Il corpo puzza.

C’è la protagonista di uno dei libri di Josè Saramago che fa Blimunda di nome, e ha il dono di vedere – quando è digiuna – attraverso le cose e attraverso i corpi.
Pessima visione, siamo d’accordo: cibi digeriti, vermi solitari, tumori e cancrene.
Era la Lisbona del 1700, ma non è che le cose oggi siano molto cambiate.
A parte l’igiene personale, ovviamente, il corpo continua ad essere una faccenda indecorosa.
Perché per cancellare le schifezze e gli odori di questa cosa viva e putrescente che ci portiamo appresso, impieghiamo un sacco del nostro tempo e delle nostre risorse economiche.
A partire dai piedi, che ce ne son certi che ridono sguaiati di fronte al talco mentolato e alle solette di lavanda, continuando ad emanare un fetore d’oltretomba all over.L’unica soluzione parrebbe essere quella di avere dei piedi usa e getta da sostituire ogni giorno, come le lenti a contatto, per riuscire a proseguire qualsivoglia convivenza con altro essere umano.
Tralascio sproloqui su unghie e peli, fastidio inenarrabile e ostinato, grande indicatore della cura che riserviamo ai dettagli (così come lavandino e letto indicano il grado di cura di una casa).
Salendo, abbiamo gli anfratti delle pudenda, che con escrescenze, pieghe e orifizi danno modo a sudore, umori e colonie batteriche di proliferare e fiorire, creando effluvi odorosi senza pari.
Essendo, purtroppo, anche luogo di piacere oltre che di spurgo, richiedono una cura particolare, sia interna che esterna, onde evitare imbarazzanti inconvenienti intimi e poi sociali per gli sputtanamenti a venire.
L’ombelico, per chi avesse mai provato ad esplorarlo a dovere, produce una ricottina stagionata di dubbia provenienza, e necessita quindi a sua volta di attenta e quotidiana ispezione igienica; almeno tanto quanto le orecchie, meno odorose ma ben più visibili per posizione anatomica e per colore della melma prodotta.
Ci sono poi le ascelle, il cui impatto olfattivo sociale è determinante per una serena convivenza in ambiente pubblico, privato e professionale: che tante volte capita di percepire afrori come di scalogno a grappolo (quando fresco) o di minestrone con brodo di dado (quando stagionato).
La bocca è una tragedia, perché necessita delle attenzioni più frequenti: punto di relazione con tutto il mondo esterno, prevede l’uso regolare di colluttorio (senz’alcol, per evitare la produzione di metano), filo interdentale (onde evitare dei lunghissimi safari con la lingua alla ricerca di pezzi di carne), e spazzolino.
Per i più sfortunati è consigliabile anche un pulisci-lingua.
I capelli sono spesso una sorpresa, perché l’odore di muffa viva, umida e palpitante che emana dalla cute non ce la si aspetta proprio.
Chi ha provato a tenere le trecce africane per tre, quattro, cinque mesi, conosce bene l’odore di pancetta coppata che invade l’ambiente al momento dello scioglimento.
Insomma, il corpo è una tragedia: tutto quello che c’è dentro (e che regolarmente insiste per uscire, in un modo o nell’altro) fa schifo.
Ma dato che questo è l’involucro che abbiamo a disposizione, siete pregati (a meno che viviate in una caverna andina isolati dal mondo) di prendervene cura e di poter garantire una vicinanza gradevole o almeno un impatto olfattivo tollerabile.
Sebbene essere puliti fuori non significa essere belli dentro (che magari uno è lindo e splendente ma poi uccide come non ci fosse inferno, alla Patrick Bateman), aiuta.


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