri commerciali, l’aria è appestata dai gas di scarico dei camion. I lodigiani sono sempre stati grandi lavoratori, gente disciplinata e volenterosa: questo forse li ha portati ad accettare talvolta i ricatti di chi ha presentato opportunità apparentemente ghiotte ma che di fatto nascondevano impieghi poco appetibili, stipendi miseri, contratti ridicoli.
I ricatti, tra l’altro, di chi ha insediato sul territorio attività fortemente inquinanti e deturpanti. La gente dice “dobbiamo pur lavorare”, ma il lavoro non è detto che debba essere sempre e solo questo. Continua a leggere

Dagli 8 anni in su, ecco l’esperienza unica da regalare ai vostri bimbi

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Tutte le volte che mi trovo di fronte ad un oggetto che vorrei tanto compare per uno dei miei due nipotini, mi sforzo di ricordarmi com’è la loro camera dei giochi e cerco con tutte le mie forze di uscire dal negozio senza comprar loro qualcosa che dimenticheranno dopo 3 minuti.
La quantità abnorme di giochi che possiedono rischia di far perdere significato a ogni regalo che possa diventare solo “uno dei tanti”, che manco poi magari si ricordano che a regalarglielo è stata la lontana zia Nena o il supermercato sotto casa con i punti fedeltà.
Anni fa ho iniziato a prediligere regali che avessero più a che fare con le esperienze che con le cose e, ora che Leonardo ha quasi 5 anni, sto iniziando ad adottare questa filosofia anche coi miei nipoti.
Per coloro che la pensano come me e hanno bambini al di sopra degli 8 anni, ho un consiglio che arriva davvero dal cuore: se volete regalare qualcosa di indimenticabile ai vostri figli, figliocci, nipoti, portateli a vedere Slava Snow Show a teatro.
Slava Polunin è un artista e un clown russo che ha dato vita a questo spettacolo pazzesco, estremamente scenografico, durante il quale nessuno degli attori proferisce parola ma dal quale escono tutti sbalorditi, adulti e bimbi. Lo spettacolo è muto, non solo perchè i clown per tradizione lo sono, ma anche perchè ci sono emozioni e sentimenti che accomunano tutti gli uomini del mondo, e il linguaggio del corpo è spesso universale. Continua a leggere

Ho fatto un tuffo. Nel mondo dei propagatori di bufale.

tuffo.

Dopo anni di dibattiti politici accesi ed estenuanti in rete, diciamo dal 2008 al 2013, ho deciso di smettere di confrontarmi con chi vive desiderando e incitando la violazione dei diritti fondamentali dell’uomo. No, i diritti fondamentali dell’uomo non sono un’opinione.
Razzisti, sessisti, omofobi, fascisti di ogni risma: da parte mia, esauriti i fegati, svanita la voglia.
Diverse le ragioni: mancanza di tempo, invecchiamento e quindi calo fisiologico di energie, percepita inutilità del confronto.
Sabato sera non so cosa mi è preso, forse è stato lo stupore di vedere nella mia timeline – su cui ho lavorato parecchio nel corso degli anni – uno dei mille link spazzatura che circolano in rete. Sono intervenuta dicendo, semplicemente, che il sito da cui il link era condiviso era famoso per pubblicare notizie false, tendenziose e di bassa lega, con il solo scopo di diffondere odio e ottenere click.

Subito, sotto, l’attacco (non da parte del diretto interessato, ma di un amico). Continua a leggere

La rivoluzione accade in un attimo

Twiggy, 1967 (Ronald Traeger)

Twiggy, 1967 (Ronald Traeger)

Scrivo questo pezzo durante la prima settimana del governo Trump, settimana in cui il mondo ha visto milioni di persone scendere in piazza a protestare. La più grande manifestazione della storia degli Stati Uniti, un fiotto spontaneo di indignazione che rende più benevolo il mio sguardo su questa fase politica.
Sono mesi che Londra, città in cui vivo da due anni, pigia il piede sul pedale delle nostalgie rivoluzionarie, organizzando eventi straordinari dedicati agli anni che cambiarono la storia della società occidentale e su cui ora dovremmo fare un paio di pensieri.
Al V&A Museum c’è infatti “REVOLUTION”, una mostra dedicata alla manciata di anni (1965 – 1970) che letteralmente cambiarono il mondo grazie alla musica, all’arte, a nuovi modi di stare insieme e di rivendicare i propri diritti.

NEL REGNO UNITO:
 1965: viene introdotto il reato di discriminazione razziale
 1967: il sesso tra omosessuali non è più reato
 1967: anche le donne non sposate possono accedere alla contraccezione
 1967: viene legalizzato l’aborto nelle prime 24 settimane di gravidanza
 1969: il divorzio diventa legale
 1970: diventa illegale pagare le donne meno degli uomini a parità di ruolo

Incluso nel prezzo del biglietto (£16), un paio di cuffie ed un’eccezionale raccolta di brani dell’epoca che accompagna i visitatori per tutto il percorso espositivo, perchè se la colonna sonora è la pelle di un’epoca, in questo caso ne è anche sangue e linfa vitale.
Abiti dirompenti, suoni sbalorditivi, musicisti indimenticabili, le comuni e i tentativi di creare una società nuova, l’LSD e le utopie, il sesso liberato e le rivendicazioni delle minoranze, le prese di coscienza e la lotta anti-establishment, quella stessa lotta di cui sentiamo tanto parlare anche oggi. Continua a leggere

Di come un sistema che funziona mi abbia dato i superpoteri

Designed by Alice Williamson http://www.designedbyalice.co.uk/

Designed by Alice Williamson
http://www.designedbyalice.co.uk/

Il giorno in cui le centraliniste delle Nazioni Unite hanno iniziato a conoscermi per nome, ho capito che qualcosa era cambiato nel mio modo di gestire gli intoppi e i disservizi.
Per la gioia mia e dei miei clienti, mi sono accorta di essere diventata un po’ quel cane che si attacca al polpaccio dei fornitori lazzaroni, quel gatto che ti si aggrappa a quelle altre cose di chi non fa il proprio dovere.
Ma com’è accaduto che, tutto d’un tratto, mi è venuta ‘sta grinta e mi sono messa a lottare contro i disservizi, le noncuranze, gli errori che subisco come professionista, cliente o cittadina, per l’inefficienza di un sistema o di un fornitore?
Riuscite a vedermi, col telefono in mano e l’espressione incredula sul volto? Lo sentite il tono indignato della mia voce? Percepite la tenacia con cui presidio il mio punto?
Il motivo è uno solo: nel Paese in cui sono emigrata capita di venire ascoltati e, agendo, si possono talvolta cambiare le cose.
Per quanto stupido e banale possa sembrare, per me è stata una scoperta potente e strabiliante. Non succede sempre, ma succede abbastanza spesso da portare la gente a credere che valga la pena protestare, denunciare, pretendere scuse, indennizzi o revisioni delle procedure.
Finchè non ho vissuto una realtà diversa, non mi sono resa conto fino in fondo di quanto la frustrazione derivante dalla propria voce sempre inascoltata e la sensazione di non contare nulla come cittadina e/o cliente sia castrante: io come molti altri portati al silenzio dalla mancanza di forze, portati all’inedia emotiva dalla rassegnazione. L’alzata di spalle come unica risposta sociale, sorrisi amari stiracchiati sulle nostre belle facce sudeuropee. Continua a leggere