La fortuna non esiste. (un paio di palle).

La settimana scorsa, camminavo con mia madre all’alba per le campagne intorno al fiume Po, nell’unica ora del giorno in cui il caldo non tramortiva qualsiasi essere vivente dal sangue caldo.
Mia madre diceva: “Le borse non possono continuare a far girare soldi sul nulla, i derivati dovrebbero essere illegali: è necessario tornare all’economia reale, altrimenti qua va tutto a ramengo”.
Mia madre ha 60 anni, fa l’infermiera, guarda la TV generalista, talvolta legge i giornali, non si documenta in rete. Io, che pur usufruendo di fonti di informazione più complete, non so nulla di economia, non potevo far altro che darle ragione.
Tra noi ignoranti, ci si intende bene su certe cose. E se c’è un fatto di cui siamo certi, è che così non si può andare avanti. La sensazione è che il capitalismo sia fottuto.
Quella rivoluzione di cui tutti parlano, ma di cui pochi si dimostrano all’altezza, deve essere prima di tutto etica. Economia, politica, cultura, società, diritti: viene tutto dopo.
Guardando il film di Michael MooreCapitalism: a love story” mi viene uno schifo postumo anche un po’ mortificante, per non essermi accorta di nulla prima.

Quello che è successo negli Stati Uniti, che noi abbiamo schivato non certo per merito e che comunque ci sta colpendo di coda ancora oggi, rappresenta l’agonia di un sistema senza difese effettive, e senza attenuanti morali.
Leggendo il libro di Mario CalabresiLa fortuna non esiste”, la bruttezza del panorama statunitense datato 2008 mi sembra ancora più sconvolgente: a partire dai parcheggi dove tutta la gente rimasta senza casa è costretta a dormire, fino a intere città amputate dalla recessione e diventate fantasmi geografici dove non esiste più nemmeno un bar in cui bere un caffè.
E se per Calabresi la fortuna si conquista con l’impegno, la tenacia e la dedizione, secondo me invece la fortuna – con tutta la sua capacità di piovere a cazzo – ha raramente un principio meritocratico. In ogni caso però, di questo libro bisogna succhiare la lezione creativa sul cambiamento: soprattutto di quello coatto, imposto, non voluto, quello che nostro malgrado ci tocca subire. Allora sì, che è il nostro atteggiamento che può fare la differenza tra l’abbandono e la sconfitta o una stupefacente rinascita.
Ma anche qui è spesso l’etica a fare la differenza: quella verso noi stessi e i nostri sogni da una parte, e quella verso una società più equanime dall’altra.
Perché non è più vero che il profitto è l’unico valore da inseguire: la storia ci sta dimostrando che giocare questa carta non vale più. Poi,per carità, l’equità può essere soggettiva, così come la valenza etica.
Personalmente, ad esempio, non giudico etico fare soldi esclusivamente finanziando chi ha già soldi: non giudico etico che aziende private (e men che meno pubbliche) finanzino la visita del Papa alla Giornata della Gioventù di Madrid o il meeting di Comunione e Liberazione a Rimini, quando poi per finanziare istruzione, cultura, salute, non rimane una beneamata.
Per stimolare il turismo, le città si riempiono in mille altri modi: provate a cercare un albergo durante il Festival della Letteratura di Mantova o quello del Giornalismo di Perugia. Certo, non stiamo parlando di milioni di papa boys, ma tra il profitto e l’iper-profitto ci sta spesso la differenza qualitativa che risiede nel mezzo: fare soldi finanziando chi naviga già nell’oro, o farne un filino meno finanziando chi ha le pezze al culo (e che magari non deve fare i conti con gli scandali finanziari dello IOR, o con robette che portano nomi di tutto rispetto come OPUS DEI)?

Hugh Kretschmer

E tutto questo, mentre i nostri migliori cervelli matematici studiano le peggio schifezze da buttare in borsa e gli economisti il modo migliore per giustificare il fine dell’iper-profitto (come quelle belle assicurazioni sulla vita dei dipendenti che hanno permesso ad alcune aziende di incassare alla loro morte, a insaputa dei famigliari ovviamente, premi milionari).
Un altro libro che consiglio, sul tema, è “Storia della mia gente” di Edoardo Nesi: un libro dolente e doloroso, che racconta di come la piccola imprenditoria italiana (la vera ossatura della nostra economia nazionale) sia stata ammazzata dalle politiche economiche scellerate dell’occidente, e dalla mancata tutela da parte dei nostri governi. Nesi racconta in modo struggente la fine di una generazione, e di un mondo intero, e ci lascia appesi ad una frase:
(…) sono certo che alla fine, in qualche modo, l’economia soccomberà a un atto dell’immaginazione.
Due libri che fanno male, due libri che fanno bene. Leggeteli.

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2 thoughts on “La fortuna non esiste. (un paio di palle).

  1. credo che Calabresi sia in buona fede o retorico, e del resto come scrivere un libro che per alzare il morale e come tonificante per i giovani possa dire che va avanti solo chi è calato dall’alto alla faccia dei ragazzi che studiano preparatissimi ,con master anche costosi fatti a proprie spese all’estero e poi al ritorno le poltrone le hanno i citrulli ma ben puntellati con un economia mondiale che io credo che abbia una manina ,anzi manona che fa girare tutto come vuole,la giustizia purtroppo è ingiusta sempre si è scontrata con l’etica e la morale, ognuno che detiene posti di potere anche locali prov.li (i cosiddetti trombati o riciclati che hanno un posto alto livello cessata una carica politica, e dopo pontificano come soloni, che fare,continuare a farli studiare a dire che loro i ragazzi meritevoli sono i migliori sempre e comunque stringere i denti e cercare di avere fortuna e avere un piccolo spazio, dire che questi sono meccanismi aberranti e magari alla fine qualcosa può cambiare, dare sempre la speranza morta quella siamo morti tutti nell’animo, e poi è bello poter pensare che si puo cambiare e crederci fortemente e tirare avanti a dispetto di super raccomand. e altro , ma non dire loro cosi è la vita, no, è ingiusta, e questo deve restare sempre ben chiaro per non trasformarsi come le figurew negative di cui in italia siamo pieni, perchè le positive li travolgono ,sono la vera energia del paese e forse verrà fuori perchè questo paese continui a essere un paese civile e funzionante, quando la nave affonda andiamo giù tutti compresi raccomandati ciao Elena grazie per lo spazio chissà se lo prende tutto quando mi prende lla mano sono logorroico

  2. Letti entrambi Elena. E dopo aver lavorato 15 anni in una banca, se ancora non bastasse il buon senso, sono del tutto d’accordo con te.

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