Il celodurismo di dio

(scritto il 10 luglio 2008)
L’istinto iniziale era quello di scrivere una parolaccia. Un post fatto esclusivamente di una parolaccia, una bella e soddisfacente imprecazione. Poi ho deciso di essere più esaustiva, giusto per farmi capire meglio: per una che scrive farsi capire diventa una faccenda piuttosto importante.
Parlerò di eutanasia. Parlerò dei due principali tipi di eutanasia: quella PASSIVA e quella ATTIVA.
La passiva si pratica quando un paziente sopravvive solo grazie al supporto di una macchina che respira per lui, mangia per lui, batte per lui: si decide di “staccare la spina”, come ormai si usa dire.
L’eutanasia attiva è invece quella praticata su un paziente terminale che chiede che si ponga fine in via anticipata alle sue pene, aiutandolo a morire.
E quando si dice “terminale” si intende clinicamente senza speranza. Non è un giudizio personale e opinabile, è un giudizio medico. Certo, uno è libero di credere nei miracoli, ma uno è anche libero di non crederci, soprattutto nel momento in cui l’effetto sedativo della morfina non è più percepibile e il dolore risulta insopportabile.Avevo uno zio, operato di cancro alla faringe, ormai terminale. Una sera ha cercato di buttarsi dal balcone della sua stanza perché non riusciva più a sopportare il male. L’hanno fermato in tempo, in tempo per permettergli di gustare tutta l’infernale sofferenza delle sue ultime 8 ore di vita.
All’alba, mentre si lamentava nel letto, gli è scoppiata la carotide. Avete presente quella grossa vena che passa ai lati del collo e va al cervello? Ecco, gli è scoppiata proprio quella. Ha colorato tutti i muri della stanza, perché fin quando il cuore ha avuto la forza di pompare, il sangue sgorgava a spruzzi e fiotti dal suo collo.
Mio zio non aspettava nessun miracolo: semplicemente la sera prima avrebbe voluto evitare di morire come un maiale sgozzato, facendolo magari più dolcemente.
Di storie come queste ce ne sono migliaia, e ognuno di noi ne conserva parecchie nella sua storia. L’anno scorso è morta una mia ex-compagna di classe. Non siamo mai state particolarmente legate: sapevo che era malata da diversi anni, cancro anche in questo caso. Ma quando sono andata a rendere omaggio alla sua salma non mi sarei mai immaginata uno spettacolo del genere. Di morti ne ho visti tanti, ma un cadaverino come il suo, piccolo, ossuto, con i denti e gli occhi in fuori non mi era capitato mai. Quando sono tornata a casa da mia madre le ho fatto giurare che non mi avrebbe mai e poi mai fatto ridurre così. Non certo perché disdegnerei di essere brutta il mio ultimo giorno sulla terra, no. Ma solo perché da quella bruttezza è talmente facile intuire il dolore che c’è stato dietro, da poterne provare solo orrore.
Io non ce l’ho quella forza, e non ce l’ho quel coraggio, e non so nemmeno perché lo si chieda e pretenda, un coraggio simile: la stoica e cristiana sopportazione del dolore in nome di???? Non mi è mai riuscito di capirlo.
La risposta immediata che mi viene è: in nome della sottomissione, in nome dell’obbedienza, in nome della stupidità. Come una prova di forza.
Capisco, tuttavia, che sia difficile aiutare qualcuno a morire. Spero solamente, nel caso in cui mi ci trovassi io in quel sudario, che qualcuno abbia la misericordia di darmi una mano, o di lasciare che io lo faccia da sola, avendone la forza. Capisco che l’eutanasia attiva sia di difficile gestione morale, ma l’eutanasia passiva no, lì proprio non capisco cosa ci sia di difficile.
Questo post nasce dalla cronaca di questi giorni che ruota intorno alla vita di una ragazza attaccata al respiratore da 17 anni. Il partito della “vita a tutti i costi” la vuole così, un vegetale. Chissà com’è la vita di un cipresso.
Quella ragazza non è in vita perché dio vuole che lo sia, ma perché l’uomo ha ideato una macchina in grado di tenerla in vita. Quindi immagino che se in futuro l’uomo fosse in grado di ideare un refrigeratore in grado di conservare a cuore battente tutte le persone cerebralmente morte ed in stato vegetativo, il mondo si riempirebbe di ghiacciolini di tutte le razze che farebbero la fortuna della Rex e della Whirlpool, proiettati in un futuro senza fine.
Figata!
Una vita della madonna.
Io non ci vedo nessun dio in tutto questo. Se qualcuno ce lo vede, povero lui.
Ma credo che sia diritto di ognuno scegliere se vivere la propria vita come una camelia o come una persona, nella sua dignità di individuo cosciente e senziente.
Continua a venirmi in mente il CELODURISMO, questa corrente filosofica tanto di moda. Dio, la Chiesa, o chi per loro, mi pare amino da morire il CELODURISMO, un gioco a chi la vince su questa o quell’anima.
Soffri ed espia, peccatore.
Sopporta, taci e prega, fino alla fine, perché la vita non è tua, ma è un dono.
Tanto poi c’è il regno dei cieli.
Anche in uno stato laico.


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