L’infelicità del culo piatto

Sono due notti che non dormo, e due giorni che mi nutro a biscotti e salame. Quindi forse non sono proprio mentalmente lucida. Le ore sottratte al sonno e alla cucina le ho consacrate ad aperitivi, passeggiate, pulizie e Bruce Chatwin. Già, quel gran figo.
Per l’esattezza sto finendo “Le vie dei canti”, un’affascinante resoconto del suo viaggio attraverso l’Australia aborigena, alla riscoperta delle strade e dell’identità di questo popolo derubato. E poi Bruce, a metà libro, ci lascia sbirciare negli appunti delle sue Moleskine, scorrendo annotazioni e riflessioni sul nomadismo e sulla natura dell’uomo.
Secondo Chatwin la nostra natura è nomade. Lo dicono alcune conformazioni biologiche, e altre indicazioni antropologiche. Oltre alla storia. L’uomo è movimento, e solo nel movimento può trovare se stesso e incontrare davvero i suoi simili. Molte religioni (tra cui il cattolicesimo, l’islam, il buddismo) vedono inoltre nel cammino un’espiazione, un ricongiungimento a dio, un viaggio dentro noi stessi, un movimento necessario verso i ritmi naturali, verso l’unica unione di pienezza: quella con il creato.
L’uomo sedentario sviluppa territorialità, aggressività, velleità superflue, scostandosi da tutto ciò che è movimento e natura: in poche parole distaccandosi da se stesso. E perdendo la percezione del vero e del felice.
Stesso presupposto dal quale parte quel drogato di Terence McKenna: la perdita della naturalità dello sciamanesimo ci ha portato verso quelle merde sintetiche di cui ora i nostri ragazzi si riempiono il cervello.
In poche parole (non sto a tediarvi ulteriormente) pare che la maggior parte dei mali dell’uomo derivino dalla sua scelta stanziale e dal conseguente allontanamento dalla sua natura e dalla natura del mondo.
Caino era un agricoltore, si spaccava la schiena arando la terra, ed ha ucciso Abele con la sua rabbia e la sua invidia per quel pastore errabondo e felice.
Riconduco il discorso nuovamente all’amore, dato che sono profondamente convinta che il matrimonio (e la monogamia) sia puramente culturale e decisamente contro natura.
Senza tuttavia la presunzione di giudicare cosa sia meglio per me o per la società in cui vivo (numeri e risultati parlano in mia vece).
Che la decisione di “fermarsi” sia sempre deleteria per l’uomo? Per la sua felicità?
Sempre combattuto tra l’andarsene e il restare, tra la caccia e la coltivazione, tra il costruire e l’errare, in una costante ricerca della vera ricchezza?
E queste riflessioni vengono da una che trova un fascino ascetico notevole soprattutto nel divano, che gioisce del possesso e si nutre di una violentissima territorialità di oggetti e di affetti.
Miseramente. Molto miseramente.
A voi ogni possibile pensiero.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...