Le vostre cyber-patologie

Un venerdì mattina col mal di testa val bene un intervento grullo.
Negli ultimi dieci minuti mi sono deliziata a saltare di pagina inpagina sui vostri profili, trovandovi chiari segnali di serie patologi es ocio-comportamentali.
Ecco le prime che mi sono balzate subito all’occhio.

“…eh lo so…tanto da fare e poco tempo a disposizione…magari ci si becca settimana prossima per un ape!!!”
Ossia: Sindrome dell’agenda straripante.
Poco focalizzati, super impegnati. Se hai una sera libera e non sai chefare, hai dei problemi sociali. Tra palestra, aperitivi, corsi dicinese antico o canto moderno, flauto traverso e yoga austro-ungarico,l’agenda rischia di diventare un modo di essere, e non più unostrumento.
Da notare che l’eccesso di differenziazione dell’offerta rende il nostro tempo libero in alcuni casi davvero ridicolo. Continua a leggere

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La pubblicità è ancora maschia?

Ve lo ricordate il primo spot della Bolt? La Marina militare, piena di bei maschioni, ridotta ad un equipaggio di “belle lavanderine” irretite dalla morbidezza. Dopo essersi probabilmente accorta dell’equivoco, la Bolt ha ripiegato su personaggi altrettanto inquietanti ma più facili da inquadrare: un’attempata casalinga che fa la figura della sporcacciona dalle pulsioni incontrollabili mentre annusa, scoperta dall’indignata vicina, i mutandoni del marito (si presume, anche se i maligni sussurrano che si tratti delle mutande del padrone di casa per il quale la vecchia sporcacciona ricopre il ruolo di governante).
Coraggiosa la Bolt.
Noi donne non ne usciamo mai bene, quando mettiamo il piedino fuori dai ranghi.
Finchè si tratta di dare le vitamine a figli e mariti, propinare la merendina giusta alle creature, scegliere il detersivo migliore per piatti e vestiti, va tutto bene.
Ma non dobbiamo permetterci di sforare in territori maschili come la tecnologia o le auto, perché son dolori. Continua a leggere

Single: nuovi eroi?

Stare in coppia è difficile, difficilissimo, almeno per quanto mi riguarda, e mettere insieme due teste, due stati d’animo, due modi di vivere la vita e l’amore, due progetti di vita è spesso un delirio. Ma oggi è la festa della Befana, e voglio scrivere di quanto sia complicato essere single.
Perché la Befana è single, se non lo sapevate.
La so lunga in materia: sì, sono una befana, e sono stata single per quasi tutta la mia vita, accoppiata solo a singhiozzi sporadici e sempre con grandi complicazioni emotive.
È vero: essere single significa cose meravigliose, tipo un’agenda da inventare, nessuno a cui rendere conto, la libertà di essere sempre e completamente ciò che vogliamo o riusciamo ad essere, senza la necessità di mettersi in discussione sui parametri di qualcun altro. Continua a leggere

L’esempio di Simone De Beauvoir

Ho sempre avuto una debolezza romantica verso quelle donne in grado di vivere amori e rapporti all’altezza di loro stesse, avendo la forza di aspettare, scegliere e riconoscere davvero l’uomo per loro, con coraggio.
Si parla spesso di coppie “ben assortite” limitandosi a parametri estetici di comune bellezza e fascino. Ma ci sono unioni che regalano tributi di sapienza non solo al focolare domestico, ma al mondo intero: niente affinità famigliari buon lignaggio o di corposo conto corrente, niente similitudini di avvenenza o carriera, ma unione di anime speciali e cervelli illuminati.
Penso a Oriana Fallaci e Alekos Panagulis, Tiziano Terzani e Angela Staude, Simone de Beauvoir e Jean-Paul Sartre.
Ho appena finito di leggere “Memorie di una ragazza perbene“, comprendendo finalmente (“Una donna spezzata” non me lo aveva insegnato) perché si definisca Simone de Beauvoir un’eccellente memorialista. Continua a leggere

Come amarsi? Living apart together.

Oggi, 2 gennaio 2009, esce su Panorama un articolo di Raffaele Panizza dal titolo: La tribù dei L.A.T. (cioè living apart together), che indaga il nuovo fenomeno delle coppie che scelgono di vivere in case separate la loro storia d’amore.
Panizza apre l’articolo regalandomi l’ingrato merito di avere scritto (con “Il segno meno” e “I divieti di Eros“) quello che sarebbe il manifesto involontario di questo fenomeno:
“Senza volerlo, Elena Torresani ha composto l’inno delle amanti misantrope (…). I tremendi versi, pubblicati nel libro d’esordio L’inferno di Eros sembrano il manifesto di una rivoluzione“.
Dall’articolo emerge che sono soprattutto le donne a desiderare questo nuovo modus vivendi, e la fotografia che ne esce è quella di un manipolo sempre più numeroso di femmine determinate, consapevoli, e anche un po’ stronze. Continua a leggere

Della fregatura animale

Io sono innamorata di un uomo morto. Che ci volete fare, ognuno ha le proprie disavventure emotive…..
Nello specifico sto parlando di Tiziano Terzani. Nel suo “La fine è il mio inizio” racconta di come il crollo del comunismo abbia rappresentato la fine di un grande sogno: quello di creare un uomo nuovo, una società nuova attraverso la politica. E di come il fanatismo islamico di oggi sia oggi una risposta, diversa, allo stesso sogno…..
Scrive Terzani:Assassini, grandi assassini. C’è qualcosa di sacrilego nell’idea di voler creare l’uomo nuovo che è di tutti, tutti i rivoluzionari. Lenin, Stalin, Trotsky, Mao: tutti hanno avuto lo stesso sogno. Ma l’uomo è quello che è, è il frutto di un’evoluzione e non puoi fermare l’evoluzione”
Questo mi riporta ad un altro bellissimo libro, stavolta di Umberto Galimberti, dedicato al nichilismo e ai giovani d’oggi. Galimberti racconta di come, deluso dalla religione e dalla chiesa, l’uomo si sia rifugiato in altri “credo” per dare un senso alla propria vita. “Credo” che sono stati a turno la scienza (che però non spiega il senso della vita, ma solo il suo processo), religioni di altre culture, la politica. Col crollo del sogno comunista, ultima disillusione dell’idealismo, ai nostri ragazzi resta davvero poco a cui aggrapparsi con fede, valore e speranza…..
Dice Galimberti: “Oggi questa visione ottimistica è crollata. Dio è davvero morto e i suoi eredi (scienza, utopia e rivoluzione) hanno mancato la promessa.” Continua a leggere

Eccessiva, volgare, volutamente provocatoria? Povera me.

Vi riporto qui sotto un articolo scritto in merito alla mia serata di presentazione a Piacenza.
Sono convinta che il sesso sia musica, e ovviamente ognuno ha la sua canzone. Non esistono pezzi o melodie universalmente straordinari.
Quindi posso benissimo capire la posizione della Paraboschi che giudica a tratti eccessivo il mio libro. Non è la prima a dirlo: l’eros è un argomento talmente soggettivo e talmente profondo da richiedere sovente delicatezze che io in molte parti non ho – volutamente – avuto (d’altra parte non si può pretendere la delicatezza dalla goliardia).
Faccio parte di quelle donne che sono stanche del silenzio, del sussurro, del non detto o dell’indicibile. Il silenzio spesso diventa poesia tra le lenzuola, ma può trasformarsi in un veleno mortificante e in un elemento di solitudine profonda.
Contrariamente a quanto affermato in questo articolo, non ho per nulla scritto “L’inferno di Eros” per provocare, ma per condividere.
Magari facendo qualche risata (di troppo?) ho voluto dar voce a tutte quelle piccole miserie che rovinano il nostro sesso da… quanto? Sempre troppo, troppo tempo. Nonostante le false emancipazioni di ruolo e l’abbondanza di porcherie di genere, sono fermamente convinta che su ciò che conta ci sia una discarica di cose che ci si vergogna a dire. Ma non su un libro, questo sarebbe storia.
Bensì all’interno di un rapporto affettivo.
Primo silenzio, cancrena primigenia.
Sorvolo sulla non troppo velata allusione al fatto che sono più volgare di persona che sul mio libro.

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Una scoperta d’amore

L’altra notte mi è suonato il telefono alle quattro: mia mamma mi chiedeva di andare a prendere lei e mio padre in pronto soccorso.
Dicono che i figli siano la nostra parte vulnerabile esposta nel mondo. Io questo non lo so.
Ma so che i genitori sono la colonna vertebrale che ci tiene in piedi nella vita.
In questo 2008 che mi ha portato la consapevolezza che prima o poi dovrò anche io rinunciare al loro sostegno, ho anche fatto un’enorme e impagabile scoperta d’amore.

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Il feticismo non conosce recessione (ma l’amore sì)

Un sacco di donne sono afflitte dal feticismo delle scarpe.
Io invece, pigra, culona, nemica di ogni tipo di sforzo e fatica, ho virato il mio culto per l’oggetto verso collane e borse. In realtà per me si tratta di passioni. Il feticismo è qualcosa di ben più forte, una condizione sine qua non, un vizio inevitabile e necessario, un bisogno impellente che non ci dà respiro fino a quando non è soddisfatto.
Il feticismo vero credo stia ben più a monte, oggi, rispetto all’oggetto del desiderio: questo o quello, fa ben poca differenza. Il vero feticismo è quello per l’acquisto, l’accumulo, il possesso della novità, il cambiamento.
Ecco perché non abbiamo mai niente da metterci ma il nostro armadio fa fatica a chiudersi: dobbiamo continuamente rinnovare. Continua a leggere

Voglio entrare nella Pink Gang

(scritto il 12 novembre 2008)
È meraviglioso quando qualcuno ha la forza di liberarsi da una vessazione, ribellandosi al proprio carnefice. Ancor più meraviglioso è quando la parola “BASTA” arriva, corale, da un gruppo di persone che si danno da fare per cambiare la loro schifosa realtà. Perché spesso in alcune zone del mondo una singola persona (soprattutto se è donna) non ha nessun diritto; ma unita alle altre riesce a trovare una voce.
In India da due anni a questa parte succede che alcune donne abbiano deciso di vestirsi di rosa e armarsi di bastoni. Con il loro lathi vanno per le strade dell’Uttar Pradesh (nell’India del Nord) a parlare con gli uomini.
Cercano di convincerli a non picchiare più le loro mogli, a mandare a scuola le figlie, a non maltrattare più le proprie conviventi. Se il dialogo non funziona, passano alle bastonate, che spesso con le bestie funzionano di più. Continua a leggere