Quando i sogni infranti hanno a che fare con la mensa aziendale.

Scrivo nel primo giorno della vita in cui mi sono trovata a mangiare in una mensa aziendale, e la sensazione è quella di aver toccato il gradino più basso della vita impiegatizia.
Cosa c’è di più fantozziano di una porzione sotto cellophane di carote lessate, servite in una brodaglia non identificata?
Domani mi porterò del cibo cucinato a casa, per opporre strenua resistenza all’alienazione da cartellino, telefono analogico e sigarette fumate di nascosto nel retro di un’uscita di sicurezza laterale.
Esiste un momento della vita in cui, da aquile, ci trasformiamo in porcospini?


È questione dell’età che avanza (e quindi del calo ormonale che affossa l’ambizione) o della dittatura del mutuo (che ci rende così maturi e così noiosi)?
È l’amore stabile che ci rende tanto poco intrepidi, tanto refrattari al cambiamento?
O è la cinica consapevolezza che, per campare, un lavoro vale l’altro e poi i sogni li spingiamo nel poco e stanco tempo libero che ci rimane?
Ci dev’essere qualcosa che non va se rimpiazziamo i Pink Floyd con Gianni Morandi. Tanto per dire.
E Paolo Sorrentino, con Tony Pagoda, il poeta alla cocaina, ci mette del suo per farci pensare alla sedentarietà del neurone.
Perché anche se c’ho il mutuo da pagare, a me le carote lesse non mi somigliano per niente, anche se mi fanno andar di corpo che è una favola e mi costano solo 75 centesimi al giorno.
Tocca imbracciare il kalashnikov, sogni incazzati alle spalle e canna spianata contro la realtà di brodaglia arancione.
Mica è facile, però.
La mensa aziendale, a tratti, è davvero troppo.
Tanto che pare la deriva dell’umanità.

N.B. La colonna sonora di questo momento: Poster, di Claudio Baglioni.

(nella foto: opera di Ivan Puig)


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