La macellazione

La sua storia l’avevo già letta su mille giornali. Poi il mese scorso mi sono trovata all’aeroporto di Dubai a dover riempire le ore d’attesa per il volo di ritorno, e mi sono infilata in libreria per dare sfogo alla mia abituale compulsività. Trovo la sua foto stampata sulla copertina di un libro, il suo libro. La sua vita. Lo compero senza indugio.
Ieri comincio ad immergermi nelle sue fantastiche pagine, che raccontano di deserti e nomadi, di bestiame e tende, di ricerca d’acqua e aride semplicità da mille e una notte sotto una sole somalo che io posso soltanto immaginare con desiderio. Pagine di struggente poesia, e una vita tanto lontana dalla nostra che sembra non poter essere nemmeno reale, e che esercita forse anche per questo un fascino esotico travolgente e puro.
Ma la storia di Waris la conoscevo, sapevo che prima o poi sarebbe arrivato il momento della rabbia, quella bruttezza attesa che a pagina 62 mi si sbatte in faccia con il titolo “Becoming a woman”.Tutte le bambine del mondo non vedono l’ora di diventare donne, e quelle somale non sono affatto diverse. Per loro, diventarlo, significa attraversare un rituale che vedono talmente magico ed importante da volerlo a tutti i costi anticipare il più possibile. Tanto che questa cerimonia in molte famiglie viene regalata alle proprie figlie femmine intorno ai 6 anni, senza aspettare la natura, con la quale il loro corpo prende appuntamento molti anni più tardi. Sono bambine forti, le bimbe somale, quelle nomadi in particolare. Ma sono pur sempre bambine.
Questa cerimonia ha molti nomi, il più democratico dei quali suona come “circoncisione femminile”, e sembrerebbe davvero poca cosa. Ci sono tanti modi, per circoncidere una donna. Ma ben pochi motivi. Il più stupido e il più bugiardo prende il nome di “igiene”.
A pagina 62 sono stata iniziata ai dettagli di questo rituale, che a Waris è stato praticato da una zingara che passava periodicamente dalle tribù nomadi per compiere questo rito triviale così importante per molte società islamiche.
Waris aveva 5 anni quando sua mamma l’ha svegliata una mattina prima che il sole sorgesse, portandola lontano dall’accampamento in modo che nessuno potesse sentirle o vederle. La zingara le stava aspettando. Waris è stata fatta sedere su un sasso piatto. Sua mamma si è messa dietro di lei, tenendola stretta per le spalle, infilandole una radice in bocca e pregandola di fare la brava perché da sola non sarebbe riuscita a tenerla se si fosse dimenata troppo. Waris ovviamente non sapeva cosa stava per succedere, ma a quel punto aveva capito che sarebbe stato qualcosa che le avrebbe fatto molto male. Waris ha visto gli occhi della zingara privi di qualsiasi emozione mentre espletava il suo business quotidiano. L’ha guardata estrarre una lama di rasoio, sporca del sangue delle precedenti ragazze, l’ha vista sputarci sopra, e poi infilarla tra le sue cosce. Waris sviene ripetutamente per il dolore, riuscendo a cogliere solo sprazzi e immagini di quello che avviene ai suoi gentiali, dilaniati e poi ricuciti con un filo di corteccia di acacia. Quando si risveglia Waris si accorge di avere le gambe legate, e di essere allungata sotto un albero debilitata e febbricitante, poco lontano dal sasso dove è stata immolata e dove giacciono sotto il sole implacabile del deserto i suoi pezzi di carne recisa. Waris trascorre un mese in bilico tra la vita e la morte, quasi morendo per un’infezione, un mese durante il quale ogni bisogno di urinare è stato un’agonia indicibile. Miracolosamente sopravvive. Sono forti le bambine somale. Quello che vede in mezzo alle sue gambe è uno spazio completamente liscio, con un’enorme cicatrice nel mezzo, ed un buco minuscolo che permetterà all’urina e al sangue mestruale di uscire.
Questo garantisce la verginità delle donne. L’uomo che le prenderà per mogli avrà la certezza che di lì non c’è passato mai niente e nessuno. E la prima notte di nozze si delizierà di essere il primo a penetrare quel piccolo buco o con un coltello per dilatarlo o a forza di spinte pelviche.
Questo garantisce inoltre la totale assenza di piacere femminile durante i rapporti sessuali, garanzia praticamente assoluta contro il tradimento.
Non tutte sopravvivono. Molte muiono per infezione, cancrena, tetano, o semplicemente per arresto cardiaco: l’assenza di anestetico rende ovviamente il dolore eccessivo, e il cuore scoppia.
Waris è sopravvissuta, ed è fuggita. Nel deserto, per giorni e giorni, senza acqua, senza cibo, e con i piedi sanguinanti, senza nessun posto dove andare. Oggi è modella, moglie, madre. Ha affrontato diverse ricostruzioni ai genitali, più che altro estetiche. Le terminazioni nervose non te le restituisce nessun chirurgo. Waris è figlia di una donna che ha partorito 12 figli da sola nel deserto, allontanandosi ogni volta dal campo per non disturbare, in compagnia solo di qualcosa di appuntito con cui tagliare il cordone ombelicale. Una volta dato alla luce il bambino, camminava sola per giorni e giorni per ritrovare la sua famiglia, che nel frattempo magari si era spostata da un’altra parte alla ricerca di acqua per gli animali. Sono forti le donne somale. Forse solo donne di questa tempra possono sopportare tanto. Sopravvivere ed uscirne magari vincenti.
Potrei dilungarmi per ore con considerazioni sociali, storiche, psicologiche; potrei perdermi in dissertazioni rabbiose su questa carneficina vergognosa.
Ma preferisco non aggiungere altro. Se non un consiglio:
“Desert flower” di Waris Dirie.


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