La lezione della signora Carla

Mi diverte sempre raccontare la storia della Signora Carla, perché la dice lunga su un sacco di cose.
Carla è una parente acquisita, e ogni volta che mi vede mi raccomanda di non sposarmi. Lei l’ha fatto intorno ai vent’anni (oggi ne ha sessanta), ha fatto due figli, si è separata. Poco dopo ha incontrato Rino, e provata dalla fallita esperienza matrimoniale, ha deciso di gestire questa nuova relazione in maniera completamente diversa.
Mi dice: “Gliela davo solo in vacanza. Praticamente ero sempre in viaggio. Anche quando è venuto a vivere con me ed i miei figli, dopo anni di relazione, stessa storia. Dormivamo in stanze separate, e lui la vedeva solamente in versione turistica”.
E poi?
“E poi un bel giorno mi ha fregata. Mi ha detto: se mi sposi ti porto a Capri. Sai Elena, in quegli anni Capri era il mito della bella vita, l’altrove dove tutti volevano andare almeno una volta nella vita. Beh, l’ho sposato.”
E com’è andata?
“Ci credi se ti dico che Capri non l’ho ancora vista?”.Io i primi tre mesi di relazione col mio attuale amore li ho vissuti come una principessa. Poco dopo mi sentivo Sandra Mondaini. Ora mi sento come mia madre, che si lamenta dell’assenza di mio padre la domenica per fare i lavori in casa.
Per una che è stata single per la maggior parte della sua vita, l’assenza di un uomo fisso al suo fianco ha significato spesso l’assenza della forza lavoro maschile: qualcuno che facesse revisionare la macchina, che capisse quale cavo va dove, che mi aiutasse con le valige in vacanza.
Quando sono andata a vivere da sola mi sono fatta un trasloco intero, su e giù per le scale, senza ascensore, all by myself. Per montare le tende e trasportare le librerie ho dovuto mendicare i fidanzati alle mie amiche: che prestito agghiacciante.
Ora che ho un fidanzato che sia all’altezza di questa parola, sotto questo punto di vista non è cambiato nulla: domenica ho recuperato una scala e dei cacciaviti, ho spalettato le tende dal muro, le ho lavate, stese, stirate, rimontate e inchiodate di nuovo. Lui dov’era? A pescare.
E bada ben: per quanto reputi agghiacciante l’hobby della pesca (tanto più che lui non porta a casa nemmeno da mangiare perché ributta i pesci nel fiume), il problema non è lì. Perché se non fosse la pesca sarebbe il calcio, o il bar o chissà cos’altro. Mio padre andava a vedere le corse di ciclismo, con mia madre che berciava perché c’era da sistemare il giardino e io che le davo della stronza: “sto pover’uomo lavora tutta settimana come un mulo, lascialo svagare un attimo!”.
Il giusto contrappasso è essere diventata come lei.
Eppure rivendico con orgoglio il diritto al lamento, che mi pare piuttosto connaturato alla natura femminile. Non so se per ragioni ormonali, sociali, abitudinali o semplicemente per richiamare un’attenzione necessaria, ma di fatto a noi donne piace da morire fare piagnistei. O meglio: forse abbiamo imparato a non farne, ad essere indipendenti, cazzute e forzute, ma al momento giusto troviamo il modo di ficcare in gola a dovere la riprovevole mancanza di 8 mesi fa.
Lasciatecelo però, il lamento. Lasciatecelo in memoria di tutte quelle donne che hanno sopportato di fare la spesa con a fianco un uomo che ascoltava le partite dall’auricolare della radiolina da tasca.
Io lo rivendico il lamento, perché se devo passare la domenica a svasare i cipressi da sola, almeno lasciami sottolineare il fatto che sei uno stronzo a lasciarmelo fare da sola.
E che io sono fichissima ad esserci riuscita.
No, non aspetto sabato prossimo quando ci sarai anche tu, perché tutte le volte ce n’è una e i cipressi rischio di lasciarli morire. Se una cosa è da fare, è da fare.
No, non sono nevrotica.
È che speravo che avere un fidanzato significasse avere anche un manovale.
Per risolvere il problema ho deciso di imparare dalla signora Carla: gliela darò solo in cambio di manodopera.


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