Il crollo di Wonder Woman

Finalmente la realtà sta ammazzando Wonder Woman.
Una quotidianità devastante sta demolendo pezzo per pezzo il mito della super donna, tutta carriera e famiglia, laptop e swiffer.
Sondaggi e statistiche rivelano una drastica inversione di tendenza: il numero delle donne che credono nel mito della femmina tuttofare diminuisce drasticamente, quantomeno nel mondo anglosassone.
Ci stiamo evidentemente rendendo conto che non siamo indistruttibili, che le giornate sono di 24 ore per tutti e che non eistono premi honoris causa alla fine della corsa, ma solamente enormi sensi di colpa per tutte le cose che siamo riuscite a fare solo a metà.
Leggo uno degli strepitosi articoli di Daria Bignardi, in merito alla scelta di Cofferati per la famiglia. Daria parla della frustrazione del poter dare a una parte solo ciò che resta dell’altra: lavoro vs famiglia, un conflitto tutto per noi, infiocchettato e confezionato dall’eccessivo entusiasmo da emancipazione tardiva. I diritti acquisiti solo poco tempo fa ci hanno obbligato ad una libertà esplosiva.
Non mi stupisce che ora alcune donne alzino bandiera bianca, dicendo “ragazzi, nun gliela famo”.Secondo la Dariona nazionale la passione per la propria famiglia e per il proprio lavoro è l’unica chiave possibile, l’unico modo per potercela fare: a finire la proprie giornate bulimiche e a pagare tutti i prezzi del caso.
Anni fa ero assistente di un direttore generale donna: laureata in matematica, due palle quadre, un’intelligenza ben oltre la norma. E due figli da crescere. Che se voleva crescerli un po’ anche lei, infilandosi tra la tata e la nonna, doveva farsi il culo. Puntava la sveglia alle 3.30 del mattino, per rispondere alle e-mail. Alle 7 poteva così far colazione coi figli e arrivare in ufficio in pari con la giornata e la coscienza.
Beh, io non ho voglia.
Non solo non ho voglia di gestire sensi di colpa imperituri e senza soluzione, ma anche di dormire 4 ore per notte a tempo indeterminato (grande lusso, in questo mondo tutto precario).
Se devo dirla tutta, non avrei nemmeno i soldi per pagarmi una tata, io. Non vado nemmeno in ferie per pagarmi le bollette, figuriamoci.
Come si mette al mondo un figlio con un mutuo, una casa, e uno stipendio normale, o due stipendi normali?
Io non lo so.
Rimane una questione di qualità della vita. Non solo della mia, ma anche del mio figlio inesistente.
Sarà che sono probabilmente priva di istinti materni lancinanti o di impellenze biologiche insopprimibili, ma credo che una donna debba scegliere di diventare madre non a tutti costi, non per soddisfare un’istinto o per adempienza sociale, ma sempre consapevolmente.
Io non posso garantire un futuro solido al mio figlio inesistente, e nemmeno una presenza appagante.
Chi me lo cresce? La Gelmini forse? Oppure lo porto in Vaticano: magari insieme agli anatemi contro i contraccettivi distribuiscono anche assegni per le madri indigenti all’Angelus della domenica.
È un anno che vado in giro con un dente scapsulato, che quando rido mi si vede la vite di metallo spuntare dalla gengiva. Come li pago i pannolini? Si lavano? Sono autoclavabili?
Con quello che spendo in benzina potrei chiedere all’Agip se offre assistenza pediatrica con i bollini fedeltà.
No, non posso fare a meno di lavorare.
E anche lavorando non ce la faccio ad arrivare serenamente alla fine del mese.
Dove lo metto un figlio? Al banco dei pegni dalle 9.00 alle 18.00?
Mi sono sentita dire di tutto, in questi anni di mancata maternità: che senso ha la tua vita senza progenie? Chi ti aiuterà quando sarai vecchia? Non trovi che la tua sia una scelta piuttosto egoista?
A dire il vero io credo proprio il contrario.
Posso capire che un bambino valga un mucchio di sacrifici: questo ci arrivo pure io ad ammetterlo.
Ma per il bambino, questo mucchio di sacrifici, valgono l’assenza di molte cose, tra cui quella di sua madre?
La mia risposta, da figlia, è no.
La mia risposta di madre non so se ve la darò mai: le banche e la natura hanno entrambe scadenze improrogabili.
10 anni di fertilità residua vengono però inesorabilmente sconfitti da 17 anni di mutuo.
Niente figli a tutti i costi, per me.


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One thought on “Il crollo di Wonder Woman

  1. Troppo pragmatismo e poco amore. Ai figli importa poco della qualità della vita, ai genitori piuttosto. Niente figli a tutti i costi, sono d’accordo, ma neanche per vivere meglio, con meno rogne e più agio.

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