Amori e Fanculismi: nuove tragedie da due soldi.

Le tragedie d’amore non hanno più pizzi e merletti, tramonti e treni in partenza, lettere strazianti e profumi esotici. Niente più foglie cadenti, tempeste di mare e notti insonni.
Oggi le tragedie d’amore hanno i capelli in ordine, la lingua corrotta dall’Havana e il profumo dei torchietti con crema di carciofi e tartufo nero.
La incontri, la tragedia d’amore, in un elegante ristorante di Milano, nelle telefonate concitate di un improbabile e distinto sessant’enne che mangia solo, fino a quanto viene raggiunto da un’affranta partner di pari età che esordisce tirandogli la lista dei vini sulla testa, e poi gli si siede accanto come se niente fosse, ordinando pappardelle al ragù di cervo e funghi porcini.


La tragedia d’amore non ascolta le motivazioni di lei, le scuse, le preghiere, le provocazioni della mantenuta probabilmente colpevole (“dovevo andare in ospedale, stava morendo”), ma si limita a ripetere incessante per più di ottanta minuti: “Tu devi fare solo una cosa: andartene affanculo”.La litania ha la voce maschile dell’ubriaco d’alto bordo che può permettersi di rivendicare la solitudine alcolica composta e orgogliosa. Il tono calmo trasuda giustizia e sicurezza insieme all’odore di metano del rum mescolato al tartufo che si spande tutto intorno.
Alla fine arriva la figlia (non si sa bene di chi) cercando di intercedere e di sedare gli animi incandescenti (nonostante le voci sommesse di chi sa che i toni bassi sono segno di distinzione), tanto che non sembra nemmeno di essere in un angolo della Milano bene ma piuttosto in un teatrino di Eduardo.
Le due donne, unitesi in battaglia, riescono a portarsi via il battagliero ometto che non è stato nemmeno libero di godersi l’anestesia della tragedia amorosa con una sacrosanta sbornia solitaria.
Perché le femmine, soprattutto quando hanno tutta l’aria di essere colpevoli, mantenute, o entrambe le cose, sono in grado di digerire infiniti fanculismi pubblici pur di portarsi a casa il loro uomo, anche dopo una scenografica drammaturgia da pubblica piazza per la nuova, misera, versione delle tragedie amorose.
Trasversali, per geografia, ceto sociale e età anagrafica.
A lasciarmi basita rimane, tuttavia, la mitragliata interminata di imperturbabili fanculismi da ultima trincea, che non hanno sortito nessun effetto se non la recita di una brutta parte finita in niente.
Un simile rosario di fanculismi non dovrebbe mai, e dico mai, cadere sul terreno senza produrre effetti fragorosi. Una frase bellissima come “Tu devi solo fare una cosa: andartene affanculo” non dovrebbe mai venire sprecata così.
Bisogna essere all’altezza dei propri vaffanculo, altrimenti che scenografia povera diventa la nostra vita? Dove lo buttiamo, il teatro? Nel cesso?


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