Maledetti figli del benessere

Sulle sponde e gli isolotti del fiume Po, durante le notti che vanno da marzo ad ottobre, si possono vedere spuntare dalla riva le canne dei pescatori che, impavidi, affrontano le fradice notti di fiume per dedicarsi a quello sport incomprensibile che è la pesca sportiva.
Se si scruta il profilo degli spiaggioni con attenzione, si possono vedere da una parte i pescatori nostrani, attrezzati con tende da campo, fornelli, docce portatili, sacchi a pelo e brande da esploratori d’ultima generazione.
Dall’altra, invece, i pescatori extra-comunitari, che normalmente arrivano dall’est o dal sud-est dell’Europa, appoggiano le canne su supporti improvvisati con rami d’albero, dormono sulla nuda terra e mangiano il pesce (probabilmente radioattivo) che pescano nel fiume.
Per chi non ha passato almeno una notte sulle sponde del Po, non può sapere quanto sia improponibile dormire all’aperto senza protezioni: è come essere intinti in una palude. Insomma, ci vuole il fisico, e noi occidentali, figli del benessere, non ce l’abbiamo più da tempo.
Il fisico, certo, ma nemmeno lo spirito.


Che la povertà e le ristrettezze fortifichino è evidente, ma diventa lampante in questo mondo del 2010 in cui il lato B del mondo (sì, quello a culo) sta sgomitando per rivendicare un ruolo.
Ne usciamo clamorosamente perdenti.
Stupidamente, pensiamo di poter difendere i nostri valori con le stesse loro armi (senza capire che ne abbiamo ben altre, molto più raffinate, ma questo rientra nell’intelligenza creativa che abbiamo clamorosamente perduto), senza accettare il fatto che chi non ha niente da perdere sarà sempre più forte.
Noi, coi nostri crocefissi e la nostra villetta di proprietà, facciamo ridere.
Ma anche soccombere può rivelarsi un’arte, e noi la stiamo esercitando nel migliore dei modi.
Pensando alla congettura di Dario Fo, che si immagina un mondo col petrolio clamorosamente esaurito, l’occidente in piena catastrofe e il sud del mondo assolutamente a suo agio, capisco che non bisogna andare così lontano per constatare che siamo diventati dei presuntuosi rincoglioniti.
Basta vedere gli attacchi di enterite a spruzzo che ci prendono quando beviamo l’acqua di Sharm El Sheik, di Calcutta o di Marrakech. Siamo più a nostro agio con i disinfettanti che con i batteri, e questo – decisamente – non gioca a nostro favore.
Ma se al decadimento della nostra resistenza e forza fisica non possiamo porre nessun rimedio determinante (essere figli del benessere ha l’implicazione intrinseca di essere delle mezze seghe, in un modo o nell’altro), possiamo invece affinare gli strumenti dell’intelletto e della cultura – che se in una guerra di pietre e bombe non servono granchè, quantomeno ci possono insegnare a non arrivarci.
Il nostro benessere ci fotte nel peggiore dei modi possibili: senza farcene accorgere.
La vittoria, una volta tanto, sta nella disperazione degli ultimi.
Esattamente mentre noi stiamo chattando on-line, incipriandoci il naso, smaltandoci le unghie, ingurgitando cibi surgelati e lavandoci le mani con l’Amuchina da borsetta.
Perché se è vero che magari in Bangladesh i bambini muoiono di dissenteria, mentre noi con una pastiglia di Imodium ce la sgrassiamo alla grande, quelli che sopravvivono – volendo – ci fanno un culo a paiolo col bello e col cattivo tempo.
In salute e in malattia.
Ode ai poveri.


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